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Perchè e come oggi è realizzabile un sistema politico di base planetario, equo e durevole.

Il Sistema di Base 1° parte - L'evoluzione umana

IL SISTEMA DI BASE

Parte Prima

IL SENSO DELL’EVOLUZIONE UMANA

Indice

L’EVOLUZIONE UMANA
Il meccanismo evolutivo
La causa prima dell’evoluzione: la conoscenza analitica
La spinta evolutiva iniziale: l’istinto
I regolatori dell’evoluzione: le autorità morale e politica

STORIA DELL'EVOLUZIONE
Le sette fasi dell’evoluzione umana
L’evoluzione di conoscenza, scala valori, obiettivi-capacità personali, modello di vita
L’evoluzione del sistema sociale
L’evoluzione del sistema politico

LA SITUAZIONE ATTUALE

IL FUTURO

 

L’EVOLUZIONE UMANA

  L’uomo è cambiato in misura rilevante nel corso dei millenni? C’è stata una evoluzione sostanziale nei rapporti tra gli uomini?

  Il quesito è di grande importanza se soltanto si pensi al serrato dibattito in corso da oltre un secolo sul tema della evoluzione del pianeta sul piano puramente biologico, al fine di verificare la teoria darwiniana della trasformazione delle specie viventi l’una nell’altra ed in se stesse. Il concetto di sviluppo e gli accertati mutamenti di natura sociologica e culturale sono oggetto di studio da almeno tre secoli anche nel campo strettamente umano ma le teorie emerse in proposito non hanno finora retto alla critica degli studiosi e hanno perso credibilità in quasi tutti i loro principi a causa del fallimento delle loro prove sul campo, sul quale oggi domina un empirismo sincretista che tuttavia non riesce più a governare le pulsazioni antropologiche, sociali e politiche di un’umanità inquieta.
  Come in quello genetico, anche nel campo socio-politico vi sono due schieramenti consistenti identificabili in ‘evoluzionista’ e ‘creazionista’ ed è curioso il fatto che, pur in una confusione relativistica pressoché totale, spesso le correnti ‘evoluzioniste’ per quanto riguarda la biosfera sono ‘creazioniste’ o, meglio, ‘integraliste’ per quanto attiene i comportamenti umani e viceversa, come si vedrà fra poco.

  Per scoprire la verità ci sono tre strade:
- o si prende in esame un campione rappresentativo, anche sul piano culturale, di uomo moderno e lo si esplora all’interno in modo da capire le ragioni dei suoi pensieri e comportamenti, ma questa è un’impresa difficilissima, per la quale, tra l’altro, la scienza non è ancora completamente attrezzata ( metodo ‘motivazionale-filosofico’ in cui si cimentarono, tra gli altri e con strumenti primitivi, i positivisti e segnatamente i marxisti);
- o si cerca di sintetizzare tutto quanto è stato scritto sull’argomento negli ultimi quattrocento anni, ma questa, al di là del grande numero di elaborati in materia, è una strada molto pericolosa ( il primo problema sarebbe quello di trovare una base gnoseologica condivisa; il secondo quello di dare giusto peso anche ai pensatori meno ‘alla moda’) e si rischia di non poter distinguere i fatti dalle loro interpretazioni (metodo statistico-documentaristico, ancor oggi comunemente usato dai cosiddetti ‘intellettuali’);
- oppure (anche perché qui si vuole parlare di sistemi politici e quindi interessa non tanto quello che è emerso nelle menti dei singoli pensatori ed è rimasto confinato in una ristretta cerchia di persone, quanto la ‘coscienza collettiva’) si esaminano tutti i fatti più rilevanti della storia umana seguendo l’evoluzione del comportamento di un gruppo di uomini sufficientemente consistente e omogeneo. Anche questa è un’impresa abbastanza impegnativa, ma agevolata da alcuni fatti: si sa già cosa cercare (l’evoluzione dell’uomo in quanto tale e non dell’insieme del pianeta); la maggior parte dei fatti da indagare rientrano, come si vedrà, in pochi ‘filoni’ molto concreti e con notevoli documenti storici (arte, edilizia, artigianato, religione, associazionismo…) e quindi la ricerca interdisciplinare, pur richiedendo diversi anni di paziente impegno, non è di una complessità insuperabile (metodo storico induttivo).
  E’ proprio questa terza strada che si è scelta per realizzare questo saggio perché, pur perdendo molti dettagli, permette in poco tempo di conoscere, grazie alla media numerica e alla media temporale, le grandi linee dell’evoluzione culturale e del sistema socio-politico che saranno alla base delle valutazioni finali di questo saggio e che, inoltre, non sono difficili da illustrare al lettore di media cultura.

Se evoluzione c’è stata, in che cosa essa consiste esattamente?
  Esaminando gli aspetti più essenziali del modo di vivere di un gruppo o di un insieme di gruppi umani nelle varie epoche storiche, si può risalire gradatamente alle loro cause meno appariscenti e cosi via fino alla ‘causa prima’, onnicomprensiva, che non necessiti di ulteriori spiegazioni.
  Se la causa prima sarà unica e immutabile, si potrà concludere che non vi è stata evoluzione, ma soltanto adattamento. Se invece si scopriranno cause molteplici oppure una causa unica ma variabile, si potrà parlare di vera evoluzione e tentare di fissarne l’inizio e l’eventuale fine.
  Lo si potrà accertare già al termine della prima parte di questo scritto.

  Ma qui è il caso di anticipare (vuoi per non favorire equivoci nei lettori di formazione marxista per i quali il motore della storia è il solo bisogno materiale, vuoi per necessità di comprensione dei termini e della tipologia dell’esposizione) che l’esame che ci si appresta a svolgere porta a concludere che la vera radice di tutta l’evoluzione umana, sia nei singoli sia nella società, esiste, è unica ma è variabile, ed è la conoscenza , intesa come apprendimento teorico e pratico della verità.
  Si dirà che non è una grande scoperta, anche perché questo, oltre ad essere un sentire abbastanza comune, non è affermato per la prima volta (dal socratico ‘conosci te stesso’ al dantesco ‘fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza’), ma
- primo: il senso di questo scritto è di proporre non delle scoperte nuove ma soltanto un riordino innovativo e proficuo di quelle già effettuate;
- secondo: ci sono scuole di pensiero che pensano in modo molto diverso ( alcuni filosofi sostengono che non è possibile conoscere nulla; per gli illuministi non c’è conoscenza senza ragione e 70.000 anni di storia sono da buttare; per i naturalisti e i marxisti la conoscenza è una sovrastruttura imposta dal gruppo dominante; per gli idealisti e i fideisti la conoscenza sperimentale non serve; per i positivisti si conosce soltanto ciò che è misurabile fisicamente…);
- terzo: se si chiede all’uomo della strada quali sono le grandi scoperte della conoscenza umana dirà: la ruota, il motore a scoppio, la penicillina, l’energia nucleare, ma mai le componenti più importanti dell’essere umano come il dna o l’ego (che l’uomo ha sempre con sé, anche se non ha le altre cose materiali, e che sono appunto l’unico oggetto di questo studio); senza contare che alcune di queste componenti umane sono state esplorate a fondo da secoli in alcune aree del mondo e non in altre (si pensi all’animismo africano o allo spiritualismo tibetano).

  Vale la pena quindi di procedere in questo approfondimento, anche solo per cominciare a sottolineare alcuni punti fermi in un processo conoscitivo documentale durato 7000 anni che, privilegiando l’analisi settoriale più della sintesi generale, ha spesso portato confusione piuttosto che consapevolezza collettiva. Il compito è molto facilitato proprio dall’assunto da parte di chi scrive (vedi Prefazione) di trovarsi fortunatamente alla fine di un grande ciclo evolutivo, e quindi nella possibilità di valutare fatti e non ipotesi, cosa invece non accaduta a chi si trovava all’inizio o a metà dello stesso ciclo.

  Parlare di conoscenza non è comunque semplice e porta molto lontano, a cominciare da un'altra domanda: la conoscenza di cosa?
  In linea generale, si seguirà la ‘gnosis’ greca che presenta la classica dicotomia: conoscenza di sé e conoscenza di altro da sé. Questo saggio si focalizzerà soltanto sulla conoscenza del sé-uomo, cui mai come oggi si contrappone, come intuirono i presocratici, la conoscenza del mondo. Non per scarsa considerazione della scienza e della tecnica, ma perchè esse sono incompatibili con le scienze umane (‘il simile conosce il simile’, dicevano i greci) e poi perché in realtà non contribuiscono quasi in nulla alla ricerca sulle componenti più importanti dell’uomo, nella quale sono perennemente in ritardo: non soltanto non hanno provato, ad esempio, l’esistenza dello spirito nell’essere umano (cui credono, però, i quattro quinti degli uomini), ma non hanno neppure accertato la natura del principio vitale di cui sono dotati tutti gli esseri viventi, animali e vegetali.
  Della storia si prenderanno in esame quindi soltanto le modalità con cui l’uomo ha usato nei secoli l’apparato psicofisico, l’attività emotiva, il sistema sensoriale, l’intelletto, lo spirito; e le conseguenze dirette e profonde che ciò ha avuto sui suoi comportamenti collettivi. E che ha anche oggi, ma che il dilagare della scienza e della tecnologia (pur positive per gli strumenti genericamente conoscitivi e comunicativi che creano e quale palestra di vita) impedisce di prendere in considerazione da parte dell’uomo medio.

  Segue poi un’altra domanda ancora più importante: dove ci porta la conoscenza?
  Senza disquisire su ciò che prefigurano ideologie e religioni, si può affermare che un aumento di conoscenza porta nell’uomo fondamentalmente un aumento di capacità vitale. In tre modi.

  In primo luogo, essere consapevoli di conoscere bene l’ambiente e se stessi dà un grande senso di soddisfazione e di sicurezza.

  In secondo luogo, se vivere significa godere il bene, sia materiale sia immateriale, solo con l’aumento della conoscenza l’uomo individua sempre nuovi beni da godere: l’acquisizione di tali beni, cui l’istinto lo spinge, sarà possibile con il miglioramento delle sue capacità, sia a livello intellettivo sia operativo.

  Infine l’aumentata coscienza integrata di sé e del mondo darà all’uomo, una volta acquisito il bene, la capacità di goderlo nella misura massima (è ciò che comunemente si chiama ‘felicità’). Per l’uomo, quindi, ad un aumento della capacità vitale corrisponde anche un aumento dei momenti di felicità. Pertanto, il bene dell’uomo (contrapposto al ‘male’, inteso come mancanza di conoscenza e di capacità, con il conseguente uso sbagliato di sé, degli altri e delle cose) viene dal suo interno e non dall’esterno: una persona non impazzisce se è, ad esempio, senza automobile ma può accaderle se non è soddisfatta del proprio io. E la soddisfazione non dipende da beni assoluti ma dai beni relativi alle massime opportunità, capacità ed esigenze soggettive dell’individuo (un ballerino è felice di lavorare anche in un varietà invece che alla Scala se sa che ciò corrisponde alle sue massime possibilità).
  Ciò risulterà chiaramente dall’excursus storico di questo saggio: ogni volta che l’uomo ha scoperto e preso coscienza di una parte del proprio essere, ha cercato di farla funzionare nella misura massima realizzando un grande sviluppo delle sue capacità vitali proprio in quel settore. Al termine di questa serie di scoperte, l’ultimo compito della conoscenza sarà dare coordinamento e armonia alle varie componenti della propria personalità (come saltuariamente già vagheggiato dall’uomo, a cominciare dai pensatori greci).

  Per verificare lo sviluppo nel tempo del binomio conoscenza-capacità vitale l’unica cosa sicura da fare è ripercorrere velocemente la storia leggendola non sui libri di letteratura e di filosofia ma nella vita di tutti i giorni dei popoli e concentrando in pochi concetti e osservazioni il senso delle varie fasi storiche. Sarà possibile in questo modo sapere come esattamente è variata la conoscenza e verso quali mete stia portando l’uomo, il suo modo di vivere e di convivere.

  A questo punto prima di stabilire ‘quale’ sia stata l’evoluzione (come sarà spiegato fra poco), è importante capire ‘perché’ vi è stata, risalendo alla sua causa prima.

L’ambiente e il meccanismo dell’evoluzione

  Dovendo esaminare la vita di un popolo (che chiameremo con il termine tecnico di ‘gruppo’), è necessario per prima cosa capire le modalità e le ragioni del suo comportamento con alcuni concetti come: sistema e potere politici, sistema sociale e autorità morale, modello di vita, obiettivi-capacità, scala valori. La vita di un gruppo umano omogeneo, o ‘nazione’, di ieri come di oggi, già al primo sguardo appare attuata su due piani organizzati o ‘sistemi’: il sistema politico, che serve a raggiungere gli obiettivi concreti del gruppo; il sistema sociale, che serve a far convivere ordinatamente i componenti del gruppo. Questi due sistemi sono strettamente collegati uno all’altro e sono condizione indispensabile per l’esistenza non coattiva del gruppo organizzato.

  Il sistema politico si può definire un insieme di regole coercitive che determina il tipo di produzione e utilizzazione delle risorse naturali e umane esistenti in un determinato gruppo stanziato in un’area geografica definita, al fine della realizzazione degli obiettivi, per lo più economici, del gruppo stesso; il sistema comporta anche l’assegnazione di ruoli ‘tecnici’ alle varie fasce dei suoi componenti. La ragione profonda dei sistemi politici è perciò l’esistenza di obiettivi comuni concreti.

 Qui è il momento di fare una precisa suddivisione logica di tutti i ‘beni’, o ‘risorse’, esistenti sul pianeta, indispensabile per capire la situazione attuale dell’umanità e soprattutto il suo assetto futuro. E’ un argomento trascurato dalla politica tradizionale in quanto troppo difficile da trattare con l’attuale assetto politico planetario, pur essendo ora possibile gestirlo sul piano tecnico.
  Per risorse naturali, o beni primari, in questo scritto si intendono i beni esistenti di per sé sul pianeta, cioè il mondo minerale con le relative materie prime inanimate; il mondo vegetale e quello animale con i rispettivi patrimoni biologici e la conseguente produzione ‘alimentare’ in senso lato. Questi beni primari rappresentano la condizione indispensabile per la vita sulla Terra, in quanto necessari alla sopravvivenza, a livello animale, dell’uomo.
  Per risorse umane, o beni secondari, si intendono tutti i beni non esistenti come tali in natura, ma creati dall’uomo grazie alla sua creatività, conoscenze e capacità tecniche, utilizzando soprattutto i beni primari disponibili ma anche creati dal nulla, come i servizi alla persona e i beni immateriali, come le telecomunicazioni, diventate oggi persino più importanti di quelli materiali. Questi beni secondari non sono indispensabili alla pura sopravvivenza umana, ma servono al suo rafforzamento e miglioramento.

 Affinché esista tra i componenti del gruppo un minimo di concordia necessaria per poter produrre risorse e impiegarle nel raggiungimento degli obiettivi politici, è indispensabile che il comportamento, sia mentale che privato, di ogni individuo e i suoi rapporti con gli altri siano regolati da apposite leggi, anche non scritte, che provengono da ‘credenze’ che tracciano un profilo del mondo e distinguono il lecito dall’illecito, il conveniente dallo sconveniente con la finalità della conservazione generale dell’essere nella sua integrità. Queste regole unitarie di comportamento sono la base del sistema sociale.
  Sistema politico e sistema sociale, riguardando le stesse persone e comportando obiettivi unici, non potranno essere in contrasto tra loro, ma dovranno essere le due facce della stessa realtà, pena la frantumazione del gruppo.
  La ‘matrice’ del sistema politico e di quello sociale, che qui ora si sta cercando, deve quindi essere unica o comunque non in contraddizione.
  A questo punto uno schema grafico può far capire meglio il percorso che la presente ricerca sta facendo per risalire alla ‘causa prima’ dei due sistemi.    Qui il percorso della ricerca si sdoppia per individuare separatamente la matrice del sistema politico e quella del sistema sociale, poiché nel primo seguirà una traccia di natura materiale (obiettivi concreti), nel secondo una traccia di natura morale (regole di comportamento).

  Il fondamento del sistema politico: i bisogni e le capacità personali. Il sistema politico, in sintesi, nasce dalla riunione di un certo numero di persone in un gruppo e questo avviene quando ad ognuna di esse conviene questo raggruppamento, in rapporto ai propri obiettivi e alle proprie capacità pratiche. Infatti, se un individuo riesce a realizzare tutti i suoi obiettivi con le sole sue forze, normalmente egli non cerca il gruppo o, se vi si trova, non partecipa alla vita politica dello stesso. Ma se non ha capacità sufficienti egli è portato a unire le sue forze a quelle degli altri individui per raggiungere i propri obiettivi.
  Il sistema politico di un gruppo se nasce in base ai bisogni e alla capacità (o, meglio, incapacità) dei componenti può però anche mutare al variare degli stessi. Si può anzi affermare che il grado di necessità stessa della politica è inversamente proporzionale al livello delle capacità dei singoli individui.
  Obiettivi concreti e capacità quindi non restano uguali nel tempo e nello spazio, ma cambiano abbastanza velocemente (anche con forti regressi, come la storia di dimostra) in termini storici: essendo quindi relativi non possono essere cogenti e quindi, per inciso, non possono giustificare alcun sistema politico totalitario.

  Ma in base a cosa variano obiettivi e capacità dei singoli individui?
  Prima di rispondere, facciamo la stessa domanda riguardo al sistema sociale: qual’è il la sua matrice?
  Il fondamento del sistema sociale: il modello di vita. Essendo un insieme di natura morale, il sistema sociale non può derivare dalle capacità dei singoli, che sono orientate a risultati materiali. Se il sistema sociale è un modello di comportamento uniforme per tutti i componenti del gruppo, questo modello dovrà rispecchiare l’atteggiamento personale prevalente di tutti gli appartenenti al gruppo, fatto di condotte o costumi, ma soprattutto di ‘credenze’ su quello che sono e quello che valgono tutte le realtà con cui hanno rapporti. Il modello di vita non esiste quindi di per sé, ma ha origine e cambia in base al valore attribuito di volta in volta a cose, persone, fatti della vita, concreti e astratti.
  Ogni uomo, in effetti, valuta diversamente ogni elemento del mondo in base alla capacità di esso di fargli raggiungere il suo fine supremo, che chiameremo ‘felicità’, che è un fatto del tutto interno all’uomo e può dipendere in tutto o in parte anche da beni immateriali. In questo modo egli costruisce una ‘scala di ‘valori’ che comporta anche l’assegnazione di una ‘parte’, come per una recita teatrale, a persone e cose sulla scena della vita. Questo insieme di modalità con cui raggiungere gli obiettivi vitali, con le conseguenti priorità e liceità, costituisce appunto il modello di vita di ogni singolo uomo.
  E’ da tenere presente che qui del modello di vita delle persone trattiamo soltanto la parte che riguarda le relazione tra esse, mentre il suo nucleo fondamentale è strettamente personale e riguarda tutte le aspirazioni, i comportamenti e le espressioni spontanee della personalità di ciascuno non finalizzati al lucro (arti, scienza, divertimento, sport, hobby, socievolezza, solidarismo…), il cui insieme caratterizza un gruppo umano come ‘società’.

  E’ qui che appare l’unicità della ‘causa’ sia del modello di vita sia degli obiettivi e delle capacità personali sopra menzionate: la scala valori. E’ la scala valori infatti che porta le singole persone, oltre alla creazione di uno scenario in cui muoversi, a individuare i propri bisogni e che le spinge ad acquisire le capacità materiale, fisica e mentale necessarie soddisfarli, capacità che stanno alla base del sistema politico. E non è vero il contrario, come sostengono i marxisti, totalmente smentiti dalla storia:
- primo, perché esiste un solo bisogno categorico ed è quello della pura e semplice sopravvivenza e proprio perchè inevitabile è sempre stato ‘subito’ dai popoli come occasione e non come matrice del loro sviluppo culturale (ruolo invece rivestito dal loro patrimonio genetico e dall’ambiente) e la prova lampante è che anche i popoli che hanno perseguito soltanto la sopravvivenza hanno sviluppato scale-valori diverse (ciò non toglie che quello della garanzia della sopravvivenza sia stato un problema teoreticamente irrisolto fino alla comparsa del marxismo, che tuttavia non gli ha dato una soluzione accettabile, cosa che invece si propone di fare questo scritto);
- secondo, i beni secondari sono facoltativi e quindi il loro perseguimento dipende da libere scelte (e la gente lo sa molto bene): sono quindi ancora meno influenti sulle scale-valori dell’istinto di sopravvivenza, come dimostrano, ad esempio, alcuni popoli che avendo scale-valori e modelli di vita fortemente animistici (pellerossa, centroafricani) o spiritualistici (indiani, tibetani) hanno sviluppato pochissimo le capacità tecniche materiali. Questa è un’ulteriore prova che non è solo il soddisfacimento di bisogni materiali a dare un senso alla vita collettiva.

  D’altra parte, la conferma che la scala valori è l’unico fondamento sia della vita sociale che di quella politica viene dalla stessa storia: i popoli più forti sono sempre stati quelli più omogenei e motivati grazie a un’unica scala valori alla base sia della religione sia dello stato.

  Ecco quindi che, compiuti i due percorsi, si può affermare che il fondamento comune di sistema politico e sistema sociale è unico ed è la scala valori.

  Possiamo a questo punto ritenere che le scale valori siano la causa prima della evoluzione umana?
  Non esattamente e non ancora, perché noi sappiamo che sono state molto varie nello spazio e nel tempo: deve esistere perciò un ulteriore elemento che le modifica e dal percorso logico finora seguito esso non può che essere la conoscenza e quindi si può affermare che: il fondamento delle scale valori è la conoscenza. Conoscenza ovviamente non teorica ma pratica, fatta di informazioni ‘vissute’, direttamente o indirettamente e perciò comprendenti anche le ‘credenze’, ovviamente non metafisiche. Per confermarlo, basterà un esempio. Se una persona ha come obiettivo vitale principale procurarsi denaro, significa che, in base alle sue attuali conoscenze, è la ricchezza materiale il valore che al di sopra degli altri concretizza la sua felicità. Un’altra persona può invece ritenere, in base ad altre conoscenze, che il valore vitale massimo sia la ricchezza culturale. Le due persone avranno quindi comportamenti sociali e politici diversi, spesso anche di molto, in base a tali conoscenze. Sulle informazioni di cui la persona dispone, il naturale istinto alla felicità costruirà la scala valori, che potrà variare al variare delle informazioni stesse e ciò può accadere anche più volte alla stessa persona nel corso della sua esistenza. Con la scala valori varieranno poi il modello di vita, gli obiettivi e le capacità personali e, di conseguenza, il sistema sociale e quello politico.

  Senza conoscenze, in effetti, l’uomo non saprebbe cosa fare se non sopravvivere, non potrebbe mai costruirsi un modello di vita e, se lo avesse, esso non cambierebbe mai. Ne sono una prova inequivocabile le tribù primitive isolate ancora esistenti.
  Ecco dunque ricostruito, pur nella sua semplicità e brevità, con sufficiente esattezza il ‘meccanismo’ attraverso il quale la conoscenza provoca l’evoluzione umana.

La causa prima dell’evoluzione: la conoscenza analitica

  In che cosa consiste esattamente la conoscenza?
  La conoscenza non esiste nell’uomo di per sé, ma si origina, grazie all’esistenza evidente, ma non ovvia, di due fattori: l’uomo con la sua capacità strutturale di conoscere e il mondo percepibile. Dal momento in cui queste due realtà sono venute a contatto è stato inevitabile che iniziasse il processo evolutivo della conoscenza, l’uomo infatti (come ben disse Aristotele) è un animale sociale curioso.
  Sempre nell’ottica della massima semplificazione che si propone questo saggio, per ‘conoscenza’ qui si intende: possedere coscientemente la definizione sperimentata di ogni elemento del mondo reale, e delle interconnessioni naturali tra di essi.
  E’ molto importante sottolineare ‘sperimentata’, perché una conoscenza teorica, non suffragata da prove concrete anche indirette, non può avere la forza di innescare gli istinti vitali, che per natura tendono ad obiettivi concreti. Ed è molto importante anche la modalità ‘coscientemente’, in quanto la consapevolezza è l’elemento peculiare che distingue l’uomo dagli animali e dalle macchine, gli uni e le altre capaci anch’essi di intelligenza, cioè di apprendimento, ma non di coscienza e quindi di libera volontà.
  La conoscenza, e ogni suo più piccolo elemento di verità che è l’unità di informazione (costituita da una frase elementare, del tipo: il sole illumina), è ottenuta attraverso un’operazione di ‘analisi’ sperimentale della realtà: da una definizione generica delle entità più evidenti e complesse si passa a individuare e definire i singoli elementi che le compongono fino a quelli non ulteriormente suddividibili, per giungere così a una definizione esatta e completa delle stesse entità (‘sintesi’).
  Quest’opera di analisi ‘scientifica’ richiede molto tempo, ma molto anche ne occorre per divulgare i suoi risultati in modo efficace nei grandi gruppi umani (fino a pochi anni fa, almeno due generazioni). E’ confortante comunque notare, specialmente per noi uomini di oggi, che all’aumentare del numero delle informazioni disponibili e con l’affinamento delle tecniche di analisi, questa diviene via via più facile e rapida, come ci dimostra, anche sul piano materiale, il grandioso e incessante sviluppo della tecnica moderna.

La spinta evolutiva iniziale: l’istinto

  All’inizio dell’umanità le conoscenze erano quasi nulle. Ciò era imputabile non tanto alla capacità intellettiva dell’essere umano quanto invece alla mancanza di esercizio della stessa ( ancora oggi sembra che esso ne utilizzi soltanto la metà) .Pur tuttavia l’uomo ha cominciato a vivere subito secondo una certa scala valori e un modello di vita.
  La ragione è che tali comportamenti erano attuati ‘per istinto’ (della cui natura non è qui il caso di parlare, ma la cui esistenza è innegabile), vale a dire per una decisione spontanea, non capita e non voluta, proveniente in modo naturale dall’interno dell’uomo stesso. In verità l’istinto è stato, anche sul piano morale (‘legge morale naturale’), la grande alternativa alla conoscenza, che l’umanità ha sempre avuto a disposizione per poter esistere e progredire.
  Ma dal primo istante della sua esistenza, nell’uomo si è messo in moto anche il meccanismo della conoscenza, per cui con il passare del tempo egli ha man mano sostituito a decisioni del tutto istintive decisioni basate, oltre che sull’istinto, su gradi sempre più elevati di conoscenza, compiendo così atti di volontà sempre più pieni.
  Questo processo, d’altra parte, non è causato da elementi o circostanze esterni all’uomo, quasi che la conoscenza fosse una sovrastruttura, magari imposta, che soffoca l’uomo ‘naturale’: il processo conoscitivo fa parte della natura umana in quanto il desiderio di conoscere è proprio uno degli istinti immediati e più forti. Soltanto al raggiungimento della piena conoscenza ogni stimolo istintivo, pur mantenendo la sua forza e il suo valore, viene chiarito e specificato, come in una progressiva messa a fuoco.
  In questo schema grafico viene sintetizzato lo sviluppo della conoscenza nei confronti dell’istinto ai fini della capacità di decisione nell’uomo, capacità che dall’inizio alla fine della evoluzione dovrebbe almeno raddoppiarsi.    Ecco perché la conoscenza produce un aumento di vita e perché possiamo dire che l’evoluzione sta portando l’uomo a realizzare in misura sempre più completa la sua vita con atti pienamente coscienti e voluti, nell’attuazione progressiva di tutte le sue potenzialità.
  Emerge qui un altro dato importante: l’istinto si sta rivelando non in grado di gestire le sempre maggiori capacità dell’uomo ed è quindi da considerare un programma ‘di serie’ che gli uomini hanno in dotazione per la loro pura sopravvivenza e convivenza.

I regolatori dell’evoluzione: le autorità morale e politica

  Come già accennato, gli uomini si sono organizzati in gruppi, creando i sistemi sociali e politici, non tanto per scelta quanto per ragioni contingenti dovute alla mancanza di capacità e conoscenze personali. Infatti, nel passato (ma anche nel presente!) l’ambiente naturale ed anche quello umano erano talmente pericolosi per l’uomo isolato, ignorante ed incapace, che egli dovette accettare di far parte di un gruppo. Con questa accettazione, l’uomo, in cambio di sicurezza, acconsente, oltre alla cessione di una parte delle proprie risorse, a confrontare e adattare il suo modello di vita a quello prevalente nel gruppo. E’ impossibile infatti che un gruppo possa raggiungere obiettivi importanti se manca la ‘consonanza’ sulla scala valori tra i membri dello stesso (e, per converso, ognuno preferisce vivere a modo suo se il gruppo non gli garantisce grandi beni).
  In questo modo nel gruppo prende forma il sistema sociale e nasce il principio dell’autorità morale su cui esso si regge.
  L’autorità morale nasce nel gruppo quindi non come sovrastruttura imposta ma come naturale necessità di decidere e tutelare un modello di vita unico valido per tutti i membri del gruppo. Chi deciderà, infatti, il modello di vita del gruppo tra quelli dei sottogruppi e dei singoli individui? Solo un’entità al di sopra delle parti potrà dare la sicurezza di una giusta scelta. E tale entità, o principio supremo, sarà quello che, al momento, è riconosciuto da tutti, in base alle loro conoscenze, come arbitro degli obiettivi vitali cui mirano i componenti del gruppo. Individuato questo principio supremo di autorità, si riuscirà a conoscere il suo giudizio interpellando, poiché esso è generalmente inaccessibile (idolo o dio che sia), coloro che risultano essere in qualche modo (in genere per eventi fuori dal normale) in contatto con esso, e che saranno pertanto riconosciuti suoi rappresentanti o intermediari (stregoni, sacerdoti, profeti).
  A costoro viene attribuita l’autorità e quindi il potere morale, il potere cioè di stabilire il comportamento dei singoli individui. Dall’autorità morale promana una ristretta gerarchia ufficiale ma anche una informale che coinvolge tutti i componenti del gruppo in modo che, in qualsiasi situazione, esiste sempre tra due o più persone quella che riveste maggiore autorità morale e perciò può imporre agli altri precisazioni e controlli sul modello di comportamento comune.
  Il potere politico si limita a prendere atto e a codificare (ma non sempre) in leggi le regole morali, che vanno ad affiancarsi a quelle di tipo economico e organizzativo della collettività.

  Nella successiva breve storia dell’evoluzione, si vedrà come all’aumentare delle conoscenze umane, nelle varie epoche sia cambiata anche la fisionomia del principio-ente assoluto e sia cambiata di conseguenza anche la tipologia dei suoi intermediari. Il principio di autorità non è quindi immutabile.

  L’affidamento del ‘potere’ politico, cioè dell’autorità politica, ai capi del gruppo da parte dei suoi componenti avviene invece in modo fondamentalmente diverso. Per potere politico, attribuito alla ‘autorità’ politica, si intende la prerogativa di codificare obiettivi e regole del gruppo e di farli rispettare, secondo una precisa struttura gerarchica. Tale affidamento non avviene attraverso un riconoscimento di superiorità ontologica, come in campo morale (qui non conta la fede ma i fatti), ma con il meccanismo di identificazione psicologica prima e della delega poi.
  Nel gruppo primordiale, infatti, i meno capaci del gruppo per poter godere in qualche modo dei beni che soltanto i più capaci riescono a procurarsi, si identificano psicologicamente in essi e ne accettano la guida, affidando loro la propria ubbidienza e tutte le proprie risorse (compresa la vita, nei gruppi in cui autorità politica e morale coincidono o sono molto vicine).
  Questo è, sinteticamente, il meccanismo che fa nascere l’autorità politica e che, peraltro, ne determinerà anche la fine, almeno a livello di necessarietà, come sta accadendo nella nostra era. Il potere politico è quindi una sovrastruttura che, a differenza del sistema sociale, non si basa direttamente sulla conoscenza ma sulla convenienza e che, dipendendo dai capi riconosciuti, può cambiare quando questi vengono sostituiti (si noterà, per inciso, che i marxisti affermano esattamente il contrario, assoggettando la morale alla politica, e quindi infischiandosene della conoscenza, cioè della verità, per quanto relativa). Infatti man mano che i singoli componenti del gruppo acquisiscono conoscenze e capacità, il processo di identificazione nei capi si verificherà sempre meno e quindi l’accettazione della loro autorità sarà sempre minore e assumerà forme via via più labili (nei paesi più democratici, già si è arrivati a una delega di qualche anno subordinata a precisi impegni).
  In effetti, dalla storia dell’evoluzione emerge chiaramente che il risultato inconscio della vita di un gruppo umano naturale è proprio lo sviluppo-miglioramento dei suoi singoli componenti, di cui il gruppo stesso favorisce nel tempo l’aumento delle conoscenze, delle capacità e delle responsabilità, fino a trasformarli da soggetti passivi a soggetti attivi e quindi liberi di partecipare o meno alla vita del gruppo stesso.


STORIA DELL’EVOLUZIONE

  Per capire a che punto è arrivata oggi l’umanità (parlando sempre di uomo medio dell’area interessata al presente studio) nella acquisizione di conoscenza e quindi quanto questa influisca sul modo di pensare e di agire degli individui e, di conseguenza, del gruppo, è il momento di ripercorrere, anche se molto velocemente, la storia dell’umanità, tenendo presente che le nuove conoscenze non sostituiscono quelle precedenti ma vi si aggiungono, ridimensionandole in una nuova, più completa visione della realtà.
  Giova ripetere che non viene preso in considerazione né il pensiero di singole persone, che spesso (come i greci del 400 aC) hanno intuito anzitempo successivi approfondimenti, né situazioni storiche particolari (che, tra l’altro, rimangono tuttora inspiegate), né le religioni che si sono poste come anticipatrici, e di molto, delle conoscenze più utili alla vita umana. Si punterà quindi l’attenzione sugli aspetti più continui e generalizzati della vita (‘modelli di vita’) di gruppi umani organizzati che almeno negli ultimi 5000 anni abbiano avuto una certa contiguità e continuità etnica e culturale, quale è l’insieme delle nazioni che ha popolato l’Europa e il Medio Oriente, che appunto è stato scelto come area oggetto del presente studio.
  Trattandosi tutto sommato di informazioni di comune dominio, per ogni affermazione o ‘flash’ storico ci si limiterà a dare un solo ‘segno’ o prova, a titolo esemplificativo, scelto dalle attività di dominio pubblico verificatesi nel gruppo.
  E’ un excursus necessario perché normalmente l’umanità mette in secondo piano le conquiste precedenti focalizzandosi soltanto sull’ultimo elemento scoperto in se stessa e perché normalmente ci vogliono 4-5 secoli perché essa le riprenda in considerazione in via definitiva e con il loro giusto peso (è questo il lento ritmo con cui si è creato e consolidato il patrimonio culturale dell’umanità che attraverso svariati canali, compreso quello ereditario, si trasmette, continuamente arricchendosi, di generazione in generazione).
  Sarà una rassegna abbastanza facile, perché abbiamo il privilegio di farla non a metà strada ma alla conclusione di un ciclo evolutivo. Un segno di questo è dato anche dal sempre maggior numero di persone dell’attuale settima fase che cercano di vivere contemporaneamente (per questo la vita moderna sembra così complicata, mentre è soltanto più ricca) a tutti i livelli del proprio essere: professione, sport, edonismo, socialità, arti, scienza, cultura, religione…

Le sette fasi dell’evoluzione umana

  Il processo evolutivo della conoscenza, che è alla base della storia, appare articolato in sette fasi o ere fondamentali che da una quantità di conoscenza praticamente nulla hanno portato progressivamente l’uomo fino alla stadio attuale di conoscenza analitica quasi totale del mondo.
  Sette fasi che si possono suddividere in tre gruppi in base al soggetto di maggiore prevalenza nella visione esistenziale dell’uomo: fase materiale (soggetto prevalente: materia) / fase animale pura e fase animale antropica (soggetto prevalente: animali) / fase della persona, fase dei sensi, fase dell’intelletto, fase dell’io (soggetto prevalente: uomo).
  Le sette ere sono illustrate senza scendere a dettagli che (essendo questo schema utilizzabile per spiegare praticamente tutti i singoli eventi della Storia) risulterebbero innumerevoli e svariatissimi. Le datazioni sono molto approssimative, tenendo conto che in ogni fase dall’inizio della conoscenza alla sua traduzione in strutture sociali e politiche passano centinaia o anche (andando indietro nel tempo) migliaia di anni.
  Per mettere a fuoco ciò che interessa di più a questo saggio, che ha fini eminentemente pratici, si rileggeranno le sette fasi dell’evoluzione per tre volte di seguito:
- in una prima lettura si verificheranno i livelli di conoscenza, scala valori, modello di vita, obiettivi-capacità personali;
- si ripeterà l’excursus per quanto riguarda il sistema sociale;
- infine si rileggerà ancora la storia sul piano del sistema politico.

L’evoluzione di: conoscenza, scala valori, obiettivi-capacità personali, modello di vita

  Per poter comprendere come la conoscenza si sia modificata nel tempo occorre fare un grande sforzo di astrazione, distaccandosi dal modo attuale di vedere le cose e cercando di immedesimarsi negli uomini e negli ambienti delle varie epoche storiche (di cui esistono reperti archeologici significativi soltanto a partire dalla terza), senza commettere il diffusissimo errore degli illuministi ( ed egli europei in generale) di giudicare gli antichi uomini non sulla base delle conoscenze di essi ma su quelle proprie.
  Sarà bene quindi tenere presente lo schema sottostante.    Come vedevano la realtà gli uomini della prima era (da 70.000 a 20.000 anni fa)?
  Non certamente con i parametri conoscitivi che l’uomo ha oggi, ma in base alle pochissime informazioni che la loro intelligenza, appena all’inizio dell’attività, poteva procurarsi: adesso gli uomini vedono il mondo attraverso una finestra grande come una parete, all’epoca lo vedevano tramite un forellino.
  In tali condizioni, l’attenzione dell’uomo non poteva che rivolgersi all’esterno di se stesso, verso gli esseri più evidenti: ‘all’esterno’ perché conoscere ciò che è di fronte è molto più facile che guardare dentro se stessi; ‘esseri più evidenti’ perché l’uomo ignorante non ha né categorie né unità di misura e dà importanza a ciò che gli si impone da se stesso con maggior forza e dimensioni. Questi esseri più evidenti nella preistoria non potevano essere altro che gli elementi e i fenomeni naturali, le masse acquee e i rilievi terrestri, gli animali del tempo che, a causa della loro mole e scarsa intelligenza, si presentavano come elementi fisici eclatanti, ‘cose animate’ più che come veri e propri animali.
  Nella prima fase della sua storia quindi le conoscenze dell’uomo si riferiscono soltanto a delle realtà che hanno come principale attributo, oltre a qualche semplice movimento, quello di esistere, di imporsi come presenza. Di conseguenza la scala valori dell’uomo, vale a dire l’obiettivo concreto del suo istinto vitale, ha un unico elemento: l’esistenza e la sua conservazione. E solo l’esistenza è alla base dell’attività dell’uomo preistorico.
  Le capacità personali necessarie per ottenere la sopravvivenza si concentrano sull’acquisto della massa corporea e della capacità meccanica, proprietà essenziali che egli riconosce negli esseri che dominano la vita sul pianeta.
  Il modello di vita prevede l’appartenenza informale ad un gruppo, seppur piccolo, in quanto esso costituisce una ‘massa’ più grande di quella del singolo.
  Segni di quanto descritto non ne esistono (i primi reperti archeologici espressivi cominciano solo verso i 15.000 anni aC, mentre l’Homo sapiens è comparso circa 38.000 anni aC) e questo testimonia della estrema essenzialità dell’uomo in quel periodo, dedicato solo alla caccia con attrezzi di pietra.


  Ma dal continuo contatto con la realtà nascono nell’uomo nuove conoscenze e con esse una nuova scala valori e un nuovo modello di vita.  Nella seconda fase, infatti, (20.000- 6500 anni aC, tarda età della pietra) si passa da una visione puramente materiale del mondo all’attenzione verso le manifestazioni della vita animale: l’uomo viene a conoscere a fondo animali più a sua misura e più evoluti sul piano comportamentale. Egli non può comunque ancora competere con essi: per questo sono ora i valori del mondo animale ad essere riconosciuti come supremi da parte degli uomini. Infatti l’uomo mira, con la caccia e la raccolta dei frutti spontanei, oltre all’esistenza pura e semplice, al soddisfacimento degli istinti propri degli animali, come un’alimentazione specifica, l’accoppiamento e la riproduzione della specie.
  Come realizzare tali valori? Comportandosi, ovviamente, come gli animali. Le capacità personali comprendono perciò lo sviluppo della forza fisica, l’uso di una certa astuzia e di tecniche di base per superare le difficoltà ambientali.
  Segni di questa situazione si hanno nelle prime incisioni e pitture rupestri in cui sono raffigurati solo animali nella loro attività (Altamira, 15.000 anni aC) o che addirittura prevalgono sugli uomini (Lascaux , 8000 anni aC).
  L’uomo comincia a riunirsi in gruppi con villaggi mobili e la rudimentale strutturazione dei rapporti esistente nell’ambito di un branco animale. Una tenue idea di autorità viene riconosciuta agli individui dal comportamento più somigliante a quello degli animali più forti.

  Nella terza fase (6500- 500 a.c.) avviene un salto di qualità notevole nelle conoscenze degli uomini: l’attenzione intellettiva si sposta dalle cose e dagli animali sull’uomo stesso, ma non come specie superiore quanto come più forte tra tutte le specie animali. In quest’epoca infatti l’uomo, già in grado di costruirsi armi efficaci, toglie il dominio della vita agli animali più grandi, che egli riesce ad uccidere normalmente (glorificandosi in numerose incisioni e pitture rupestri, come quella di Castellon), divenendo arbitro della propria esistenza.
  Ma la sua visione del mondo è ancora di tipo animale, e per questo anche i nuovi valori sono tutti di tipo fisico. Oltre all’esistenza, all’alimentazione e alla riproduzione, l’uomo aggiunge ai valori della vita anche l’autoassicurazione, realizzata attraverso la proprietà di beni, la stanzialità abitativa, la grande diffusione dell’allevamento degli animali e dell’agricoltura . Le capacità sviluppate in questa era sono quelle dell’animale-uomo, vale a dire fisico polivalente, abilità, sagacia, esperienza. Segni: cura dell’aspetto (compaiono i primi ritratti di volti e di persone abbigliate nell’area assiro-babilonese) e della prestanza fisica (re-eroi sumeri e pre-omerici). Gli animali sono considerati ormai esseri forti ma inferiori (diffusissime le scene di caccia dipinte e incise: significativa l’uccisione di un leone da bordo di un carro su stele sumera nel 3500).
  Il gruppo in cui l’uomo tende a vivere ora è molto più organizzato e si basa sul modello di vita di un branco di animali superiori: è la tribù primitiva che poi rapidamente si trasforma in nazione con i suoi centri urbani organizzati (città egizie e sumere).

  Ma è in arrivo la fase più importante della storia dell’umanità: nella quarta fase (500 a.c.-1100 d.C.) l’uomo riconosce se stesso come specie superiore nettamente diversa dagli animali e da tutto quanto fino ad allora conosciuto (antropocentrismo). Inoltre, il contatto continuo e via via più approfondito con gli altri membri della tribù ha portato alla scoperta dei due principi attivi della persona umana: il fisico e la psiche, questa tuttavia non ancora suddivisa in intelletto, anima e spirito. Vi è la scoperta del valore della conoscenza, anche perché il mondo è diventato molto più complesso e popolato. E infatti è in questo periodo che si verificano le principali rivelazioni, cioè il dono da parte delle divinità di conoscenze la cui mancanza, a detta di molti, avrebbero probabilmente portato il mondo all’autodistruzione: cristianesimo, nell’area che si sta esaminando e quasi contemporaneamente, nel mondo orientale, buddismo.
  I valori della vita non sono più soltanto quelli indirizzati al fisico, ma anche quelli che realizzano la sua parte psichica: beni material arricchiti dall’inventiva umana, beni dell’immaginazione, beni morali, beni estetici, che diano alimento ed assicurazione alla psiche.
  Segni: hanno grande diffusione le attività che distinguono il singolo uomo dagli animali, in primo luogo il ragionamento e l’eloquenza, quindi l’architettura complessa e creativa (a differenza di quella della fase precedente che riproduceva forme naturali); ma si fa ancora la guerra per ragioni fondamentalmente animali: la predominanza della propria etnia. Il corredo di capacità personali comporta lo sviluppo di tutti gli aspetti della personalità, seppur ancora percepiti confusamente, e anche del loro equilibrio, dando luogo a comportamenti complessi. Nasce l’esigenza dell’educazione, dell’istruzione, della saggezza (civiltà greca). Nascono la scienza (Magna Grecia) e la tecnica (civiltà romana, alto medioevo).
  Il gruppo diventa ‘comunità’, con una struttura dettagliata e l’assegnazione di ruoli personali dal valore autonomo.

  Ora l’evoluzione comincia ad incalzare e l’uomo, presa coscienza delle sue capacità, procede con crescente rapidità nell’arricchimento delle proprie conoscenze che si concentrano sull’essere umano, che arriverà nelle più brevi fasi successive a scoprire le sue componenti più profonde: i sensi, l’intelletto, l’io. In effetti, nella quinta fase (1100-1700 d.C.), l’umanità scopre i sensi, sia esterni che interni, sia ricettivi che espressivi e l‘elemento della persona umana che ne è il terminale passivo e attivo e che qui sarà denominato ‘anima’ (lo ‘pneuma’ già intuito dai greci), costituita da energie sottili che ricalcano il corpo materiale ed entrano in sintonia o in distonia con gli altri esseri animati (di conseguenza in questo scritto si riserverà il termine ‘spirito’ a quelle che fino ad oggi erano indicate le funzioni superiori della ‘vecchia’ anima). Il progresso materiale permette di dedicarsi anche ad attività secondarie, in cui prevale più la forma che la sostanza: scocca in questo momento la scintilla del gradevole, del piacevole, del godibile. Su questo piano, sia fisico sia psichico, si sviluppano le conoscenze della quinta fase. I valori della vita sono tutto ciò che soddisfa i sensi; il bello materiale (sensualità) e il bello animistico (emotività).
  La soddisfazione dei sensi provoca un grande sviluppo delle tecniche artigianali, ma anche di tutte le arti e della religiosità. E’ l’era della ‘vibrazione’ o ‘pulsioni’, che sono l’obiettivo di animismo (stregoneria, sciamanesimo e magia bianca), esoterismo (che per primo ha individuato e formulato la definizione dell’anima quale ’corpo eterico’), alchimia, satanismo (o magia nera), misticismo.
  Segni: l’arte del Medioevo e del Rinascimento è ancora quella che suscita la maggiore emozione anche nell’uomo moderno; le cattedrali gotiche sono tuttora dei diffusori di suggestione e di energie sottili. Però, poiché nel gruppo riveste grande importanza la ‘consonanza’, si uccide facilmente per soli motivi religiosi, cosa che non accadeva nelle fasi precedenti.
  Interviene anche un grande cambiamento nel modello di vita per quanto riguarda l’adesione al gruppo. Se nelle epoche precedenti si aderiva al gruppo perché soltanto esso poteva assicurare direttamente l’esistenza e i beni primari, ora che l’uomo riesce ad acquisire facilmente beni secondari che provengono non dalla comunità ma da singole persone con cui si può trattare a tu per tu, emerge la predisposizione a una certa autonomia dei singoli all’interno del gruppo con la creazione delle prime consorterie di produttori e di consumatori e prolificano le confraternite culturali e religiose. La nascita di questa tendenza è di enorme portata ed essa acquisterà sempre più forza con il passare del tempo.

  Ma ecco in arrivo la scoperta di un’altra componente fondamentale dell’essere umano: l’intelletto, che dominerà letteralmente tutta la sesta fase (1700- 2000 d.C.).
  Avvicinatosi alle cose materiali con tutta la propria sensitività, l’uomo di accorge di essere in grado di indicarne e classificarne la natura, si scopre ragionatore e produttore di dati e idee assemblati poi in veri e propri sistemi scientifici e tecnici, in misura tale che, a differenza delle epoche precedenti, si sente padrone del mondo. E’ l’’intelletto’, con la ‘ragione’ suo strumento e l’’idea’ suo frutto, l’arbitro di tutti gli aspetti della vita, in quanto capace non soltanto di capire ma anche di costruire. Valore vitale avranno perciò prevalentemente i prodotti dell’intelletto: il bene scientifico e tecnico a livello materiale, il logico e il giusto a livello morale.
  Le capacità individuali si basano su scienza e tecnica, che vengono sopravvalutate a discapito anche di altri aspetti della vita. Il modello di vita dà ancora meno importanza al gruppo, mentre acquistano sempre più interesse e peso i sottogruppi spontanei (capaci anche di prendere, pur senza titolo, il potere costituito).
  I segni sono infiniti e si possono riscontrare anche nel mondo di oggi: i più evidenti sono i prodotti della tecnica. La prova più tragica è che non si uccide più tanto per interesse, quanto per un’idea astratta (nazismo, comunismo). Nascono molte teorie filosofiche, sociali e politiche tutte basate sulla forza della ragione e ciononostante spesso in contrasto tra di loro: razionalismo, illuminismo, naturalismo, criticismo, idealismo, positivismo, materialismo che a differenza di antecedenti intuizioni similari hanno, data la maturità dei tempi, una grande influenza sulla realtà di singoli e comunità.

  Si giunge così alla settima fase del grande lavoro di analisi della realtà fatto dall’umanità, forse l’ultima, che vede protagonista la seconda metà del ventesimo secolo e ancor di più l’inizio del terzo millennio. Con gli strumenti di ricerca messi a punto dalla ragione-scienza, l’uomo scende sempre più a fondo dentro se stesso e giunge a conoscere, oltre ai sensi e all’intelletto, anche l’elemento costitutivo più intimo e centrale della persona umana: l’io’ e, soprattutto, la diversità di questo ‘io’ in ogni individuo della specie umana. Si unificano i valori ideali e gli obiettivi concreti dell’individuo : il modello di vita non è più esterno ma diviene totalmente interno allal singola persona.
  L’’io’ individuale è costituito infatti da due parti. La prima è comune a tutte le persone, essendo formata dal patrimonio psicofisico di istinti, sensi e intelletto tipico della specie umana. La seconda, il vero e proprio ‘io’, è il modo specifico di vivere tale patrimonio e quindi, per la singola persona, addirittura più importante di esso, in quanto unica giustificazione all’esistenza di più uomini e della propria individualità. E’ quel quid di cui conosciamo abbastanza bene una parte (l’anima, già scoperta nella quinta fase) mentre l’altra, che da cent’anni viene cercata, anche materialmente ma inutilmente, nel corpo umano, è quella che chiamiamo, per semplicità, ‘spirito’: quell’entità sconosciuta e ritenuta dai più immortale che ci dà la coscienza che manca a tutti gli animali (i quali invece hanno una certa capacità intellettiva, memoria e un’anima sensitiva), ‘coscienza’ che semplicemente non è altro che lo spirito che ‘vede’ le altre due componenti dell’uomo sul piano materiale e sottile, vale a dire il corpo e l’ anima.
  Nella settima fase si scopre così che la felicità si raggiunge realizzando tutti i valori precedentemente individuati dall’umanità non in forma generica, ma nella misura e nei modi richiesti spontaneamente dal proprio ‘io’. Non esiste perciò più una scala valori a priori uguale per tutti ma in cima ad essa c’è un nuovo valore, supremo: la soddisfazione dell’io in qualunque modo esso si manifesti, sia sul piano fisico che su quello psichico.
  L’aumento di capacità riguarda ora tutte le possibilità della persona, senza limitazioni o sfruttamento da parte del gruppo.
  Il modello di vita consisterà nel realizzarsi pienamente sia sul piano produttivo che su quello fruitivo, nella maggior libertà possibile.
  Segni: dilaga il non-sense in tutte le espressioni di singoli individui o piccoli gruppi nelle arti ( a cominciare dal cubismo e dall’astrattismo) o nella vita (i maudits, gli hippy). Cosa mai accaduta prima, si arriva ad uccidere per impulso irrazionale. Perde quasi del tutto significato il modello di comportamento unitario del gruppo, mentre acquistano valore determinante i modelli di piccoli sottogruppi spontanei ad alta consonanza.

CONCLUSIONI
  In questa rassegna storica sono state individuate e sommariamente descritte le sette fasi dell’evoluzione umana, sul piano dei valori, dalle origini fino ad oggi. Ve ne saranno altre? Per quanto riguarda il mondo tradizionalmente concepito, tenendo presente anche quanto prefigurano le religioni terrestri, molte considerazioni fanno ritenere di no. Su altri piani e in altri mondi, tutto è possibile e se ne riparlerà alla fine della prima parte di questo scritto.

  Sottolineiamo ancora l’importanza dell’evoluzione della conoscenza sulla parte costitutiva della persona umana, che è senz’altro di gran lunga più importante dell’evoluzione sui piani sociale e politico che ne sono soltanto una conseguenza visibile. A tal fine nel grafico successivo schematizziamo il percorso della conoscenza, nel suo processo di analisi, dall’esterno all’interno della persona fino alle sue componenti più intime.    Noteremo infine che l’operazione di analisi dei vari elementi del mondo e della persona non si esaurisce in ciascuna specifica fase storica, ma in essa soltanto ne inizia lo studio con una prima presa di coscienza , continuando poi ad analizzarli con maggior profondità assieme ai nuovi elementi di più recente scoperta. Un esempio è dato dalla civiltà greca aC che ha percepito (non si sa in quale misura autonomamente) le grandi linee di quanto dell’uomo sarebbe poi stato approfondito nei millenni successivi.
  Parimenti i valori e le capacità acquisiti per ultimi non sostituiscono i precedenti ma li conglobano in sé, dando loro un più preciso e ampio significato.
  Tuttavia in ognuna delle sette fasi, soprattutto al suo inizio, ha avuto un certo predominio il valore appena scoperto, fino ad arrivare, in alcuni casi, a veri e propri eccessi. Ciò è dovuto ad un tipico comportamento dell’uomo nel momento di una scoperta. Ad esempio, nell’incipiente settima fase assistiamo a dei veri eccessi nel soddisfacimento degli impulsi irrazionali dell’io, a discapito della razionalità dominante nella fase precedente. D’altra parte i razionalisti della sesta fase hanno avuto il coraggio di svilire completamente la pur fondamentale fase precedente definendola ‘i secoli bui del Medioevo’. E’ come un bambino quando arriva al primo uso della ragione: per mesi non smette mai di parlare e di fare domande (in effetti, si comporta da piccolo ‘illuminista’). Quello della settorialità è un fenomeno comune a tutte le attività umane e solo il buon senso evolutivo lo corregge non con una sintesi ma con l’inserimento in un più grande disegno. Tutte le grandi battaglie tra filosofi e tra scienziati non sono state inutili: l’esperienza ci permette di affermare che quasi sempre nessuno aveva ragione e nessuno aveva torto perché gli oggetti contrapposti non dipendevano dalla loro intrinseca positività o negatività ma soltanto dalle diverse angolazioni con cui ogni oggetto era visto. La volontà di sopraffazione in campo pratico, cioè nella scienza e nella politica, non ha perciò giustificazione: sbaglia chi ridicolizza a causa dell’una e chi addirittura uccide per l’altra.

  Per essere uomini completi occorre adottare tutti i valori scoperti fin dall’inizio contemporaneamente ed armonicamente. Ciò sarà possibile in misura totale e in forma definitiva al termine della settima fase anche se lo è stato, provvisoriamente e parzialmente, nel momento migliore delle più splendide civiltà del passato. La vita è cumulativa e l’uomo non può dimenticare le precedenti esperienze dell’umanità, per la stessa ragione per cui, ad esempio, anche chi utilizza il computer non può non saper fare a mano le operazioni aritmetiche, e nelle discipline olimpiche accanto al tiro con la carabina si mantiene il tiro con l’arco.
  In questo senso si può affermare che tutte le attività umane del passato hanno avuto un valore ‘in sé’ ma anche ‘in quanto’ parti indispensabili di un tutto che si sarebbe completato più tardi. Ciò vale anche per le capacità personali e il modello di vita: da un comportamento iniziale semplicissimo della prima fase come quello di limitarsi ad esistere, si passa al modello estremamente complesso dell’uomo della settima fase che, per realizzarsi, deve acquisire numerosissime capacità fisiche, mentali e psichiche (e non, come sostengono i materialisti, farsi cullare, nell’ignoranza e incapacità, dall’illusione di un progresso tecnologico dispensatore di benessere gratuito).

  Per concludere si noti che questo schema a sette fasi dello sviluppo storico dell’umanità coincide sorprendentemente con lo schema di sviluppo dell’essere umano dalla nascita fino all’età adulta (solo la tempistica appare inversa), come risulta anche dai più recenti studi in materia. Ciò consente di fare un bellissimo parallelismo ‘uomo-civiltà’e di affermare che l’umanità, venuta alla luce alcune decine di migliaia di anni fa, solo oggi e proprio oggi si può considerare quasi completamente adulta e matura per affrontare la vera vita.

L’evoluzione del sistema sociale

  La storia dell’uomo è un susseguirsi di stadi di progressiva autocoscienza e quindi di crescente libertà. Le organizzazioni socio-politiche non sono state che un riflesso, una proiezione sul gruppo di questi stadi di sviluppo individuale: sistemi senza valore intrinseco, quindi, e destinati a cambiare al variare dello stadio di autocoscienza dei suoi componenti.
  Oltre a ciò si ricordi che il sistema sociale si crea prima di quello politico, poiché si basa sul modello di vita e non sulle capacità, ed è (e dovrebbe sempre essere) indipendente da esso, poiché si basa sulle relazioni che si stabiliscono spontaneamente convivendo con altri esseri umani e che soltanto successivamente il sistema politico codifica in leggi.
  Già si è visto come nasce il sistema sociale e quale meccanismo lo governa: esigenza di un’autorità per la scelta del modello di vita del gruppo; identificazione del principio morale con il valore vitale; necessità di intermediari e interpreti tra il popolo e il valore vitale personificato.   Anche il sistema sociale è passato nella storia attraverso sette fasi, che sarà il caso di ripercorrere velocemente.

  Nella prima fase (di cui non si ha alcuna testimonianza archeologica e su cui, quindi, si possono fare soltanto delle congetture sulla base di labili tradizioni orali), poiché il principio vitale è attribuito all’essere, l’autorità morale suprema sarà riconosciuta agli esseri più evidenti nel loro manifestarsi, quali il fuoco e l’acqua nelle loro forme più violente (si pensi ai vulcani, ai fulmini, ai fiumi in piena, al mare in tempesta). Questi elementi sono talmente inaccessibili che occorre per essi un intermediario: questa funzione viene affidata a chi appaia essere, tramite un segno o una prova provenienti da essi (in modo ovviamente fortuito, come l’essere mancato per poco da un fulmine), in qualche collegamento benevolo con tali elementi.
  Pur se in forma rudimentale e in misura molto limitata, nasce all’interno del gruppo la figura del ‘portatore di autorità morale’.

  Quando nella seconda fase (20.000-6500 aC) l’uomo modella il proprio agire su quello animale, il principio vitale è più vicino all’uomo, quindi possedibile da esso anche visivamente e con questo nasce la raffigurazione dell’ente supremo in forme animali, sempre comunque di grandi dimensioni e dall’aspetto terribile (tradizioni orali mediorientali).
  L’intermediario, ancora unico nel gruppo, acquista maggiore importanza e viene individuato sempre da segni casuali.

  Nella terza fase (6500-500 aC) il principio vitale passa all’uomo, ma ancora limitatamente alle sue componenti animalistiche. Il principio supremo viene raffigurato come la massima espressione dell’animalità dell’uomo, attraverso deità dalla figura composta da parti umane e parti degli animali più considerati (dei egizi e loro sacerdoti con maschere rituali nel 3000 aC) e con connotati paurosi (Baal dio della folgore e della tempesta cui si sacrificavano esseri umani nella Palestina ancora nel 1500 aC).
  Permane la scelta dell’intermediario attraverso un ‘segno’, ma poichè ciò deve verificarsi nella sfera umana (quindi è meno frequente e più sindacabile), inizia la trasmissione indiretta dell’autorità morale per cooptazione di nuovi intermediari. Nasce così il sistema della ‘casta sacerdotale’ che detiene e trasmette l’autorità morale senza bisogno, se non in casi eccezionali, di segni dall’ente supremo. La religione si organizza con i primi templi (sumeri nel 5000 aC) e una gerarchia sacerdotale (stele sumera ad Uruks nel 3500) ma rimane sempre molto legata al potere politico (stele babilonese di Hammurabi del 1700 aC).

 Quando l’uomo scopre completamente la sua specifica natura di essere superiore nella sfera biologica terrestre, nella quarta fase, l’ente supremo assume l’aspetto dell’uomo perfetto. Ecco quindi deità che, in una o più individualità, proiettano nel soprannaturale tutte le capacità fisiche e mentali dell’uomo (gli dei greci e, pur se su un piano molto diverso, lo stesso Gesù Cristo).
  Un sostanziale cambiamento avviene anche nella tipologia degli intermediari. Poiché il principio superiore ora non è più un essere estraneo all’uomo ma è simile a lui, il contatto con esso può, anche se raramente, avvenire al di fuori della gerarchia ufficiale. Accade perciò spesso che qualche componente del gruppo si attribuisca da solo autorità morale (gli oracoli), inventando addirittura un proprio dio (alcuni dei romani). In questa fase (quella della scoperta dell’’uomo’) la coincidenza della rappresentatività insieme politica e morale nella teocrazia comincia ad incrinarsi e diventa terreno di contenzioso (periodo da Costantino a Carlo Magno).

  Nella quinta fase (1100-1700 dC) l’ente supremo mantiene caratteristiche antropomorfiche, ma con una caratteristica particolare: è la fonte delle emozioni, la somma della bellezza fisica e morale ( si pensi ai fasti delle corti rinascimentali e delle chiese barocche). La cerchia delle persone che si attribuiscono autorità morale in qualche misura, al di fuori delle gerarchie costituite e a volte contro di esse, cresce sempre di più (congregazioni religiose, sottogruppi eretici) nell’ambito del gruppo.

  Ma una generalizzazione di questo fenomeno si ha soltanto nella sesta fase, con la scoperta del principio logico. L’autorità suprema perde i connotati umani e diviene ragione pura, idea, la fonte della scienza universale. Anche la gerarchia morale autoformatasi nei secoli deve dare ora al gruppo delle prove reali, scientificamente accertabili, della propria posizione di intermediario dell’ente supremo, mentre chiunque si accorga di saper usare bene la ragione si riconosce interprete del principio superiore e dotato quindi di autorità, se non uguale, almeno confrontabile con quella degli altri componenti del gruppo e quindi autorizzata a emettere giudizi e sentenze di qualsiasi tipo, anche capitali (eliminazione fisica di autorità politiche e religiose da parte di esponenti ‘illuminati’).

  Ed infine, la settima fase: il principio della vita è l’io, che si scopre singolo e irripetibile. Ne consegue che ogni io-persona può essere capito e guidato soltanto da se stesso. Perciò se all’inizio dell’umanità il principio superiore era del tutto diverso dall’uomo, se nelle fasi successive era una parte dell’uomo ma raffigurata in un altro essere, ora il principio vitale è ritenuto praticamente insito in ogni singolo uomo e l’esistenza di un ente supremo viene accettata soltanto in una specie di panteismo (prefigurato nel ‘corpo mistico’ dei cattolici e nell’energia universale della New age).
  Non esistono quindi più né gerarchia né intermediari morali, anche perché la vita di ogni persona comune si svolge in situazioni talmente complesse che è molto difficile per un estraneo riuscire a capire i suoi problemi morali. Ognuno si ritiene quindi giudice di se stesso. L’obbligatorietà del sistema sociale e di un modello unico di comportamento, con un’autorità superiore che lo definisca e lo tuteli, scompare quasi del tutto. Al di sopra della moltitudine di opinionisti che vogliono dire la loro su tutto e su tutti, le autorità morali ‘storiche’ sono in difficoltà anche solo ad imporre il principio fondamentale di non danneggiare gli altri.
  E’ da sottolineare come il gruppo, che al suo formarsi ha creato l’esigenza dell’autorità morale, alla fine del processo di sviluppo dell’umanità, (dalla stessa autorità reso possibile) sia giunto ad eliminare tale esigenza e restituisca a ciascuno, diventato adulto, la propria autorità.

  Ovviamente tutto questo si riferisce alla sfera del conoscibile ‘terreno’: le religioni, che in questo campo hanno un ruolo importantissimo ( che non può tuttavia rientrare in questo studio), non cancellano quanto detto finora, ma lo hanno anticipato e lo completano dimensionandolo in una prospettiva ultraterrena.

  Nella sottostante pagina grafica è riassunta l’evoluzione dell’attribuzione dell’autorità morale. In definitiva non viene eliminato il gruppo ‘sociale’, ma il comportamento individuale e i rapporti tra i componenti, che inizialmente erano imposti da poche persone secondo un modello unico e unificante, ora vengono concordati da persona a persona liberamente, secondo il particolare modello di vita di ciascuno, creando, all’occorrenza, nuovi gruppi sociali.
L’evoluzione del sistema politico

  Resta da esaminare la parte più appariscente della storia dell’evoluzione, quella che riguarda i sistemi politici.
 Pur essendo l’aspetto immediatamente più percepibile della vita dei gruppi umani, essi dipendono direttamente dal livello di conoscenza dei suoi appartenenti, che spesso non è ben conosciuto in quanto sotterraneo, ma che a volte emerge anche con violenza . Come il potere politico venga poi legittimato, codificato e anche usurpato e perché abbia assunto a volte nella storia delle forme addirittura mostruose, non ha di per sé un peso sostanziale sulla storia evolutiva.
  Resta da capire esattamente come si sviluppi il rapporto conoscenza-politica, come già precedentemente indicato.
  La conoscenza produce un aumento di vita e quindi si può dire che l’evoluzione sta portando l’uomo a realizzare in misura sempre più completa la sua vita con atti pienamente coscienti e voluti, nell’attuazione progressiva di tutte le sue potenzialità.
  Questo aumento di capacità vitale ha fondamentali conseguenze nel campo dei rapporti politici: crescendo le conoscenze e quindi gli obiettivi concreti, l’uomo è portato ad aggregarsi ad altri per aumentare la propria capacità produttiva in modo da poterli raggiungere. Il controllo su questa capacità di produrre beni e servizi sia primari sia secondari si chiama ‘potere’. La forza di questo ‘potere’ è aumentata enormemente, globalmente considerata, dall’inizio dell’umanità e sembra crescere sempre più velocemente al crescere della scienza e della tecnica. Dimensioni e distribuzione del ‘potere’ politico dipendono dunque direttamente dall’evoluzione dell’uomo e variano al variare della stessa. Per questo i regimi totalitari (nazismo, comunismo) vogliono garantirsi il potere condizionando pesantemente la conoscenza dei cittadini e infiltrandosi nella vita sociale, con il sovvertimento del meccanismo evolutivo che quindi rimane completamente bloccato.
  Anche la storia del potere politico passa attraverso sette fasi chiaramente distinguibili.

  Nella prima fase le conoscenze e quindi le capacità personali sono limitatissime e perciò l’unico bene che l’uomo cerca è la sopravvivenza. Senza grandi capacità individuali, i primitivi affidano tutti se stessi al membro del gruppo di maggior massa corporea affinché possa assolvere il meglio possibile il compito di garantire l’esistenza del gruppo che è molto simile a un branco di animali.
  La situazione rimane pressoché immutata nella seconda fase (20.000-6500 aC), sulla base di un modello di vita animale. Il potere tuttavia comincia ad essere riconosciuto non soltanto al capo dotato di forza ed astuzia di tipo animale, ma anche a qualche altro individuo anch’esso dotato di tali caratteristiche. Si creano le prime collettività organizzate, le tribù.

  Nella terza fase (6500-500 aC) l’attribuzione del potere si amplia ad altri individui ancora, grazie alla loro abilità nel procurare, utilizzare e conservare i beni del gruppo, che sono visti ancora in un’ottica collettivistica. I villaggi sono organizzati e cominciano a diventare complessi urbani (città egizie e sumere). Passando da tribù a popolo, il sistema politico prevede un monarca-imperatore assoluto che assomma potere politico e religioso. Cominciano le guerre tra uomini per superiorità razziale (stele sumera di Girsu del 2500).

  Due importanti fattori nuovi si verificano invece nella quarta fase (500 aC- 1100 dC), ben conosciuta per la scoperta di fisico e psiche.
  Anzitutto, almeno all’interno del gruppo, ognuno si riconosce come ‘uomo’ della stessa natura dei capi, quindi, fondamentalmente, con le stesse capacità e con uguali diritti, anche a una certa quota di potere (si pensi alle singolari ‘repubbliche’ greca e romana).
  In secondo luogo, la vita non consiste soltanto più nella sopravvivenza, ma in un complesso di beni primari abbastanza completo, che va dalla proprietà fondiaria a una certa quantità di materie prime. Su tali basi inizia in questa fase la contrattazione del potere politico tra i capi, ancora necessari, e il resto del gruppo. Il sistema assume la forma di un impero territoriale multietnici, con molti bilanciamenti interni ed esterni (potere morale che cresce separatamente) e una prima suddivisione organica delle responsabilità (sistema feudale).

  Nella quinta fase di conoscenza (1100-1700) l’uomo scopre il valore dei sensi e il sentimento. Per soddisfarli, ora il cittadino tende a trattenere per sé, oltre alle risorse primarie, una certa parte della propria produzione, specialmente nell’attività artigianale, meno soggetta a controlli delle produzioni agricole (regni assoluti nazionali basati su etnia e territorio).

  Nella sesta fase, dominio della ragione, il balzo di capacità dell’uomo è eccezionale, anche grazie alla scoperta di tecniche che moltiplicano grandemente le capacità umane. D’altra parte, il vertiginoso aumento di conoscenza permette di individuare un grande numero di nuovi beni che ovviamente vengono appetiti da ogni componente del gruppo.
  Ognuno terrà dunque per sé il proprio potere, facendo svanire il sistema politico? Non ancora, poiché nel gruppo vi è sempre qualcuno con capacità logiche e ideologiche superiori alla media in grado di individuare meglio i beni adatti al gruppo e i mezzi per procurarseli. A questi ideologi viene dunque delegato il potere, seppur in misura ridotta rispetto al passato. Il sistema tipo è prima il regno costituzionale e poi la repubblica parlamentare nazionale.

  Ma quando, nella settima fase, l’uomo si rende conto che i veri beni sono quelli richiesti dal suo intimo ‘io’, che nessuno all’infuori di lui può capire e tanto meno soddisfare, è chiaro che cessa il meccanismo di identificazione nei capi con delega del potere. L’uomo vorrà per sè tutto il potere che è capace personalmente di gestire: i beni secondari che produce direttamente e la propria parte di beni primari. In questa ultima fase coincidono quindi la massima suddivisione del potere politico con la massima capacità e conoscenza personali.
  Quanto al sistema politico, nessuno di quelli conosciuti è in grado di rispondere a queste nuove esigenze.

  I sistemi politici sono dunque cambiati al variare della conoscenza non soltanto in volume ma anche in qualità: si è passati infatti da una gestione collettiva di beni indifferenziati (fino alla terza fase di natura di natura animale e nelle successive di tipo umano basico) a una gestione sempre più personalizzata di beni di interesse individuale a volte addirittura incomprensibili da parte degli altri cittadini.
  L’evoluzione del sistema politico, di conseguenza, è stata anch’essa un’operazione di suddivisione progressiva tra i componenti dei vari gruppi del potere globale dell’umanità, man mano che esso, partendo da un potenziale teorico, grazie all’aumento di conoscenza veniva prodotto in concreto.
  Nel grafico sottostante una sua rappresentazione schematica.

  Anche se l’uomo della settima fase teoricamente (essendo appena al suo inizio) non ha più necessità di capi, né materiale né psicologica, ciò non significa che non abbia comunque convenienza a vivere in un gruppo, con o senza capi. Ciò per tre motivi: lo sviluppo dell’uomo non è mai totale, per il noto problema del male; il mondo rimane sempre un ambiente difficile che per l’uomo medio è molto rischioso affrontare da solo; gli uomini sono complementari proprio perché diversi. La novità sostanziale rispetto alle sei fasi precedenti è che la partecipazione al gruppo non può essere più obbligatoria, ma sarà del tipo, alle condizioni e nella misura stabiliti o accettati da ciascuno.

  Resta una domanda importante: come mai nella storia alcuni sistemi politici sono stati ritenuti buoni e altri cattivi, alcuni liberatori e altri oppressori?
  Semplicemente per la coincidenza o meno della fase del sistema politico con la rispettiva fase della conoscenza. Se esse coincidevano il sistema era buono, perché toglieva al singolo soltanto la parte di potere che egli non era in grado di amministrare da solo. Se invece la conoscenza e la capacità del singolo passavano, aumentando, ad una fase successiva mentre il sistema politico rimaneva nella stessa fase, allora quest’ultimo diventava ‘cattivo’, perché non lasciava più potere a un individuo più evoluto.
  Tutti i sistemi politici perciò sono stati buoni, relativamente allo loro epoca storica, ma sono diventati cattivi quando hanno voluto esistere oltre il loro naturale periodo vitale. Il sistema politico perfetto non è mai esistito per questo motivo. E’ ridicola, pertanto, la difesa a oltranza che fanno tanti politici delle costituzioni esistenti.

  E’ interessante rendersi conto in dettaglio di come avviene il ricambio dei sistemi politici, (semplificando quello che in realtà è un fenomeno molto complesso) anche perché ne è in arrivo uno dei più importanti della storia umana, molto di più delle rivoluzioni francese, russa e cinese.
  Non considerando l’intervento di forze esterne al gruppo, abbiamo questa sequenza evolutiva: - esistenza nel gruppo di un programma vitale che la gerarchia politica ha consolidato, trasformandolo in ‘ideale’ con forti connotati logici ed emotivi per coinvolgere tutto il popolo a livello mentale e istintivo;
- lento passaggio del gruppo ad un successivo più elevato grado di conoscenza e capacità con la conseguente definizione di un programma vitale diverso;
- il nuovo programma esige legislazione e gerarchie nuove, ma i capi esistenti in genere non si rassegnano a cedere il potere con tutti i suoi interessi ed illusioni; essi cercano perciò di prolungare al massimo il sistema vigente intervenendo: a livello di conoscenza limitando e deformando l’informazione; a livello di modello di vita, controllando più drasticamente i comportamenti esteriori più importanti e invece liberalizzando quelli di minor peso politico; a livello di capacità critica, tenendo basso il livello scolastico, premiando gli incapaci e conculcando i più preparati; a livello di sistema sociale, asservendo o consociandosi le autorità morali; a livello politico, cercando in modo anche illecito di neutralizzare gli avversari più pericolosi e accattivandosi e strumentalizzando le fasce di popolazione meno evolute (che spesso sono gli stessi intellettuali cosiddetti ‘progressisti’ ma in pratica ‘conservatori’ del proprio status); infine, a livello di valore, trasformando l’ideale in mito con sopravvalutazioni astratte e suggestive (proprio per questa esagerazione spesso la popolazione si comporta con grande violenza nel momento della caduta di quello che intanto è diventato un ‘regime’);
- a questo punto il gruppo può avere due tipi di reazione: alienazione o ribellione. Il primo caso, la tipica ‘decadenza’, si verifica quando i politici al potere sono troppo forti militarmente od economicamente oppure quando la maggior parte della popolazione vi è materialmente legata, e la società è in fase morale negativa. Il secondo quando la forza morale del gruppo è in fase positiva. Nella prima ipotesi il sistema cambia in genere per interventi esterni; nel secondo, per moto interno, rapidamente evolutivo o più spesso traumatico.
- ne deriva un nuovo sistema politico, senza dubbio più vicino alla realtà di quello precedente, ma destinato anch’esso a ripetere regolarmente lo stesso ciclo e a scomparire poi nella stessa maniera.
  Appare qui chiaro che le rivoluzioni non si possono fare a bacchetta o in forma permanente, perché nessuno usa la violenza se non c’è, contemporaneamente, da una parte una situazione insopportabile e dall’altra una proposta alternativa. Se manca una delle due condizioni la rivoluzione non ha senso, specialmente se è appena stata fatta.

    Il decorso della storia umana, con i suoi ricambi politici, ma nella continuità sociale, può essere correttamente raffigurato con la stessa doppia elica del Dna: la’pista’ superiore è data dalla conoscenza-sistema sociale, quella inferiore dalle capacità-sistema politico. Se non sono collegate dai filamenti che le tengono unite e insieme distinte (consonanza) quella inferiore può prendere una direzione sbagliata, immettersi in un binario morto o addirittura tornare indietro. Questa visione della storia, già intuita da Giambattista Vico ben tre secoli fa, si basa sulla continuità pur se nella ripetizione, non di contenuti ma di metodo, delle varie fasi a un livello superiore, come da noi sopra prefigurato.

Questa linea elicoidale è chiaramente alternativa alla linea spezzata di tesi-antitesi-sintesi, fasi storiche ipotetiche così care agli hegeliani ma così inesistenti che i regimi neocomunisti le creano artificialmente (antifascismo, creazione di nemici nazionali, demonizzazione di persone, celebrazioni grottesche di eventi rivoluzionari).
  In conclusione, tutti i sistemi politici che non si basano su una conoscenza completa sono instabili, perché anche l’istinto sollecitato dal mito non è in grado di prolungarli più di qualche anno. Soltanto il sistema che si basa solo sulla completa conoscenza, sulla perfetta analisi, ha validità stabile.
  La sua individuazione è proprio l’obiettivo finale di questo scritto.


LA SITUAZIONE ATTUALE

(i dettagli nella seconda parte La critica)

  In quale momento della sua evoluzione si trova oggi l’umanità?
  In linea di massima si può affermare che per i livelli legati alla conoscenza (scala valori, obiettivi-capacità, modello di vita e sistema sociale) è già per un terzo nella settima fase, mentre il livello politico è ancora fermo alla sesta fase, con qualche timido accenno alla settima.
  Il livello della conoscenza analitica del soggetto ‘io-uomo’, cominciato a metà del 1800, è già molto alto, con il concorso di vari fattori: le ricerche psicologiche e psicoanalitiche, seguite da quelle sociologiche; la liberazione della ricerca scientifica dall’accademismo; l’attività artistica specialmente in campo letterario e l’enorme scambio di opinioni ed esperienze individuali realizzato dai mass-media (la stessa televisione da strumento di divertimento sta diventando un vero e proprio studio di psicoanalisi).
  La prevalenza dell’io individuale su valori astratti, seppur umani, come la ragione, determina consciamente o inconsciamente il comportamento di sempre più numerose persone. Ne sono una prova l’enorme numero di ‘beni’ e ‘servizi’ diversi che vengono prodotti e non sono rivolti indistintamente a tutti ma, ciascuno di essi, a piccoli gruppi di persone dalla ben definita fisionomia, diversa da quella dei tanti altri piccoli gruppi in cui si sta scomponendo la società, sulla base di scelte istintive e non di capacità di spesa (basti considerare che oggi sul mercato ci sono oltre 250 modelli diversi di automobili con oltre 2000 ‘personalizzazioni’).

  La soddisfazione dell’io individuale ha messo gravemente in crisi le scale valori tradizionali all’interno dei vari gruppi, con conseguente smarrimento e incapacità delle autorità a mantenere l’unitarietà degli obiettivi del gruppo.
  Per quanto riguarda i modelli di comportamento, la piena libertà di espressione, non solo verbale; la piena disponibilità di se stessi, fisico e psiche, per vivere e per morire; l’esigenza di codificare nuovi tipi di rapporti interpersonali sono conquiste in fase di completamento.
  Ancora più evidente è l’evoluzione a livello sociale.
  La capacità critica, il principio di tolleranza, la posizione esistenziale dello scetticismo hanno ormai sgretolato il principio dell’autorità ufficiale, al punto che sono ancora in pochi a riconoscere a qualcuno il potere di stabilire la validità o meno del comportamento altrui. Si va affermando rapidamente il principio dell’autoregolazione e dell’autogoverno, e addirittura la ‘libertà di insegnamento’ una prima vittoria fondamentale sul mito della ‘ragione’ grazie al quale il controllo della cultura e dell’istruzione era riconosciuto soltanto a uno stato centralizzato e massificatore. Addirittura alcuni centri di potere morale ritenuti comunemente conservatori, come la Chiesa Cattolica, hanno riconosciuto il raggiungimento di un’autonoma capacità morale da parte dei propri fedeli, cui hanno affidato, tramite ad esempio la ‘libertà di coscienza’, una buona parte del potere morale che detenevano.
  Situazione di capacità personali e sistema politico.
  La grandissima maggioranza dei sistemi politici attuali sono ancora nella sesta fase. Ciò dipende anche dal fatto che sono proprio tali sistemi a cercare di frenare, per istinto di autoconservazione e spesso subdolamente, una piena realizzazione delle capacità intellettuali ed operative globali e quindi autonome dei cittadini anche perché non sanno con quale sistema sostituire quello attuale.
  Ciononostante le capacità personali hanno fatto un grandissimo balzo in avanti.
  Per quanto riguarda il sistema politico vero e proprio, la sesta fase ha portato alla coesistenza di tre sistemi politici: il liberale (molto raro e solo parzialmente attuato, da non confondere con i liberali ottocenteschi che erano i cosiddetti ‘borghesi’ liberali verso l’alto ma conservatori verso il basso), il liberal-socialista e il social-comunista. La loro base di partenza è identica: la democrazia, cioè l’identificazione del singolo nel ‘popolo’ e quindi l’affidamento al popolo, nel suo insieme, del potere politico. Di sistemi che abbiano qualche connotazione di liberalismo vero v’è un solo, gli U.S.A., perché contiene numerosi validi riconoscimenti all’autonomia e alla responsabilità individuale ma ancora con alcune fondamentali carenze strutturali. Gli altri due sistemi hanno differenze soltanto quantitative nell’applicazione del principio che più le contraddistingue, il solidarismo. Da valutare a parte il comunismo vero e proprio che più che un sistema è un’utopia che porta alle estreme conseguenze un’intuizione frutto di una ragione in fase adolescenziale (senza dimenticare però che la maggior parte degli ordini religiosi sono delle comunità comuniste: ma sono situazioni, appunto, di un altro mondo).
  I segni evolutivi: per la prima volta da duecento anni i grandi stati-nazione cominciano a riconoscere sostanziale autonomia a singole regioni e a concedere legalità al comportamento di piccoli gruppi finora ritenuti addirittura immorali. Per arrivare ai singoli individui ci vorrà ancora del tempo, ma la strada è già tracciata.

  Il quadro non è assolutamente roseo perché c’è il rischio di un ‘tutti contro tutti’ molto concreto. Il prossimo sistema politico dovrà tener insieme realtà all’apparenza inconciliabili: questo libro è stato fatto non per finalità accademiche ma perché la situazione è veramente tragica. Ma se ne parlerà fra poco.

  Nello schema grafico sotto riportato una stima dello stato di evoluzione comparato degli elementi alla base degli stati attuali.


  E’ da tenere presente che il cammino evolutivo, a tutti i livelli, diventa sempre più rapido, sotto la spinta di esperienze incrociate sempre più numerose e veloci: se ci sono voluti, ad esempio, seicento anni per superare i regni feudali, ne basteranno probabilmente alcune decine per superare i sistemi ‘democratici’.


IL FUTURO

  Si tratta dunque di realizzare il superamento del razionalismo socialista anche nei fatti, a seguito di ciò che è avvenuto spontaneamente a livello di conoscenza, poiché esso sta diventando ormai un abito troppo stretto per l’umanità: il prossimo sistema sarà per l’uomo un vestito da adulto, perché, come si è visto, tutto fa credere che l’uomo sia giunto al termine del lungo processo di sviluppo della conoscenza ‘terrena’, vale a dire del grande ciclo di analisi che gli ha permesso di riordinare il grande ammasso di oggetti sconosciuti che si era trovato di fronte sul pianeta all’inizio della sua storia, sistemandolo pian piano in un immenso casellario in cui a ogni oggetto è stato dato un nome e una definizione (e ciò vale soprattutto per la persona umana).
  Forse per l’umanità sta già iniziando, a livello di conoscenza, un nuovo ciclo, probabilmente un ciclo di sintesi, nel quale essa comincerà a prendere dalle caselle i vari oggetti per costruire con essi le più nuove e imprevedibili entità: l’uomo così da analista-copiatore si trasformerà in sintetista-creatore. Se prima di ora il mondo era il migliore realmente possibile, d’ora in poi le possibilità diventano infinite, sia nel bene sia nel male: il genere umano sta passando da un periodo storico di tipo deterministico a un altro di tipo libero. Finora infatti la scienza è stata più uno specchio che una fucina creativa ed il progresso dell’uomo si è sviluppato, sulla base di necessità immediate, in direzioni più che altro ludico-ripetitive. Ora invece potrà impegnarsi in direzione creativa con espressioni completamente nuove, per giungere alla realizzazione di altri mondi materiali e animali in tutti i loro aspetti, compreso quello genetico (ma non, come oggi qualcuno tenta di fare, trasformando stupidamente dall’interno quella perfetta macchina biologica che è il pianeta Terra, che deve restare esattamente come lo hanno creato un miliardo di anni di evoluzione e che dall’uomo dovrebbe subire soltanto interventi di tipo conservativo, in primis per evitare le conseguenze della legge dell’entropia, vale a dire la degradazione e l’appiattimento dell’energia attiva).
  Che questo ciclo creativo di sintesi stia per iniziare ne abbiamo delle prove concrete, soprattutto in campo scientifico ( si pensi agli ogm, alla bionica e alla cibernetica).
  Quando la fase di analisi sarà compiuta, quando anche all’uomo più limitato o anarchico sarà riconosciuto il potere cui ha diritto, comincerà una fase di sintesi (o di ‘convergenza’, come già indicato da alcuni filosofi moderni) che riguarderà sia le singole persone sia i gruppi. Anzitutto, l’uomo prossimo venturo potrà realizzarsi in modo sempre più ricco e armonico sia sul piano strutturale che su quello funzionale. Tutte le migliaia di potenzialità oggi conosciute del patrimonio genetico e culturale dell’umanità si trovano oggi sparse casualmente e in piccolo numero (un uomo molto poliedrico non raggiunge più di una ventina di abilità diverse) in miliardi di individui differenti: compito del ciclo di sintesi sarà proprio quello di riunirne il maggior numero possibile in ogni singolo individuo, in armonia con la sua naturale matrice genetica e culturale. In secondo luogo, persone indipendenti e autonome ricominceranno a stringere legami sempre più stretti, in perfetta spontaneità e consonanza, per scambi di arricchimento reciproco. I risultati esistenziali sono oggi inimmaginabili e potranno variare da entità multipersonali dai poteri straordinari (possono darne un’idea l’Apocalisse e la Divina Commedia) ad una umanità in completa comunione (anche Marx, nella sua analisi semplicistica, aveva intravisto un’ipotesi di questo tipo).
  Ma tale comunanza, questa volta, non sarà istintiva, ma cosciente, non costretta, ma libera.
  Il grafico seguente può dare un’idea della situazione passata e futura dell’umanità.   
  In esso abbiamo voluto indicare anche una prima ipotesi di ‘homo novus’, già verificabile nei fatti. Si tratta dell’ ‘uomo cosmico’, una categoria in cui stanno entrando già numerose persone attualmente viventi: alimentazione tecnologicamente elaborata, abitazione in edifici strettamente condizionati, attività fisica su attrezzature meccaniche, lavoro svolto prevalentemente da fermi su apparecchiature digitali e telematiche…In un parola persone che si troverebbero a loro agio anche in una stazione spaziale. Soprattutto per la loro mentalità aperta a qualsiasi innovazione tecnologica, culturale e morale con modelli di vita tutti da costruire.
  Esattamente il contrario di quello in cui crede l’’uomo terrestre’ vale a dire l’insieme delle persone innamorate del pianeta Terra che vivono strettamente ancorate ad esso su tutti i livelli, da quello alimentare a quello delle tradizioni e della morale naturale.
  Sono due umanità che è bene cominciare a separare, per evitare che si ostacolino e si sottraggano risorse e vita a vicenda. Ognuna delle due scelga la propria strada: il sistema solare, la Via Lattea sono grandi…

  Può darsi che dai cicli analitico e sintetico terrestri si passi a cicli analoghi in altri mondi fisici, mentali o psichici, nei quali l’uomo si introdurrà in forma progressiva, basandosi sempre sui cicli precedenti.
   Da questo punto di vista l’evoluzione umana avrebbe ancora una lunghissima strada davanti a sé. Infinita, anzi, per chi crede che l’uomo (una degli esseri più completi che si possano immaginare) oltre che dotato di corpo materiale e di anima-energia sottile, abbia uno spirito immortale.

Per quanto riguarda l’immediato presente, non resta agli uomini di oggi che compiere l’ultimo passo dell’evoluzione analitica dando il giusto ruolo ad ogni singolo ‘io’ nell’ambito del sistema socio-politico. Non per nulla l’io è rimasto l’ultimo elemento della realtà da scoprire: esso infatti è l’entità più delicata e per creargli un ambiente vitale che gli permetta di vivere adeguatamente era necessario poter disporre di tutte le altre conoscenze acquisite nel ciclo di analisi.

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