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Perchè e come oggi è realizzabile un sistema politico di base planetario, equo e durevole.

Il Sistema di Base 2° parte - La critica dei sistemi politici attuali

IL SISTEMA DI BASE

Parte Seconda

LA CRITICA DEI SISTEMI ATTUALI

Indice

Premessa

IL POTERE POLITICO
Il fine: il bene comune e i beni individuali
I mezzi: collettivismo e solidarismo
Le formule: Socialcomunismo (uguaglianza assoluta con collettivismo) / Liberalsocialismo (uguaglianza dei diritti con solidarismo)
Le tecniche:  maggioranza democratica / delega rappresentativa / tassazione differenziata / ripartizione produttiva
Il potere politico: conclusioni

IL POTERE MORALE

L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA

IL PROGRESSO: La degenerazione razionalistica della vita / La degenerazione della specie umana / Spreco e degenerazione dell’ambiente / La deformazione sociale del gruppo

LA MISURA DEL POTERE ATTUALE

 

Premessa alla Seconda Parte

  Prima di presentare la proposta del Sistema di base come modello teorico e nelle sue applicazioni concrete, è opportuno esaminare nei particolari le ragioni per cui il sistema politico attuale, nelle due versioni liberalsocialista e socialcomunista (gli Usa, liberalisti puri, e quasi all’eccesso, sono un caso particolare) è ormai superato anche nei fatti.
  La situazione attuale, a grandi linee, è la seguente.
  Da una parte vi è l’uomo della settima fase che ha bisogno, per essere se stesso, del possesso e gestione dei beni naturali e di quelli prodotti in proprio; della completa libertà di comportamento; integrale protezione di sé e dei suoi beni. In poche parole, ma nel loro significato più pieno: indipendenza, libertà e giustizia.
  Dall’altra parte vi sono, invece, sistemi politici che continuano a sottrarre al cittadino il suo potere in misura sostanziale, che qui si può quantificare, per chiarezza, in un minimo del 40% nei paesi più liberali (23% nell’eccezione Usa e pochi altri piccoli paesi), e in un massimo dell’80% in quelli totalitari. Il modo in cui lo fanno è quello tipico della fase della ragione: è lo Stato che stabilisce e realizza il ‘bene’ dei cittadini; che prescrive comportamenti sociali unitari; che amministra la giustizia in termini astratti, anzitutto per tutelare se stesso.
  Gli odierni sistemi politici stanno pertanto ricadendo nell’errore storico dei sistemi che li hanno preceduti: partendo dall’attuazione di antecedenti esigenze reali del gruppo, hanno mitizzato le ragioni che ne erano alla base, ostinandosi a costruire un paese ideale che inevitabilmente è venuto a contrasto con il paese reale, nel frattempo evolutosi ed approdato ad altre esigenze.
   In definitiva, ad un aumento della capacità di vita dell’uomo i sistemi di oggi non fanno corrispondere una maggior disponibilità di risorse da vivere.
  Chi ritenesse superfluo verificare nel dettaglio l’inadeguatezza e la dannosità di tutti gli obiettivi e delle tecniche dei governi attuali, che discendono logicamente da quanto detto finora, può passare direttamente alla Terza Parte di questo studio, La Proposta.

IL POTERE POLITICO

Il fine: il bene comune e i beni individuali

  I fini concreti dei sistemi politici della sesta fase sono contenuti, a differenza delle fasi precedenti, in documenti programmatici e di garanzia chiamati ‘carte costituzionali’.
  L’elemento base che si ritrova in quasi tutte le costituzioni attuali è l’obiettivo del ‘bene comune’, che viene identificato non soltanto in un comprensibile sviluppo del ‘sistema paese’ globalmente inteso, come si è necessariamente fatto fin dall’inizio dell’umanità, ma anche, in molti Stati, nell’indicazione di un pacchetto (nei secoli via via più consistente) di ‘beni individuali’ cui tutti i cittadini hanno diritto.
  In effetti nel concetto di bene comune illustrato nel noto apologo del romano Menenio Agrippa di 2000 anni fa (in cui la nazione era rappresentata come un corpo umano, ogni parte del quale deve svolgere la sua funzione, anche umile, al fine del benessere dell’organismo nella sua totalità) di benessere alle classi più basse del popolo ne arrivava piuttosto poco, per quanto esse vi dessero il maggiore contributo soprattutto con il servizio militare.
  Dall’era illuministica il bene comune genericamente inteso comincia a concretizzarsi per tutti i cittadini in una serie di diritti sia giuridici sia economici ben definiti (voto, uguaglianza, istruzione, salute eccetera), la cui acquisizione da parte del popolo (o della maggioranza di esso, come si vedrà) è favorita non soltanto con agevolazioni e contributi pubblici ma addirittura con la fornitura diretta da parte dello Stato.
  Man mano che questi diritti individuali crescono di numero e in consistenza, il ‘bene comune’ diminuisce di peso nella vita dei singoli cittadini e ciò può essere considerato un bene anche da un punto di vista geopolitico poiché è il binomio ‘bene comune’+’diritti individuali’ che costituisce la pericolosità dei nazionalismi che tante guerre hanno causato in Europa negli ultimi trecento anni.
  Ma nel contempo sono proprio il perseguimento di singoli beni comuni e la loro fornitura ‘pubblica’ che minano le fondamenta dei sistemi politici moderni, poiché oggi ogni singolo cittadino, avendo una scala valori diversa dagli altri perché basata sul proprio ‘io’(come spiegato nella Prima Parte), chiede sempre di più beni ‘personalizzati’, mentre lo Stato, per definizione, non può che fornire beni uguali per tutti.

  Ma oltre a questa contraddizione di fondo, ci sono anche altre considerazioni logiche e pratiche che vale la pena di riportare per sfatare, una volta per tutte, il mito del bene comune.

SITUAZIONE
  Anzitutto, se le costituzioni attuali si limitassero procurare a tutti certi beni essenziali (come i prodotti agricoli, le materie prime, le reti di comunicazione e simili) non sarebbero tanto oppressive della libera individualità di ciascuno (ed è proprio questo l’obiettivo di un nuovo ‘sistema’: creare le condizioni di ‘base’ in cui ognuno poi possa muoversi autonomamente).
  Purtroppo invece le costituzioni moderne riguardano un numero molto grande di beni, in modo che risultano determinate dallo Stato non soltanto le attività primarie ma anche quelle secondarie.
  I cittadini devono quindi progredire nella direzione voluta dal governo e non possono fare diversamente: solo perché una persona nasce in uno stato, questo ritiene che il neonato accetti la sua costituzione, con tutti i doveri e diritti che comporta, senza chiedere minimamente il suo parere. Il nuovo uomo da quel momento prima di essere se stesso è obbligato a diventare un ‘francese’, un ‘polacco’ o un ‘pakistano’ a seconda del paese in cui la sorte l’avrà fatto nascere.
  Il fatto sorprendente è che tutti gli stati danno per normale che ognuno di essi abbia una costituzione diversa e quindi beni comuni diversi, frutto di una indipendenza conquistata spesso con le armi contro ‘lo straniero’. Ma nello stesso tempo non accettano le stesse differenze tra singoli o gruppi di cittadini all’interno di se stessi.
  Inconcepibilmente oggi si assiste addirittura al processo inverso: alcuni politici tentano di realizzare degli utopistici progetti di stati sovrannazionali (ad esempio, secondo alcuni, l’Unione Europea) con unico potere politico centrale, che naturalmente imporrà un bene comune unico a un numero ancora più vasto di cittadini, che però intanto saranno diventati ancora più diversi.
  E’ un chiaro sintomo di razionalismo antistorico e un segno che i sistemi attuali sono entrati nella fase terminale, quella della mitizzazione, e ciò induce a credere che questa manovra unificatrice o quantomeno armonizzatrice tra Stati di sesto tipo sia più che altro la ricerca di reciproco appoggio politico, in presenza di forti spinte delle minoranze interne.

  I singoli individui, anche i più poveri e anche in gruppi omogenei consistenti, non potranno infatti mai essere soddisfatti da un governo razionalistico proprio per ragioni tecniche. Le esigenze personalistiche, in quanto secondarie, non necessarie e quindi contingenti, dipendono dallo spazio e dal tempo, e poiché questi due elementi nella vita di una persona moderna hanno un ritmo di mutamento molto rapido (ad esempio, una persona oggi cambia casa mediamente tre volte nella vita sempre con tipologia e ubicazione diverse), la loro individuazione e soddisfacimento a livello di massa sono praticamente impossibili. Prima infatti che lo Stato riesca a definire una di tali esigenze, elabori uno standard di soddisfacimento, appronti i relativi progetti, avvii la macchina produttiva, saranno passati anni e nel frattempo l’esigenza di partenza si sarà già modificata, rendendo inutile, se non dannoso, il bene prodotto o consigliato dallo Stato.
  D’altra parte lo Stato non può diversificare i beni, neppure per grandi fasce di cittadini, perché altrimenti contraddirebbe il principio di ‘uguaglianza’ che così ottusamente sbandiera.

  Inoltre, garantire tanti beni uguali a tutti i cittadini richiede una programmazione dell’economia a livello di intero Stato, tecnica che continua ad affascinare, grazie alla possibilità di amministrare risorse enormi, anche numerosi politici dei paesi liberalsocialisti. Ed è grave non tanto il fatto che in cinquant’anni non una di queste programmazioni ‘unitarie’ (dall’edilizia alla salute, dalla scuola all’industria pesante) abbia funzionato in maniera degna, quanto i condizionamenti gratuiti e aprioristici che ne derivano ai singoli cittadini e alla loro libera iniziativa. In effetti il rischio (ed anche un certo inevitabile spreco) della libera iniziativa è ancora il prezzo più basso della libertà e di un reale miglioramento della vita. E l’unica programmazione possibile e necessaria è soltanto quella che riguarda i beni primari del pianeta (a cui, per assurdo, oggi non pensa nessun politico).

  La meta ‘sociale’ del benessere psicofisico del cittadino ( la ‘felicità’ che qualche politico preistorico si permette ancora di promettere) è il grande mito del razionalismo socialista, mito che ha i suoi piedi di argilla nel fatto che ‘il cittadino-tipo’ non esiste. Tutti i politici che pretendono ancora di individuare le esigenze dei cittadini in maniera univoca e vogliono dare ad esse delle soluzioni univoche, sono semplicemente, e segretamente, spinti dalla presunzione e dall’ istinto di sopraffazione, anche se appaiono animati dal più ardente amore per l’umanità.

SEGNI EVOLUTIVI
  L’aumento generalizzato e progressivo dell’egocentrismo e dell’egoismo che si constata soprattutto nei sistemi più liberalistici è il segno inequivocabile che l’uomo, acquisite realmente più capacità vitali, ha effettivamente bisogno di più beni personali diversi.
  La diffusione spontanea di beni diversissimi sta a testimoniare l’effettiva differenziazione tra individuo e individuo, e dimostra che non vi è nessun bene o servizio, vuoi primario vuoi secondario, che non possa ormai essere valutato e scelto dal singolo, senza che lo Stato-mamma scelga per lui. Ne è un esempio clamoroso il settore primario della salute: gli Stati europei si ostinano a curare con i farmaci di sintesi chimica, che sono i meno naturali e con più controindicazioni, mentre i cittadini scelgono sempre di più (negli Usa per oltre il 50%) le terapie alternative: erboristeria, omeopatia, agopuntura energetica, ayurvedica, aromaterapia, cristalloterapia….

  Per un sempre maggior numero di persone quindi un ‘modello comune’ di beni individuali, come non ha più grande peso (con la globalizzazione anti-nazionale), se non in termini molto vaghi, lo stesso concetto di ‘bene comune’ in senso stretto. E se una parte del gruppo ci crede e lo sostiene è perché non ha raggiunto ancora un certo plafond di beni soprattutto primari, che d’altra parte non raggiungerà mai con i sistemi attuali, come vedremo parlando della proprietà e della ripartizione produttiva.
  Cosa che accade anche quando il bene comune è rivendicato da frange di parassiti che sperano, senza sforzo se non quello di gridare e lamentarsi, di poter ottenere gli stessi beni che gli altri componenti del gruppo si conquistano con la fatica personale.

CONSEGUENZE
  Cosa accade oggi al cittadino che non concorda con la scelta del ‘suo bene’ fatta dal suo Stato?
  Da un lato, non gli è possibile togliersi dal sistema per una serie di ragioni pratiche: difficoltà economiche per trasferirsi in un altro stato; reddito insufficiente per una vita propria isolata dentro lo stato originario, da solo o in gruppo; ricatto da parte dello stato con la ripartizione produttiva, come si vedrà fra poco.
  Dall’altro, egli non può eliminare l’esigenza oggettiva e l’istinto naturale a vivere in un gruppo con gli stessi obiettivi (consonanza) piuttosto che in un gruppo neutro o che addirittura spinga in direzione contraria (dissonanza).
  Questa situazione frustrante porta spesso la persona ad uno stato patologico a livello psichico e anche fisico, con riflessi negativi su tutta la vita del gruppo in cui pian piano si verificano: sostanziale immobilismo di intere popolazioni, con perdita di avanzamento umano; blocco della evoluzione conoscitiva a causa dello scetticismo; aumento vertiginoso degli squilibri psichici, in primo luogo dell’incomunicabilità; rapido avvicinamento al limite di rottura della tensione sociale.

CONCLUSIONE
  Il bene comune sta diventando sempre più ‘disagio comune’. Forse è proprio il momento di cominciare a parlare piuttosto di ‘base comune’.

I mezzi: collettivismo e solidarismo

  Il fine del bene comune e, insieme, dei beni fondamentali individuali viene perseguito dai sistemi attuali attraverso il collettivismo o il solidarismo, due versioni della stessa tecnica, la prima più rigida, la seconda più elastica.
  Il collettivismo è adottato nei paesi socialcomunisti ( attualmente Cina, Cuba, Venezuela, Zimbabwe…) e consiste nel mettere in comune gran parte (non meno del 90%) delle risorse prodotte e quindi ridistribuirle a tutti in parti sostanzialmente uguali.
  Il solidarismo, che caratterizza gli Stati liberalsocialisti, consiste nel lasciare inizialmente a ciascuno il suo reddito, prelevandone poi una buona parte (dal 35 al 50%) per darla a chi ha meno risorse.
  Entrambi questi sistemi derivano dall’unico principio razionalistico dell’’uguaglianza’, che dal collettivismo è interpretata come uguaglianza assoluta, mentre il solidarismo la ritiene uguaglianza di diritti.
  Esiste anche un terzo sistema, quello liberista puro, con un solidarismo molto ridotto, definibile ‘patriottico’ (tasse vicine al 20%), ma poiché riguarda soltanto gli Usa (5% della popolazione planetaria) non viene qui trattato anche se a volte citato poichè è quello che in molti aspetti più si avvicina al modello politico del futuro da costituire sulle fondamenta del futuro Sistema di Base.

  Si vedrà ora come tale principio di uguaglianza e le sue due interpretazioni non abbiano più alcun fondamento né razionale né storico, e quindi il collettivismo e il solidarismo non abbiano più giustificazione.

La formula del socialcomunismo: uguaglianza assoluta con collettivismo

  Il principio dell’uguaglianza assoluta afferma che tutti gli uomini sono uguali, hanno la stessa scala valori, quindi dovranno tutti consumare gli stessi beni primari e secondari, con le stesse priorità.

RAGIONI
  Il principio dell’uguaglianza assoluta si basa sulle conoscenze del periodo in cui è stato formulato (metà del 1800) conoscenze (e tecniche di indagine) che effettivamente, sul piano scientifico e sociologico, davano gli uomini in grandissima parte uguali, sia per costituzione sia per comportamenti.
  Per ‘costituzione’, perché la scienza era ancora ferma alla anatomia e alla fisiologia di base, nonchè ai primi meccanismi sensoriali, che sono ancor oggi ovviamente uguali per tutti. E anche le capacità intellettive e psichiche erano ritenute uguali per tutti pensando che una adeguata istruzione (all’epoca quasi inesistente) avrebbe eliminato le palesi differenze di partenza.
  Per ‘comportamento’, perché in quel periodo, e in tutti quelli precedenti, gli uomini apparivano estremamente simili nel modo di comportarsi, facendo ritenere che ciò non dipendesse dal rigidissimo condizionamento unitario imposto fino ad allora dal gruppo (per le teste balzane c’era l’eliminazione fisica), ma dalla loro stessa natura.
  Oggi queste conoscenze ottocentesche risultano completamente superate.
  Infatti, per quanto riguarda la costituzione dell’uomo, con le tecniche moderne siamo riusciti a conoscere i suoi elementi più profondi che dimostrano come ogni uomo sia diverso dall’altro non soltanto per tipologia anatomico-fisiologico-sensoriale, nonchè per tipologia intellettiva (diverse combinazioni di intuito-ragione), ma soprattutto sul piano psicofisico e, al limite del materiale, su quello puramente psichico.
  Già i mezzi della sopravvivenza sono diversi da uomo a uomo: si pensi, ad esempio, ai vari tipi di scelte alimentari. Per gli istinti fondamentali poi ognuno ha una sua scala personale di priorità e di modalità di soddisfacimento in rapporto a tutte le variabili che, su vari piani, ne compongono la ‘personalità’.
  Queste variabili, molto schematicamente, sono: somatiche (vari tipi di struttura corporea), fisiologiche (vari tipi di tonìa funzionale), temperamentali (amplissime combinazioni di emotività, dinamicità, reattività, riflessività, nonché variabili minori e derivate), cognitive (grado di attenzione, percezione, intelligenza, naturali ed acquisite, grado di istruzione e di tipo di educazione), espressive (grado di fantasia, creatività ed espressività), operative (capacità manuali ed organizzative), ambientali (influenze reciproche con i gruppi primari, secondari e di riferimento; posizione nel gruppo), esperienziali (esperienze consce e inconsce; abitudini, preferenze ed avversioni; memoria genetica).
  Sono oggi scientificamente accertate decine di variabili (ognuna con la propria gradazione), che costituiscono e quindi influenzano direttamente e fortemente l’io’ di ogni uomo. Combinate variamente tra loro ci danno innumerevoli tipi di personalità , con forti differenze ‘costitutive’. Qualsiasi tentativo di cambiarle provoca infatti delle vere e proprie malattie sia sul piano mentale sia su quello fisico.
  L’unico elemento comune di queste diverse personalità è solo quello puro e semplice del ‘tipo’ di istinti fondamentali (autoconservazione, autoassicurazione, autoaffermazione), perché già la ‘forza’ di ciascuno di essi è diversa da individuo a individuo.
  L’osservazione sperimentale, d’altra parte, ci conferma statisticamente che anche i comportamenti degli uomini vanno sempre più differenziandosi al decrescere delle imposizioni morali ed economiche del gruppo.

  Se dunque il materialismo scientifico dell’Ottocento ha appurato una situazione, il materialismo scientifico di fine Novecento ne ha appurata una di segno opposto, da cui risulta che l’assunto scientifico dell’uguaglianza strutturale e psicofisica degli uomini non ha alcuna consistenza.

   Esaminiamo ora il principio dell’uguaglianza dal punto di vista logico.

  Anzitutto, se fossimo tutti uguali lo saremmo non soltanto nel consumare ma anche nel produrre. E’ lampante invece che ogni uomo ha una diversa capacità di produrre sia nella creatività sia nell’abilità tecnica. E se una persona produce per novanta, mentre un’altra produce per cinquanta, a parità di condizioni, non si vede perché debbano entrambe disporre di beni per settanta.

  In secondo luogo non si può nemmeno dire che bisogna commisurare i consumi non sulla base del valore prodotto ma sulla quantità di energie psicofisiche impegnate nel lavoro, qualunque esso sia (marxismo). Infatti misurare tali energie è impossibile perché l’energia prodotta da una persona dipende fondamentalmente dalla sua volontà che non è scientificamente misurabile. La persona che viene definita parassita è appunto quella che, in moltissimi modi, consuma al di fuori del lavoro la maggior parte delle sue energie fisiche e mentali, facendo invece credere di impegnarle tutte nell’attività lavorativa.

CONSEGUENZE
  Le conseguenze dell’applicazione del principio dell’uguaglianza assoluta sono molto gravi per tutta l’umanità.
  Il miglioramento della persona consiste infatti nello sviluppo massimo delle sue capacità naturali, sia di produzione sia di consumo dei beni. Lo stimolo a questo miglioramento è la differenza tra quanto essa ha e quanto vorrebbe avere. Ma se qualcuno, in nome dell’egalitarismo, dà alla persona beni che essa non si è impegnata a produrre, è chiaro che così la si migliora soltanto nel consumo del bene (ma anche questo spesso non accade) mentre essa rimane come prima in quanto a capacità di produrlo.
  Il collettivismo e il solidarismo, che adottano questo sistema, formano pertanto persone capaci solo di consumare e non di produrre, e sono un freno allo sviluppo della persona, che ne risulta deformata, con tutte le conseguenze di dipendenza e alienazione che ne derivano.
  Il bassissimo livello di creatività, capacità e produttività delle aziende collettivistiche ne è una eloquente dimostrazione. Applicando all’uomo leggi del mondo materiale (uniformità e livellamento) il materialismo socialista ottiene esattamente ed inevitabilmente quello che la legge dell’entropia ottiene nel mondo fisico-materiale, cioè l’appiattimento.
  L’uomo, invece, è una macchina psicofisica meravigliosa che chiede soltanto di funzionare. Un sistema sociopolitico che favorisce la pigrizia va contro natura. Questo è tanto più vero oggi quando, a differenza di quanto accadeva nell’Ottocento, il mondo produttivo richiede operatori che non siano numeri ma persone colte, qualificate e responsabili.

  Notiamo poi che se tutti fossero uguali, non dovrebbero esserci diversità e divisioni tra i cittadini ma un unico grande gruppo umano omogeneo, cosa che non è perché molti di loro si comportano in modo nettamente diverso quando sono liberi di farlo. Questo spiega da un lato la pervicace ricerca da parte dei socialcomunisti della unità a tutti i costi, bandiera sotto cui riunire i ‘partiti democratici e antifascisti’, le ‘masse operaie’ di ottocentesca memoria e galvanizzare il ‘popolo’; dall’altro la fortissima disciplina che fa rigare diritta la popolazione dei regimi comunisti. L’imposizione dell’uguaglianza e dell’unità richiede infatti l’applicazione costante e totale della tecnica dell’epurazione, cioè che venga isolato, rigenerato o anche eliminato chiunque non si comporti come gli altri, considerato un anormale ‘storico’. Non è vero che i collettivisti sterminatori di milioni di uomini sono dei mostri sanguinari: sono stati e sono invece delle persone molto logiche che hanno avuto il coraggio di applicare fino in fondo le idee in cui credevano. Infatti, se tutti gli uomini sono uguali, che differenza fa se ce n’è qualcuno in meno? Si evitano semplicemente disturbi e deviazioni al progresso delle ‘masse’, che sono quelle che fanno la storia!

  L’ultima carta che i socialcomunisti, terrorizzati dal vedere che più passa il tempo più i cittadini dei paesi occidentali, invece di assomigliarsi, si differenziano, hanno concepito per riportarli alla ’unità’ e ‘normalità’ dell’uguaglianza è il ‘melting pot’. Considerando, segretamente, i loro concittadini dei degenerati, stanno favorendo l’arrivo dal resto del mondo di decine di milioni di persone di tutte le razze destinate a creare l’uomo ‘nuovo’ (e ovviamente ‘standard’) del futuro, con lo stesso indefinito colore della pelle e le stesse idee nella mente: un minestrone multietnico in cui il potere potrà girare il proprio mestolo a piacimento per mantenere sempre una cultura cosmopolita, confusa e, appunto, indifferenziata.

  Sembra strano, ma i socialcomunisti hanno sempre bisogno dei poveri. Quando non ci sono quelli veri ci pensano loro a creare dei poveri ‘mentali’ instillando nei ceti medio-bassi insoddisfazione per la propria condizione, avidità e invidia verso i cosiddetti ‘ricchi’. Non si rendono conto che la grande maggioranza della gente, anche materialmente povera, ha dignità e consapevolezza dei propri limiti e queste loro operazioni (finalizzate solo ad aver qualche posto in più in parlamento) servono solo a far nascere e crescere l’odio e, a volte, la violenza, nelle persone mentalmente più deboli, mentre la gente comune continua a puntare all’essenziale, ai beni adeguati a se stessi che non sono soltanto beni materiali: i figli, il rispetto degli altri, le amicizie, la religione, l’associazionismo, qualche hobby e soprattutto la soddisfazione di raggiungere questi obiettivi con le proprie forze (è questa la vera felicità, dicono gli psicologi).

  Oltre a richiedere uno statalismo monolitico e onnipresente per ogni iniziativa, anche la più banale, il socialcomunismo comporta una buona dose di schiavismo nei confronti delle persone più dotate e dinamiche, che non può permettersi di lasciarsi sfuggire, pena il blocco dell’apparato produttivo. I metodi sono diversi ( a cominciare dalla sempre efficace sigillatura delle frontiere), ma il più efficace e sottile è senza dubbio l’’educazione statale’ sostenuta con forza anche nei paesi liberal-socialisti.
  Ben sapendo che la personalità si forma nei primissimi anni di vita, il regime favorisce con ogni mezzo (asili nido, scuole a tempo pieno, associazionismo controllato) il distacco dei figli dai genitori subito dopo la nascita. Riesce così a creare delle personalità bisognose di affetto che potranno trovare una compensazione soltanto nelle strutture sociali dello Strato. Alla equilibratissima dialettica amore-odio (sulla base della somiglianza) della famiglia che crea piene e armoniche personalità autosufficienti, viene sostituita la dialettica egoismo-altruismo (sulla base della funzionalità) del gruppo che crea personalità di ruolo.
  A questo punto, creando personalità diverse a seconda della necessità del gruppo, il socialcomunismo non è neanche più egalitario, ma soltanto totalitario, impegnato unicamente al progresso del gruppo globalmente inteso: comunismo e fascismo sono in realtà la stessa cosa, sia nei fini sia nei mezzi. Si distinguono soltanto perché il fascismo è limitato ad una singola nazione, mentre il comunismo si estende a tutta l’umanità, pur se astrattamente intesa. A pagare per l’uno o per l’altro è sempre comunque il lavoratore onesto e capace. Non deve quindi stupire il fatto che comunismo e fascismo si odino e si combattano a vicenda: ognuno di essi lo fa soltanto per eliminare un pericoloso concorrente diretto e per crearsi un valido alibi nell’opinione pubblica. Proprio i totalitarismi del 20° secolo hanno dimostrato che è impossibile ‘formare’ un cittadino secondo un modello predefinito: dopo ben 70 anni di assoluto dominio educativo e informativo, al crollo del regime comunista in Russia la gente ha ripreso a pensare e comportarsi più o meno come prima.

  Per quanto riguarda poi la teoria e la pratica economica collettivistica la loro insufficienza è evidente non tanto per i loro ricorrenti fallimenti, quanto soprattutto perchè non nascono da uno studio tecnico-scientifico (peraltro impossibile nell’Ottocento) ma sono la rozza applicazione anche all’economia del principio dell’uguaglianza con il livellamento forzoso dei redditi mediante la confisca del profitto (e, in particolare, del cosiddetto ‘plus-valore): qualche individuo guadagna più degli altri? Ciò non è ammissibile, perché tutti devono essere uguali!
 Ecco un esempio lampante di come la ragione, il mito della sesta fase di sviluppo umano, sia giunta persino a negare la realtà dei fatti. Istinti naturali, come quello di realizzare un progetto personale e quello della ricerca del profitto (che è un fatto ‘tecnico’, non ‘morale’), sono cancellati da una presunta intuizione e ciò che dovrebbe essere una convenzione umana liberamente modificabile (tra produttore e consumatori, tra imprenditore e prestatori d’opera) viene trasformata in legge coercitiva e immodificabile (eliminazione del profitto).

CONCLUSIONI
  In definitiva, l’io’ si conferma quello che realmente è: un quid irripetibile, incomprensibile e incoercibile, e che deve pertanto essere lasciato vivere per proprio conto e secondo le proprie possibilità reali. Altrimenti si finirà per distruggerlo e allora sì avremo una società di eguali: non si tratterà però più di uomini, ma di robot!
  D’altra parte il principio dell’uguaglianza non va negato nella sostanza più profonda, nel senso di una vera giustizia di fondo ( e qui va dato atto al comunismo di essere stato una tappa fondamentale nel riconoscimento del valore dell’uomo), ma va delimitato in base alle conoscenze più recenti, come è accaduto per i valori scoperti nelle fasi storiche precedenti. Esso esprime l’esigenza di dare a ciascuno una parte del potere che prima era detenuto da piccoli gruppi, ma è male interpretato quando con esso si vuole determinare la misura di tale potere, non limitandosi a fissare un minimo, come sarebbe corretto, ma stabilendolo uguale per tutti. A ciascuno il potere senza privilegi, sì, ma il ‘suo’ potere, cioè quello che effettivamente produce.

  L’uguaglianza è uno di quei grandi principi, come la libertà e la giustizia, che hanno una importanza fondamentale per la vita dell’uomo ma sono difficili da capire e soprattutto da gestire: nelle mani di persone ignoranti e intellettualmente limitate, per quanto oneste, invece di strumento di miglioramento diventa un’arma letale. E’ il caso delle formazioni socio-politiche (e terroristiche) neocomuniste, affascinate dal ruolo storico del comunismo nella redenzione dell’uomo lavoratore, ma che non hanno la capacità mentale di passare dalla semplicistica visione di un unico ’uomo’ astratto (che si incarnerebbe in individui tutti uguali) alla comprensione della molteplicità di individui-persone realmente esistenti. Purtroppo i comunisti (che peraltro sono persone spesso degnissime) sono tali perché vedono la realtà in modo infantile: per loro la società rimane costantemente una favola in cui essi sono sempre Cappuccetto rosso e tutti gli altri sono sempre dei lupi cattivi.

  Se il materialismo cosiddetto ‘scientifico’ fosse coerente con le nuove conoscenze sull’io’ dovrebbe essere il primo a ripudiare la teoria dell’uguaglianza assoluta e il conseguente collettivismo. Per i comunisti ortodossi sembra invece che la scienza si sia fermata alla morte di Marx.

La formula del liberalsocialismo: solidarismo-uguaglianza dei diritti

  Nei paesi liberal-socialisti, poiché la popolazione è più evoluta e non può non constatare la differenziazione tra uomo e uomo, il principio razionalistico della uguaglianza assoluta, seppur accettato, viene ridimensionato a quello della ‘uguaglianza dei diritti’, che si materializza nel ‘solidarismo’.
  In pratica si riconosce che gli uomini sono diversi, ma hanno diritto comunque a beni, se non proprio uguali, almeno confrontabili, e se un cittadino non riesce ad ottenerli da solo ‘deve’ essere aiutato dagli altri ad averli. Vi è sempre una scala valori unica, ma la sua realizzazione è subordinata in parte all’impegno personale.
  Ora, è chiaro che tutto quello che in questo principio si richiama alla uguaglianza non ha valore, per quanto dimostrato parlando del collettivismo. Resta da capire il perchè dell’aiuto obbligatorio a favore di chi ha meno beni.
  Il solidarismo sarebbe infatti accettabilissimo, pur se rozzo e incompleto, per i beni primari necessari alla sopravvivenza. Ma in base a quali ragioni sarebbe valido per i beni secondari, quelli liberamente prodotti dagli uomini per il miglioramento della loro esistenza?

RAGIONI
  Che non vi sia alcuna ragione basta a dimostrarlo la logica. I beni secondari sono facoltativi, perché non sono direttamente necessari per vivere (reddito minimo 7.500 euro annui), ma solo per vivere meglio. La loro produzione è quindi libera. Ora, se chi produce un bene secondario per sé è obbligato dal solidarismo coercitivo a produrne anche per altri, tale produzione da facoltativa diventa, per la persona capace, obbligatoria e con ciò si commette un sopruso contro natura.
  Perciò i casi sono due
- o chi reclama dagli altri il soddisfacimento delle proprie esigenze non ha quello che gli spetta di diritto, e allora non è un problema di solidarietà, ma di ristabilimento della giustizia;
- oppure non gli spetta di diritto e allora il solidarismo non può essere obbligatorio.
  Nei sistemi attuali ci si danneggia a vicenda in mille modi e si reclama il solidarismo, di per sé immotivato, per riparare tali danni: non sarebbe più logico fare in modo di non danneggiare gli altri e lasciare facoltativo fare del bene? Non si può continuare a sopperire con il solidarismo alla mancanza di giustizia.

  Per capire meglio il concetto, occorre trasferirsi in una scena immaginaria, per una prova teorica ‘comportamentale’. Due naufraghi approdati su un’isola deserta, decidono di spartirsela in due parti uguali e di viverci ognuno per conto proprio. Se un giorno uno dei due non riesce a trovare la soluzione di un problema tecnico, come la costruzione di un utensile, e si rivolge all’altro per un consiglio, è questi obbligato a dare al vicino la soluzione del problema? No, è la risposta ovvia. Se poi uno dei due si ammala, è l’altro obbligato ad assisterlo? La risposta è sempre la stessa: no, non ne ha il dovere (ne avrebbe la convenienza, instaurando un sistema mutualistico, ma soltanto se lo volesse).
  Pertanto se l’uno non ha il ‘dovere’, l’altro non ha il ‘diritto’ ad avere nessuno dei beni che nelle società moderne (scuola per dodici anni, assistenza sanitaria totale, casa confortevole, buon lavoro sicuro…) sono dai politici generosamente riconosciuti come ‘sacrosanti diritti’. Se qualcuno volesse sostenere il contrario, basterà fargli notare che egli si sta in pratica smentendo da solo: quale cittadino occidentale che riceve i ‘doverosi’ aiuti dei suoi concittadini più capaci, sta a sua volta ‘doverosamente’ aiutando gli abitanti dei paesi sottosviluppati che hanno un reddito venti volte inferiore al suo, pur essendo anch’essi uomini a tutti gli effetti? Se dunque questi interessati ‘solidaristi’ non fanno nulla (dovrebbero come minimo rinunciare a metà del proprio reddito) per i diritti di certi uomini, solo perché distanti e sconosciuti, come possono rivendicarli per sé, come dovuti, all’interno del proprio Stato?
  Nessuno perciò ha il diritto di costringere gli altri ad aiutarlo anche nei casi più gravi, date ovviamente certe basi di autosufficienza: la solidarietà pertanto, se può essere comprensibile per gli stretti beni primari, non può essere obbligatoria per i beni secondari.

RAGIONI
  L’attuale dilagare dei diritti sociali ha tuttavia più di una spiegazione.

  Ve ne è anzitutto una di natura sociologica. Gli Stati nazionalisti, dandosi modelli e obiettivi unitari, non hanno potuto fare a meno di darsi una ‘personalità nazionale’ nella quale i cittadini, in attesa di averne una propria, si sono identificati.
  Ciascuna nazione è diventata così un’unica grande ‘persona’, alla realizzazione della quale sono stati obbligati a collaborare tutti i cittadini ognuno dei quali si sente una parte differenziata e integrata dell’organismo nazionale. E’ chiaro che quando questa grande ‘persona’ (il ‘grande corpo’ di Menenio Agrippa) comincerà a stare bene, anche la più piccola parte-individuo di essa, che ha contribuito a ciò, pretenderà una quota di questo benessere (basti pensare alle rivendicazione dei reduci di guerra che hanno portato al fascismo e al nazionalsocialismo). Questa è l’origine storico-sociologica di un tipo di rivendicazione di diritti che possono avere valore non assoluto ma soltanto relativo all’interno di ogni singola nazione e soltanto dopo il superamento di periodi critici. Resta comunque un fenomeno confuso, non cosciente e destinato a scomparire al dissolversi degli ‘ideali’ nazionali.

  La seconda spiegazione è di tipo morale-culturale.
  Tutto è cominciato con la famosa frase del Vangelo ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’. Con la diffusione del Cristianesimo questo precetto è entrato nel patrimonio culturale dei popoli europei, che l’hanno praticato, spesso ipocritamente, anche a livello politico. Lungo i secoli la prassi ‘caritativa’ è diventata un fatto ereditario, anche nei sistemi politici dichiaratamente anticristiani come quelli della sesta fase, paladini del laicismo vale a dire della separazione della politica dalla religione.
  In questa situazione vi sono due fatti assurdi.
  Il primo è che, mentre accettare il Cristianesimo, e quindi il dovere della ‘carità’, non è un obbligo, il solidarismo politico è un dovere per il solo fatto di vivere in uno stato socialista.
  Il secondo è che, mentre nel Cristianesimo il solidarismo è giustificato da principi superiori di natura soprannaturale, il solidarismo dello Stato razionalista dovrebbe almeno avere una base logica, che invece non c’è come poco sopra dimostrato. Quando è imposto, fare del bene non è più amore, ma diviene profonda ipocrisia, che deforma sia chi dà sia chi riceve.
  Che il solidarismo sia di derivazione cristiana e non frutto del progresso civile è dimostrato anche dall’assenza di questo istituto sociale in civiltà progredite come e forse più di quella europea, ma non cristiane, come la indiana, la cinese, la giapponese, dove da sempre la giustizia viene prima della socialità.
  E qui non si può non sottolineare il penoso tentativo dei socialisti di realizzare una società praticamente cristiana, utilizzando però la forza invece dell’amore e della fede e togliendole contemporaneamente Dio, l’unica e insostituibile ragione di tale modo di convivere. Non a caso il socialismo è nato nella Francia geniale, si è trasformato in teoria totalitaria nella Germania razionalista, ma è diventato mito attuandosi concretamente soltanto nella mistica Russia.  
  Probabilmente questo pseudorazionalismo ateo (divenuto a sua volta una religione con le sue gerarchie, le sue cerimonie e le sue guerre sante) è il più grande tentativo di risolvere il problema del male sulla Terra senza l’intervento di forze metafisiche, la più grande sfida della presunzione umana al soprannaturale: fare ciò che Dio vuole, una società perfetta, ma senza di Lui.

  Più prosaicamente, per i politici ‘socialisti’ il solidarismo è un ottimo sistema per poter realizzare i propri sogni di giustizia universale non con l’impegno diretto delle proprie risorse, ma con i soldi altrui, presi con la forza, ed essere poi per questo riconosciuti benefattori dell’umanità.

  Vi è tuttavia una spiegazione ancora più profonda e quindi più vera dell’affermazione dei diritti da parte degli uomini d’oggi. Essi sanno che non possono non avere qualche diritto per vivere e quindi, in attesa dell’avvento di un sistema più giusto ( che è prefigurato in questo studio), cercano di ottenere qualcosa dal sistema per mezzo di artifici come i ‘diritti sociali’. In questa ottica, il solidarismo è un meccanismo pseudo-morale per il recupero del potere individuale, e in quanto tale lascia alla radice le cose come stanno, con il rischio di creare , con la mitizzazione dei diritti stessi, delle insanabili tensioni fra i ceti sociali.

CONSEGUENZE
  Le conseguenze del solidarismo sono, pur se meno accentuate, più o meno le stesse del collettivismo, in un quadro comunque molto più confuso, poiché il socialismo tenta di salvare ‘capra e cavoli’, cioè libertà e solidarismo, di per sé inconciliabili.

  A differenza dei regimi comunisti, in cui ogni cittadino è fortemente responsabilizzato, in quelli liberalsocialisti il solidarismo è fonte di una generale e spesso sfacciata deresponsabilizzazione proprio nelle fasce più basse della popolazione, un tempo la più rispettosa e meno pretenziosa. Basti come esempio questo caso eclatante: in una trasmissione televisiva una giovane donna, spalleggiata dalla conduttrice, si lamentava di ricevere pochi aiuti sociali perché le era difficile allevare tre figli piccoli: solo un accenno al fatto che la signorina in questione aveva voluto scientemente i figli, al di fuori di qualsiasi vincolo legale, da tre uomini diversi che erano spariti dopo l’evento e dai quali lei e la società non avevano preteso nulla.
  Il solidarismo, oltre a scoraggiare il miglioramento personale, pone un grosso freno al progresso in generale. La ridistribuzione forzosa del reddito infatti deprime la voglia di fare delle persone più creative e dinamiche, che in realtà fanno già tantissimo per la società anche senza versare un soldo semplicemente creando occasione di lavoro e possibilità di buoni redditi per milioni di concittadini meno intraprendenti (gli antichi ‘servi della gleba’). A ciò si aggiunge l’asfissia di un sistema di autorizzazioni, vincoli, intromissioni, presunzioni, controlli e lungaggini che aumenta al crescere delle spese ‘sociali’, tra le quali lo stesso apparato pubblico che deve crescere sempre di più.

  Se nel collettivismo soltanto lo Stato ha dei diritti, nel solidarismo invece i diritti dilagano a favore di tutti, favorito dal sistema elettorale: qualsiasi gruppo abbastanza forte all’interno dello Stato può usare la forza dei suoi voti per soddisfare i propri interessi a spese della collettività, facendoli passare per ‘sacri diritti’.
  Per questo motivo i partiti politici non sono più correnti ideologiche ma dei puri e semplici gruppi di interesse che coprono sotto un velo sociale un indegno computo e commercio di ‘pacchetti’ di voti per raggiungere il potere e spendere cifre enormi. Ma così si creano dei cittadini non solo irresponsabili, ma anche sopraffattori e spesso persino violenti, perché quello che dovrebbero conquistarsi con il proprio impegno si rendono conto di poterlo ottenere con una chiassata di piazza o con scioperi ‘selvaggi’.

  Il solidarismo nel campo morale ha creato un altro mostro, il cosiddetto ‘permissivismo’ che non è altro che la ridistribuzione del male: il male morale fatto da qualcuno deve essere pagato dalla società cioè da tutti. Questo è un ostacolo ancora più grande allo sviluppo della persona umana, in particolare della sua coscienza, oltre ad essere oltremodo ingiusto per le persone oneste, che faticano non poco per esserlo. Solo chi ripara personalmente il danno fatto può rendersi conto della gravità dello stesso. La stessa morale cristiana dice prendi la ‘tua’ croce. E’ questo solidarismo morale una delle principali cause della evidente e generalizzata decadenza morale dell’Occidente liberalsocialista, che ha dilapidato in pochi decenni un eccezionale patrimonio di moralità popolare faticosamente creato in decine di secoli.

  Infine, è da notare che il solidarismo obbligatorio senza limiti ma soltanto nei confronti dei propri concittadini porta a delle situazioni tragicamente grottesche: come si può accettare che nei paesi progrediti i cittadini siano obbligati a contribuire alle altissime spese per assistere e curare inutilmente malati terminali, quando nel mondo ci sono decine di milioni di persone che muoiono perché, non per colpa loro, non dispongono dei più semplici farmaci salva-vita?

  A questo punto occorre riconoscere che il solidarismo, nato come mezzo per una più giusta ridistribuzione delle risorse, diviene un alibi per non ridistribuirle affatto alla maggior parte della popolazione che non fa parte di gruppi prevalenti, dentro e fuori i singoli Stati.

Le tecniche: maggioranza / delega / tassazione / ripartizione produttiva

  Il raggiungimento del ‘bene comune’ si realizza attraverso una struttura di potere politico-amministrativo che opera principalmente con quattro strumenti tecnici: le decisioni prese a ‘maggioranza democratica’; la ‘delega’ rappresentativa del potere individuale; la tassazione differenziata in base al reddito; la ripartizione delle attività produttive.
  E’ il caso di esaminarli uno per uno, dimostrandone l’inadeguatezza per l’umanità attuale.

Le tecniche: La ‘maggioranza democratica’

  Il ‘bene comune’ nei sistemi attuali è determinato soltanto dalla maggioranza cosiddetta ‘democratica’ (cioè ‘del popolo’) vale a dire da una parte soltanto dei cittadini che è stata stabilita nel 50%+1. Pertanto, su 100 cittadini 51 comandano e gli altri 49 devono subire, per dettato costituzionale, senza avere al possibilità di far accettare la loro opinione.
  Indubbiamente, questo è un sostanziale miglioramento rispetto ai precedenti sistemi politici, in cui il potere era esercitato da piccoli gruppi o addirittura, andando indietro nel tempo, da una persona sola.
  Ma le esigenze di oggi sono molto cambiate, come abbiamo constatato, e anche il sistema maggioritario appare ormai inadeguato. E’ assurdo infatti che la minoranza, che molto spesso è costituita da decine di milioni di persone, sia costretta a seguire i modelli di comportamento e gli obiettivi vitali della maggioranza. Ma è addirittura grottesco che essa sia costretta a finanziare, con le tasse, quello che ritiene sbagliato, e contemporaneamente a rinunciare alla realizzazione dei propri obiettivi.

RAGIONI
  Più che delle ragioni sono dei puntelli: in campo scientifico, il principio delle probabilità; in campo pratico, il principio della convenienza e il principio della prevalenza del più forte.

  Dal punto di vista scientifico la legge della maggioranza non ha senso. Accampare la sua validità sul piano probabilistico è puerile: secondo il calcolo combinatorio il 49% e il 51 % hanno più o meno le stesse infinitesimali probabilità (trattandosi di grandissimi numeri) di essere veri o falsi; la probabilità comincia ad avere qualche valore soltanto oltre il 90%. E questo è confermato anche dalla vita di tutti i giorni in cui non di rado capita che su dieci persone 8 abbiano torto e 2 sole abbiano ragione.
  Più in generale in campo scientifico una legge è valida se, a parità di condizioni, un fenomeno si ripete sempre e sempre nello stesso modo, cioè il 100% delle volte. Non esiste una legge ‘probabile’: o è valida o non è valida. Lo stesso dovrebbe valere per gli uomini, se si vuole dare ‘scientificità’ alla democrazia: una legge del parlamento dovrebbe essere approvata con il 100% dei voti e non con il 51%. La legge della maggioranza in politica non ha quindi presupposti scientifici.
  L’incongruenza della legge della maggioranza è stata giustamente percepita, nel loro lucido estremismo, dai sistemi socialcomunisti che non ammettono la legge della maggioranza semplice, ma soltanto quella della unanimità (cosiddetta ‘bulgara’), perché ritengono, molto coerentemente, che se una cosa è vera deve esserlo per tutti, senza discussioni.

  Ma se teoricamente non è accettabile il principio della maggioranza, lo sarà almeno in pratica? No, nemmeno per convenienza. Si potrebbe dire, infatti, che, se non è giusto, sia almeno più conveniente (e perciò più giusto ‘in pratica’) che sia la maggioranza del gruppo a decidere sull’uso dei beni disponibili, piuttosto che ne tocchi una parte insufficiente a tutti . Ma se questo può valere per i beni primari, non si può accettare per i beni secondari (come si è dimostrato parlando di bene comune), mentre è proprio su questi che puntano gli attuali sistemi. La convenienza non può cambiare la natura delle cose: la maggioranza che rende obbligatorio finanziare da parte dei cittadini di minoranza a favore di quelli della maggioranza dei beni che di per sè sono facoltativi pretende di legalizzare un sopruso continuato che non è assolutamente accettabile.

  Da dove nasce dunque questa formula dei 50+1? Duole dirlo, ma la legge della maggioranza, non è altro che l’edizione moderna della legge del più forte, la legge della pura e semplice violenza. Ecco il racconto della sua genesi. Quando gli uomini si confrontavano, nelle prime fasi di sviluppo dell’umanità, soltanto su un piano animalistico, era effettivamente la forza fisica che dominava, sia sul numero sia sull’astuzia. E le leggende sulle imprese incredibili, contro tutto e contro tutti, di uomini dotati di un fisico eccezionale ce lo confermano. Ma con le prime scoperte tecniche di rilievo, in particolare delle armi da fuoco, la prevalenza della forza fisica è scomparsa poiché gli strumenti tecnici rendevano uguale per chiunque la capacità di offendere. In queste condizioni di sostanziale parità offensiva negli scontri armati (fino agli inizi del Novecento), poiché ciascun combattente aveva pari capacità dell’avversario, teoricamente (e molto spesso realmente) era in grado di vincere il gruppo più numeroso, di cui poteva restare in vita la parte dei combattenti ‘in più’ degli avversari.
  La conclusione è ovvia: vince chi è più numeroso, non chi dispone di individui fisicamente fortissimi ma in piccolo numero. Non è forse vero che per tutto il Settecento, l’Ottocento e gli inizi del Novecento la forza di una famiglia e di una nazione era il numero dei suoi componenti? Ed è proprio in quel periodo che la politica ha adottato questa ‘tecnica’ di decisione popolare. Ecco l’essenza della legge della maggioranza: semplice riedizione della legge del più forte, forza non più bruta ma numerica.
  Associandolo ad altre considerazioni sulla vita sociale, già precedentemente enunciate, i teorici razionalisti hanno trasportato sul piano teorico questa primitiva legge esistenziale, facendone una regola, quella della ‘maggioranza’, valida di per sé e indiscutibile, evitando così alle popolazioni di scendere sul campo di battaglia e fare la conta dei sopravvissuti ogni volta che ci fosse da prendere una decisione. Cosa che d’altra parte è accaduta spesso nella Sesta fase, forse per verificare di quando in quando se ancora il principio fosse ancora valido! (E in effetti una scelta maggioritaria può essere ancora accettabile soltanto per problemi di vita o di morte, come in guerra).
  La sopraffazione che viene esercitata ogni giorno nei parlamenti ’democratici’ è la stessa che ha spinto per migliaia di anni i vari popoli a combattersi gli uni contro gli altri: cosa c’è di più semplice del conquistare i beni naturali e le capacità produttive di un altro popolo per fare stare meglio il ‘proprio’ popolo?

  Ora però questa ‘legge del più forte’ numericamente non è più valida, anche per due ragioni di carattere pratico.
  La prima è che, come si spiegherà nella terza parte di questo scritto, oggi la forza non risiede più nel numero ma nella tecnologia, gestibile anche da parte di poche persone.
  La seconda è che l’uomo attuale è abbastanza adulto e cosciente per capire che non è più possibile basare i rapporti tra gli uomini sulla pura forza sia essa fisica, numerica o tecnologica: è un atto di violenza, indegno per l’uomo evoluto, e lo saranno anche tutte le operazioni che esso richiede, in primo luogo il voto. In effetti, adesso possiamo spiegarci perché il voto è segreto: proprio perchè, tendendo a costituire una maggioranza, è un atto di sopraffazione, di cui con la segretezza evitiamo, vergognandocene inconsciamente, di pubblicizzare la precisa identità.

CONSEGUENZE
  Appena alcuni gruppi di cittadini si rendono conto che, aggregandosi, possono raggiungere il 51% dei voti e quindi fare quello che gli pare a spese degli altri (soprattutto in presenza di carte costituzionali vaghe), di questa democrazia una nazione muore.

SEGNI EVOLUTIVI
  Oggi ci sono segni rilevanti ed inequivocabili dell’insofferenza verso la legge della maggioranza.
 
  Anzitutto le minoranze non hanno più voglia di attendere il loro turno per comandare. Nascono così le ‘opposizioni’ extraparlamentari, sia in forma legale che illegale. La forma legale si realizza principalmente in dimostrazioni pubbliche, scioperi ‘civili’ (come digiuni, scioperi fiscali eccetera) e in sabotaggi economici. Con le prime si cerca di far sopravvalutare il numero degli oppositori con grande rumorosità e disordini di piazza. Con i secondi si cerca di arrestare, con vari tipi di sciopero ‘politico’, la macchina produttiva nazionale.

  La forma di reazione illegale è invece adottata dai gruppi di minoranza più piccoli, ufficialmente insignificanti e in genere al margine del sistema produttivo, che perciò non sono in grado di inceppare. A questi gruppi non resta che l’arma della violenza ed ecco il terrorismo, che, nei sistemi attuali, in alcuni casi una spiegazione logica ce l’ha.

CONCLUSIONI
  Anche nel caso di maggioranze molto vaste, di ‘politica assembleare’, di ‘compromessi storici’ il sistema non potrebbe funzionare, perché alcune minoranze resterebbero sempre e comunque tagliate fuori e anche perché gli stessi grandi partiti sono ormai un insieme di tanti piccoli partiti (e quindi opposizioni interne). I compromessi politici dilaganti nei paesi liberalsocialisti non sono altro che una toppa nuova su un vestito vecchio.

  Tra l’altro, è bene che i partiti politici tradizionali comincino a trasformarsi in movimenti opinione e di vita, come la New age, perché a breve non avranno più senso i gruppi che vogliono imporre il loro modello di vita anche agli altri prendendo il potere con le elezioni.

  La battaglia storica per l’indipendenza e l’autogestione incominciata un secolo fa, continua: non più tra Stato e Stato, ma all’internodi ciascuno di essi, tra gruppi politici oggi, tra individuo e individuo fra non molto.
  Stanno venendo al pettine tutti i nodi del sistema maggioritario, sia esso liberale sia esso collettivista. Anche la più paternalistica maggioranza al potere non riuscirà mai a soddisfare le esigenze di indipendenza delle minoranze. Come ci insegnano le guerre di indipendenza ieri e oggi le bombe dei terroristi.

Le tecniche: la delega rappresentativa

  Altra tecnica fondamentale di governo nei sistemi attuali è la rappresentatività obbligatoria, cioè l’obbligo che hanno i cittadini di delegare, in segreto, a un gruppo ristretto di persone il potere al fine di precisare e attuare leggi e iniziative per raggiungere il bene comune, entro una approssimativa e aprioristica definizione di esso contenuta nella carta costituzionale.

  Si tratta di una tecnica molto rischiosa: è come incaricare qualcuno di fare la spesa per nostro conto mettendogli in mano un bel po’ di soldi. Gesto bello, perché umano, e anche pratico, perché fa risparmiare tempo: ma non si sa mai se l’incaricato ci porterà a casa esattamente quello che vogliamo noi e se farà la cresta.

  E’ l’eterno problema del ‘potere’ che affascina e rende schiavi gli uomini avidi a danno di tutti gli altri. In politica la situazione è ancora più delicata poiché (a differenza di altri tipi di potere, come quello economico basato sulla libera contrattazione) il potere viene delegato sulla fiducia e quindi ha forti conseguenze sullo stesso livello morale di una comunità.

RAGIONI
  Si è già visto del perché storico della rappresentatività, cioè la necessità di autoidentificazione nel capo, che però è diminuita nei secoli proporzionalmente al crescere delle capacità dei singoli individui. Si è anche accertato come oggi i capi non siano quasi più necessari su questo piano, perché ogni persona è consapevole di essere diversa e quindi irripetibile e difficilmente interpretabile.

  Infatti la ragione principale per cui la delega sussiste ancora è quella che le ha dato origine: la mancanza di altre tecniche (che invece oggi esistono) per esprimere il proprio parere diretto su ogni tema politico in un grande gruppo organizzato (nelle piccolissime comunità evolute invece la delega legislativa non esiste).

  Tuttavia il sistema della delega permane non soltanto per imposizione dall’alto, ma anche per indisponibilità all’autogestione di ogni singolo individuo, che pur dispone della cultura di base sufficiente per decidere quasi su tutto. Il sistema economico integrato degli Stati moderni, infatti, costringe il cittadino (come si vedrà fra poco) a orari di lavoro continuati e vincolanti, senza sufficienti periodi di studio e riflessione. Egli riesce ad interessarsi di politica in modo approfondito soltanto da giovane, riuscendo a fare delle scelte ideologiche abbastanza precise e motivate. Quando però dovrebbe verificare tali idee nella pratica, viene assorbito dal sistema produttivo e dalla famiglia e non ha più tempo per partecipare in modo diretto e consapevole alla gestione politica (in Italia oggi prevalgono in parlamento dipendenti pubblici e professionisti benestanti), dovendo così per forza delegare ad un partito approfondimenti e scelte in campo programmatico.

SITUAZIONE
  Anzitutto una considerazione di carattere generale di cui occorre sempre tenere conto. Il voto segreto e anonimo (specialmente per mezzo di schede in cui non è possibile esprimere un voto di preferenza su persone precise) oltre a rendere difficile agli elettori seguire il comportamento dei singoli eletti, dà a questi una specie di impunità psicologica perché sono sicuri che nessuno ha la possibilità di rinfacciargli a tu per tu di persona una promessa disattesa.

  Inoltre molti cittadini non si sono resi conto del fatto che dando la delega alle persone dei parlamentari danno automaticamente anche l’assenso all’intervento dello Stato per dare loro il bene comune, intervento che, non essendo limitato da precise norme costituzionali, comporta due grossi rischi: l’aumento a dismisura delle spese pubbliche e le ghiotte occasione per i delegati di arricchirsi e crearsi dei feudi elettorali.

  Un altro degli aspetti meno accettabili della sistema attuale è la delega alle stesse persone del potere sia politico sia morale: ci sono degli eletti che siedono in parlamento e sono chiamati a legiferare su tutto, soltanto perché sono portavoce di gruppi di elettori cui interessa la soluzione soltanto di un unico problema morale. E poi, chi può garantire che i parlamentari non barattino (come invece spesso accade) l’appoggio ad un progetto economico con una concessione in campo morale?

CONSEGUENZE
  Il mantenimento del metodo della delega, necessario in passato per la diffusa ignoranza e incapacità della popolazione, oggi sta comportando una lunga serie di inconvenienti, non solo inaccettabili per principio ma anche estremamente pericolosi per l’umanità.

  Se oggi lo Stato funziona male, con interventi inutili, discriminanti e anche spesso dannosi, ciò è dovuto al fatto che i delegati del popolo si sono assunti troppo potere proprio quando nei cittadini è cresciuta la capacità di gestirlo da soli: almeno un terzo delle attività attualmente gestite da enti pubblici statali e locali potrebbero essere da subito trasformate in singole aziende collettive locali gestibili direttamente dai cittadini utilizzatori (a cominciare dalla polizia, come negli Usa).

  Sono nati così enti pubblici che vivono di vita autonoma e decidono per proprio conto se e come funzionare. Le centinaia di migliaia di funzionari e impiegati assunti dai vari enti per svolgere un certo servizio pubblico, pian piano sono portati a farlo più per la loro sopravvivenza e benessere piuttosto che in base alle richieste e disponibilità finanziarie della popolazione che, come abbiamo visto, possono cambiare anche molto rapidamente. Oggi i soldi raccolti con le tasse vengono utilizzati per il 50-70% per le sole spese del personale (gestione e di controllo), mentre nei rapporti tra privati, per fare un paragone, queste spese non superano il 20-25% del budget. Se si pensa che sono arrivati addirittura a garantirsi l’impunità se non forniscono un servizio adeguato, è evidente che questi lavoratori pubblici la delega non la restituiranno mai.

  Come tendono a non restituirla i politici che hanno assaporato l’ebbrezza del potere (spendere i soldi degli altri). Per essere rieletti pensano ad attuare soltanto provvedimenti atti ad accattivarsi e a perpetuare il consenso di aree geografiche o settoriali specifiche dell’elettorato, a cominciare proprio dagli stessi dipendenti pubblici. Nascono così strategie politiche e leggi di carattere locale o di corto respiro, mentre oggi sono indispensabili provvedimenti con scenari planetari e proiezioni nel tempo di almeno vent’anni.
  I politici così, invece di essere dei saggi che gestiscono con oculatezza e propongono dei progetti durevoli, sono diventati dei ‘piazzisti’ di se stessi utilizzando i miraggi delle più suggestive ideologie e improbabili promesse.

  Poco conosciuta, peraltro, è una delle astuzie più raffinate per aggirare i doveri di un buon amministratore pubblico, che soltanto i politici italiani hanno avuto il coraggio di mettere in atto. La legge prevede che un ente pubblico per assumere personale e affidare l’esecuzione di lavori debba ricorrere a un concorso pubblico. Poiché con questo sistema è molto difficile favorire qualcuno, in Italia Stato, Regioni, Comuni hanno creato le Società di interesse pubblico (nei settori della distribuzione di acqua e gas, smaltimento rifiuti e simili, servizi turistici, strade, promozioni produttive…) che sono società per azioni di diritto privato (e quindi senza obbligo di concorsi per assunzioni e appalti) ma con azionisti di maggioranza costituiti quasi esclusivamente da enti pubblici, i cui rappresentanti (cioè i politici che li governano) possono quindi imporre senza alcun problema e senza alcuna vergogna i propri raccomandati. E’ chiaramente un sotterfugio contrario alla costituzione, fonte di grande potere, ma nessuno lo denuncia perché nei consigli di amministrazione sono presenti, con lauti compensi, i politici sia della maggioranza sia della minoranza.

  Se poi si considera c

he i politici, per ottenere consenso, hanno a disposizione i più importanti mezzi di informazione con cui travolgono l’impreparazione, la mancanza di previsione e la fiducia della gente, allora dobbiamo ammettere che la delega è un rischio troppo grande, che non si può più correre. Nel passato il rischio era accettabile, poiché le risorse affidate ai capi erano talmente limitate che anche un loro uso completamente errato non poteva arrecare danni all’ambiente planetario. Ma quelle che costoro oggi si trovano tra le mani sono immense e uno sbaglio nel loro uso provocherebbe danni colossali e forse irreparabili (si pensi allo sconvolgimento idrografico creato nella Russia sovietica).

  La situazione diventa tragica quando i potentati economici e mediali (grande finanza, burocrazia, multinazionali, grandi editori) trovano un accordo di potere, per favorirsi vicendevolmente, con i politici al governo, cosa che non dovrebbe mai avvenire per principio. Nascono così i poteri forti, che sono in grado di vanificare la democrazia anche per decenni in città, regioni o anche in un intero stato e persino a livello planetario.

  Un altro non meno importante effetto della delega è la scomparsa dei rapporti umani. Quello che si potrebbe fare tra persona e persona, in moltissima campi, bisogna farlo attraverso l’Ente pubblico: scompaiono così le naturali occasioni di avvicinare e conoscere gli altri, condizione base per un arricchimento umano reciproco. Dal rapporto diretto uomo-uomo, si passa al rapporto uomo-Stato-uomo, in cui lo Stato si inserisce come barriera tra persona e persona. Anche se si ottenesse lo stesso servizio, esso sarà prodotto da una macchina, quella statale appunto, e non da un rapporto umano. Ne consegue una sterilizzazione della società, in cui ognuno vive nel suo comparto, senza sapere a chi dà né da chi riceve, nella ignoranza del proprio ruolo sociale.

  E’ tutto un sistema di vivere e produrre che deve essere cambiato, cambiando il principio che ne sta alla base, cioè la delega a qualcuno di poter disporre delle risorse degli altri, di poterlo fare con la maggioranza semplice e con minimi rischi.

SEGNI EVOLUTIVI
  La delega del potere è clamorosamente contestata da due fatti importanti.

  Il progressivo aumento di sfiducia della popolazione nell’istituto della delega manifestato non partecipando alle elezioni, che mediamente raccolgono i voti del 50-70% della popolazione.

  La richiesta sempre più forte di autonomia da parte delle organizzazioni amministrative periferiche dello stato (comuni, province, regioni) che esigono una parte sempre più grande di potere (siamo arrivati in alcune regioni al 70% delle tasse pagate ) dalla organizzazione centrale (ministeri), attraverso i principi dirompenti dell’autonomia locale e del federalismo (Scozia, Catalogna). Esse tendono a diventare sempre più piccole e vicine al singolo cittadino, anche se non potranno mai arrivare fino a lui. Noteremo infatti che anche nella più piccola assemblea, composta da tre persone, la delega del potere a una delle tre con decisione presa dalla maggioranza di due, priverebbe sempre la terza del suo potere.
  Per questo motivo non è una buona prospettiva, se non nel breve periodo, l’uso frequente di referendum: è senz’altro un miglioramento rispetto alla situazione attuale, ma non la soluzione del problema (anche se la telematica rendesse possibile farne uno al giorno) perché è uno strumento decisionale che si basa sul metodo della maggioranza semplice, la cui inaccettabilità è stata sopra illustrata.

CONCLUSIONE
  Proprio passando attraverso l’attuazione completa delle autonomie locali, il principio della delega sta pian piano distruggendo se stesso.
  Eliminare del tutto la tecnica della delega forse sarebbe eccessivo (ci saranno sempre tante persone non in grado o non desiderose di autogestirsi), ma oggi è senz’altro necessario eliminare la sua obbligatorietà generalizzata, l’eccessiva ampiezza del campo di competenze e il suo anonimato.

Le tecniche: la tassazione differenziata

   I delegati al potere economico raccolgono le risorse da amministrare attraverso le tasse, prelevate ovviamente con la forza.
  Esistono più sistemi di tassazione (diretta e indiretta) e conseguente distribuzione dei redditi: tasse fisse (flat tax) uguali per tutti; tasse in percentuale fissa sul reddito (proporzionale); tasse percentuali in aumento al crescere del reddito ( progressive).
  Il ‘buon senso’ vorrebbe che in un paese progredito fosse applicato il primo sistema. Invece oggi vengono applicati generalmente il secondo e in molti casi anche il terzo. Dato per scontato che è doverosa la contribuzione di tutti per la gestione base dello stato e dei beni primari (che comunque i sistemi attuali non fanno) e quindi è comunque necessaria una tassa uguale per tutti, resta da chiarire se hanno un fondamento logico le tassazioni proporzionale e progressiva al di là degli obsoleti principi di bene comune e di solidarismo.
  In effetti desta meraviglia, a livello razionale, che, con le forti pressioni fiscali oggi attuate, i cittadini con più reddito siano tassati in misura sproporzionata e non ricevano nessun servizio pubblico, mentre ai cittadini che pagano pochissime tasse siano dati molti servizi pubblici anche di tipo non primario. La differenza di prelievo a due cittadini con reddito diverso (15.000 – 30.000 euro) è evidente: sistema a tassa fissa 3500-3500 euro / tassa proporzionale 3500-7000 / tassa progressiva 3500-8500.
  Sembra proprio di trovarsi di fronte a un vero e proprio furto. Infatti, i casi sono due:
- o le risorse prelevate con tasse maggiori a chi ha di più sono state accumulate senza danneggiare nessuno, e allora è furto;
- o tali risorse sono state accumulate a danno di altri e allora lo Stato è complice di questo furto, in quanto permette che tale sistema di accumulo delle ricchezze continui legalmente.
  In entrambi i casi, comunque, c’è furto e affinché vi sia giustizia contributiva è questo che va eliminato, e non serve rattoppare ipocritamente la situazione con una ridistribuzione forzata basata su principi inconsistenti come l’uguaglianza, vuoi assoluta vuoi dei diritti.

  Se proprio è necessario (data la fase di transizione in cui ci troviamo) prelevare di più ai benestanti, è logico che lo si faccia non sui redditi (creando, oltre a quelli morali, innumerevoli problemi tecnici) ma sui consumi: la vera imposta ‘sociale’ è l’Iva, che però dovrebbe essere applicata in maniera drastica, con aliquote molto differenziate in base alla utilità o meno del bene (dal 15% al 100%), e devoluta in parte direttamente anche alle nazioni più sfortunate.

  Infine, una domanda: una volta raccolte le tasse, perché lo stato non dà direttamente ai cittadini bisognosi parte del denaro, e invece lo spende come crede lui, creando innumerevoli enti pubblici con proprio personale? Sono poche oggi le persone che non sanno scegliere e anche gestire i servizi che reputano necessari. Quindi, o i politici ritengono che i cittadini siano ancora degli immaturi, oppure, più verosimilmente, non voglio perdere gli ‘affari privati’ e il ‘consenso’ elettorale cui dà occasione la gestione dell’enorme massa del denaro dei contribuenti.
  Inoltre è assurdo affermare che la produzione di beni debba essere ‘privata’ mentre la fornitura dei servizi deve essere monopolio dello stato. Non si tratta pur sempre di una produzione che fa capo alla responsabilità personale? Ma forse la ragione di questa differenziazione risiede nel fatto che è più facile nascondere e scusare la mancanza di produttività nei servizi (pubblici) piuttosto che nella molto più verificabile produzione di beni materiali (privata).

CONCLUSIONE
  In definitiva, le tasse obbligatorie non possono essere utilizzate per la ridistribuzione di tutte le ricchezze esistenti, ma casomai per quella dei beni primari. Ma per questo sarà molto più semplice e logico adottare, come vedremo, il Sistema di base.

Le tecniche: la ripartizione produttiva

  Oggi si sostiene che la garanzia dell’indipendenza e quindi della libertà di una persona è il lavoro, quale fonte di autonomia esistenziale. Invece, nei sistemi attuali accade esattamente il contrario. Come e perché?

  A metà dell’Ottocento il 90% delle famiglie viveva coltivando la terra: era povera ma, anche se sotto padrone, aveva comunque la sicurezza di poter mangiare e sopravvivere. Oggi il 90% delle famiglie vive svolgendo attività che producono tutti i tipi di beni ma non quelli alimentari: guadagna molto di più, ma non ha più la sicurezza esistenziale. Se, infatti, una persona volesse licenziarsi da una qualsiasi attività produttiva di beni secondari, come potrebbe vivere? Consumati i risparmi, in poco tempo non le resterebbero che due scelte: o vivere in modo immorale, rubando, o di elemosina pubblica. Non esisterebbe una via di mezzo, vale a dire un’attività ridotta ( con un reddito di 500 euro mensili invece dei 1500 di un lavoro normale), ma con sicurezza e indipendenza esistenziale, come era l’antica attività agricola. Perchè?
  Per due motivi.
  Innanzitutto in un’economia di tipo industriale il lavoro in sé non è un’attività libera e indipendente, perché, vigendo la delega dei lavoratori ai proprietari dell’impresa, sono i datori di lavoro privati o pubblici a stabilire le caratteristiche dei prodotti, a influire sui consumatori, a decidere quanto e dove investire, a condizionare, in definitiva, il tipo di sviluppo economico e a mettere spesso a repentaglio il posto dei dipendenti.
  Si sono creati addirittura dei ‘cartelli’ di grandi finanzieri, industrie multinazionali e commerciali che stabiliscono cosa e dove produrre a livelli planetario, senza preoccuparsi di togliere il lavoro a centinaia di migliaia di persone.

  Ma c’è una ragione più profonda per cui i lavoratori sono oggi ‘dipendenti’ di nome e di fatto: la ‘ripartizione produttiva’, che si è sviluppata da due secoli all’interno dei singoli sistemi economici nazionali e oggi si sta consolidando a livello planetario in un grande numero di paesi dove ci sono grande domanda di lavoro e governi deboli.
  Essa consiste nel favorire la dimensione e localizzazione delle aziende in modo che il cittadino abbia la possibilità di produrre soltanto o beni primari o beni secondari. Quindi, chi non produce beni primari, cioè la stragrande maggioranza dei lavoratori, potrà procurarseli soltanto producendo beni secondari, nei tipi, quantità e modalità stabiliti dal sistema-paese. In questa situazione è chiaro che la persona non ha autonomia economica, quindi non è libera, perché non può fare a meno, se vuole vivere, di lavorare per produrre un certo tipo di beni che magari a lei non piacciono (ad esempio un naturista che trova un posto di lavoro solo in una industria chimica).
  Dalla fine del Novecento la ripartizione produttiva è stata adottata a livello planetario tra i vari paesi. I suoi artefici sono i grandi finanzieri e commercianti internazionali che sono gli unici a decidere, in base a propri criteri di convenienza, quello che si deve produrre nei vari stati, privilegiando ovviamente le monoproduzioni: in uno stato solo caffè, nell’altro solo grano, in un terzo l’elettronica di consumo, in un altro l’elettronica fine eccetera.
  Sembra un sistema razionale per sfruttare meglio le attitudini e le convenienze dei vari territori o delle loro popolazioni, ma in realtà appare sempre più come un piano preciso per consegnare il pianeta in mano ai grandi capitalisti-finanzieri che restano gli unici in grado di conoscere e realizzare gli scambi di beni tra i vari mercati nazionali.

  Questo della ripartizione è il trionfo dell’idea sulla realtà, del calcolo sulla libertà: è proprio il segno che questa fase storica deve finire al più presto. Infatti, se il cittadino producesse contemporaneamente e separatamente sia i beni primari sia i beni secondari, potrebbe benissimo rischiare di diversificare i secondi a suo piacimento, perché continuerebbe ad avere la sopravvivenza garantita dai primi. Non per nulla nei paesi europei c’è ancora un 5% di popolazione che non abbandona assolutamente quel poco di terreno agricolo che le è rimasto pur lavorando regolarmente in aziende industriali. E’ curioso inoltre il fatto che molti imprenditori i primi guadagni che realizzano li investano subito in un’azienda agricola.

  A questo punto emerge ancora una volta la vera natura di sistemi politici attuali: la violenza. Non nelle intenzioni e nelle parole, si capisce, ma nei fatti. Millenni di soprusi sono confluiti in un fatto fondamentale tuttora operante: il controllo delle risorse primarie da parte di pochi. Da questo deriva il vero potere nei confronti dei popoli: di sfamare o di far morire di fame, di dare o non dare uno spazio vitale per una esistenza libera.

RAGIONI
  Quando sono state approvate, tutte le costituzioni moderne (anche quella modernissima degli Usa) hanno lasciato sostanzialmente come era prima la situazione di accaparramento di terreno e di materie prime da parte di un numero limitato di vecchi o nuovi proprietari. Il fatto che sia lo Stato, direttamente o indirettamente, padrone di tutto cambia poco, anzi peggiora la situazione della maggior parte della popolazione che è nullatenente (essere proprietari della casa non significa nulla, in questo campo). Questi cittadini, per mangiare dovranno andare in fabbrica, a costruire cose spesso per loro inutili o dannose; a inquinare; a lavorare con una manualità ripetitiva; a costruire un mondo che essi neppure conoscono.

  Questo si sta verificando non soltanto fra individui all’interno di ogni singolo Stato, ma anche tra le stesse nazioni di tutto il mondo, con un rapporto di sudditanza di quelle meno ricche nei confronti di quelle più ricche di territorio e di materie prime. L’ottocentesca suddivisione tra il ricco e il povero in termini assoluti non ha più senso. Oggi esiste una divisione tra chi ha beni naturali e chi non ne ha, siano essi Stati, gruppi o singole persone.
  Si tratta di una disparità all’origine tra Stati ferrea e diabolica perché arricchisce di più chi è già naturalmente ricco e spreme al massimo chi è povero di beni fondamentali ed quindi vittima della ripartizione produttiva.

CONSEGUENZE
  Le conseguenze di questa suddivisione forzata sono gravissime.

  Anzitutto coloro che producono soltanto beni secondari hanno una profonda insicurezza materiale e psicologica, perché i loro prodotti possono anche non essere acquistati per motivi persino banali, come il cambio di moda, e quindi essi resterebbero senza sostentamento. Ciò accade regolarmente ad ogni crisi economica recessiva.

  Per evitare questo, il sistema abitua la popolazione a comprare sempre tutto, in modo che anche le produzioni secondarie abbiano un flusso costante. Ma così si arriva al consumismo, vale a dire spreco di denaro per beni e servizi superflui, che crea un circolo vizioso sempre più dannoso ed ineliminabile. Questo fenomeno ha creato due gravi problemi all’economia mondiale: ricorrenti crisi delle aree produttive di beni superflui nei paesi ricchi; nei paesi in via di sviluppo ulteriore impoverimento a causa dell’artificiale mantenimento in basso del prezzo delle loro materie prime e del lavoro, nonchè l’impedimento dello sviluppo di produzioni che non siano di semplice sopravvivenza.

  Si sono poi creati dei metodi artificiosi perché tutti mantengano il loro posto di lavoro. Ciò è ottenuto in primo luogo con l’indebito intervento dello stato nei rapporti di lavoro, teso a proteggere sempre e comunque la piena occupazione dei dipendenti. Si falsano così i termini dell’economia ‘secondaria’ che dovrebbe per natura essere basata sulla legge della domanda e dell’offerta non condizionate dall’esterno. Cosa che accade anche quando la sicurezza occupazionale viene ottenuta con la statalizzazione palese od occulta di industrie e servizi, creando così innaturali posizioni di privilegio e parassitismo tra gli stessi lavoratori.

  Si ha inoltre la deformazione professionale, perché chi trova un impiego non si arrischia a cambiarlo e finisce per fare tutta la vita la stessa cosa. Mentre è provato che qualsiasi persona ha la capacità, e anche l’intima aspirazione, di cambiare lavoro almeno due-tre volte nella vita o anche di starsene per un po’ di tempo senza lavorar affatto. Ciò sarebbe possibile se il cittadino avesse sempre la possibilità di sopravvivere con la sua unità agricola di base.
  C’è quindi una distorsione nella scuola, che non è considerata un mezzo per dare la più ampia base conoscitiva e operativa ad una personalità armonica e polivalente, ma il mezzo per raggiungere al più presto, con una preparazione molto settoriale, un sicuro posto di lavoro.

  Sorgono poi le barriere corporative, i numeri chiusi creati ad arte dalle varie categorie di aziende e di lavoratori specializzati (legalizzate dallo Stato che ne trae ulteriore potere) per impedire la concorrenza e quindi una diminuzione di reddito, a tutto discapito delle nuove forze di lavoro e delle innovazioni tecniche.

  Un’altra disastrosa conseguenza della ripartizione produttiva deriva dal desiderio di chi produce beni primari di avere sempre più beni secondari: le risorse primarie, come il terreno agricolo, vengono ipersfruttate con un conseguente progressivo avvelenamento e impoverimento, come sarà meglio spiegato nel successivo capitolo.

CONCLUSIONE
  E’ contro natura che vi siano degli uomini che non possono disporre, direttamente o indirettamente, della parte di risorse naturali, agricole e non, in grado di permettere la loro pura e semplice sopravvivenza; e che non possono scegliere se quali beni secondari produrre.

Il potere politico: conclusioni

  Mentre è dimostrato che i veri individualisti sono in grado di non chiedere e prendere nulla a nessuno e sono ottimi collaboratori e promotori anche nella attività sociali, i socialisti, per dimostrare che l’uomo è fatto per il collettivo e ‘deve’ vivere con gli altri e per gli altri tutta la sua vita e il suo lavoro, lo rendono incapace di vivere da solo non soltanto dal punto di vista psicologico (collettivizzazione e sterilizzazione affettiva) ma anche sul piano materiale (specializzazione eccessiva e ripartizione produttiva).
  In definitiva se la sottrazione diretta del potere al cittadino con le tasse non è totale, ci pensa poi l’attuale sistema produttivo a togliergli ogni residua possibilità di vita autonoma e quindi libera.

  Socialismo e comunismo sono sistemi applicabili (ma non necessariamente) soltanto a stati in cui ci siano intollerabili differenze di redditi e accaparramento di materie prime . Nei sistemi evoluti, come quelli europei, provocano soltanto danni.


IL POTERE MORALE

  Il potere morale oggi si concretizza, con lo scopo di definire il modello di vita del sistema sociale, nelle leggi dello stato (codice civile e codice penale). Esse stabiliscono modalità, uguali per tutti, di comportamento individuale e tra i componenti del gruppo, sia per quanto riguarda la persona sia per quanto riguarda i suoi beni.
  Ora, da quanto si è già argomentato, appare chiaro che tale unitarietà di comportamento non esiste più e la sua imposizione non ha più senso. Tutt’al più, un comportamento unitario sarà necessaria condizione di consonanza per un gruppo spontaneo, ma in questo caso avremo un’adesione libera e soprattutto i fini di tale gruppo saranno ben superiori alla semplice vicinanza abitativa e alla cooperazione economica come accade invece negli stati attuali.

SITUAZIONE
  La legge è uguale per tutti è un principio ormai sorpassato, perché sappiamo che sempre più numerose persone hanno una propria scala valori, su cui basano le leggi della loro vita. Ciò vale sia per i comportamenti strettamente personali come l’uso del proprio corpo, sia per quelli interpersonali come il matrimonio. Se la legge è un contratto che regola il comportamento reciproco di due o più persone, perché non lasciare che siano esse a definirlo, invece di imporne uno ‘statale’ (a meno che non abbia dirette conseguenze etnico-sociali, come il matrimonio con figli) concepito al di fuori delle loro precise individualità?
  L’illogicità della situazione attuale è data anche dal fatto che gli Stati di oggi negano e affermano nello stesso tempo la ‘personalizzazione’ della legge: impongono una legge unica al loro interno ma accettano che ogni nazione ne abbia una diversa. Ma non è ammissibile che per il semplice passaggio di una linea di confine si debba cambiare la propria scala valori e non ci si possa comportare secondo le proprie convinzioni. D’altra parte, perché un cittadino non può praticare nel proprio paese un modello di vita che ha visto funzionare bene per sé in un altro stato?

  C’è un altro fatto molto grave da sottolineare nel campo delle leggi morali: esse sono attualmente formulate non da una apposita autorità morale ma dalla stessa autorità politica, con il grandissimo rischio che i politici (già di per sé portati ad interessarsi più dell’aspetto economico della vita che di quello morale) usino il potere morale per conservarsi per il potere politico. Rischio già divenuto realtà in questo periodo di crisi dei sistemi attuali: gli Stati colpiscono più pesantemente dove ci sono in gioco i propri interessi (ad esempio, le tasse) e sorvolano dove sono più frequenti le loro mancanze (ad esempio, la corruzione dei funzionari pubblici).

RAGIONI
  Ovviamente questo stato di cose è il frutto spontaneo della sesta fase di conoscenza dell’umanità , incentrata sulla ragione e sull’idea: uomini uguali=comportamenti uguali=legge uguale per tutti. Eventuali trasgressioni alla legge dovranno essere condannate non tanto per le loro conseguenze concrete, quanto perché ingiustificate eccezioni a una regola, a una idea che, essendo frutto della ragione ‘dominatrice del mondo’, deve per forza essere giusta e unica.

 Tutto questo castello vetero-razionalista crolla naturalmente di fronte all’uomo-persona della settima fase.
  Anche volendo, i politici attuali non potrebbero frenare più lo scambio di informazioni e di esperienze tra i vari popoli che si è sviluppato in modo rapidissimo negli ultimi cinquant’anni. Grazie ad esso oggi una qualsiasi persona in un qualsiasi paese del mondo è informata su un considerevole numero di modelli di vita di altri paesi, tra i quali potrebbe scegliere quello più aderente alla sua natura. Contemporaneamente è venuta meno, grazie agli eserciti professionali non di leva, la necessità di omogeneità e unitarietà dei sentimenti dei cittadini per resistere ai nemici esterni.

  Proprio per evitare questa evoluzione morale, i governanti ‘totalitari’ del passato hanno sempre istintivamente avvertito la pericolosità della informazione. Ma su questa linea sono anche i governanti ‘democratici’ di oggi, con i monopoli ufficiali e non ufficiali dell’istruzione di massa e dell’informazione.

SEGNI EVOLUTIVI
  Molti sono i segni che sottolineano la necessità di abolire per l’uomo moderno la morale unica, cioè di adattare le leggi civili e anche quelle penali alle singole persone.
  Le religioni, anzitutto, con il principio della libertà di coscienza, hanno eliminato buona parte dei loro codici di comportamento, pur tenendo fermi i punti fondamentali (unica eccezione l’Islam rimasto fermo al 600 dopo Cristo). Questo è un fatto estremamente significativo se si pensa che l’autorità morale, prima della sesta fase, era esercitata proprio dalle religioni, che grazie alla loro ‘trascendenza’ rispetto alle autorità politiche, hanno il merito di avere salvato l’umanità dall’autodistruzione (come invece avvenuto per i grandi imperi).
  E si deve riconoscere che il ’dio’ delle religioni ha guidato l’umanità come un padre il figlio, sempre meno rigidamente (Islam escluso) man mano che esso cresceva. Ora l’uomo ha raggiunto la maturità e l’ente supremo non vuole più esercitare, attraverso le religioni, la sua autorità come una volta: è terminato il periodo della precettistica, sempre più ammorbiditasi, e l’uomo di oggi è lasciato vivere la sua fede individualmente, ‘in spirito e verità’.

  Altri segni determinanti sono: la continua richiesta da parte di singoli gruppi di legalizzazione di alcuni comportamenti senza intaccare la morale globale (ad esempio, l’eutanasia) e certi eccessi di ‘immoralità’ (coma la libera sessualità) la cui ostentazione è da imputare al desiderio inconscio di dimostrare che l’uomo è già in un’era più avanzata di quella del sistema morale vigente.
  Ma l’autorità politica non può continuare a fare il doppio gioco, con l’essere permissiva in certi campi e repressiva in altri, perché la libertà è un fatto globale.

  Un’altra conferma della tendenza a crearsi un mondo morale individuale viene dai vari tentativi di recupero di molti modi di vita del tempo passato, fortemente caratteristici anche dal punto di vista morale. Molto spesso tutto si risolve in semplici revival a livello di folclore. Ma è da tenere in considerazione la ricerca di autenticità e profondità che li ispira.
 
  Notiamo infine che la stessa applicazione delle leggi si è evoluta nel tempo proprio nella direzione di una maggiore comprensione della individualità. Da un applicazione drastica della pena si è via via passati, con l’introduzione dei meccanismi delle aggravanti e delle attenuanti, ad adattare la legge alla personalità del colpevole. Ma ancora dall’esterno, e quindi in modo innaturale e soprattutto a scapito delle vittime.

CONCLUSIONI
  Oggi l’uomo ha la possibilità di essere autosufficiente e in questo caso, non essendo più il gruppo necessario, non sarà per lui parimenti obbligatoria l’unicità di comportamento.
  La legge deve oggi provenire dalla persona singola, perché nella settima fase essa è la depositaria dell’autorità morale in misura uguale agli altri. Questo richiederà tutto un nuovo sistema giuridico, con la garanzia della prevenzione dei danneggiamenti reciproci e dell’intervento tempestivo ed efficiente della forza pubblica e della magistratura. Ma si vedrà nella terza parte di questo volume come ciò sarà attuabile.


L’AMMNISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA

  Gli attuali sistemi non permettono neppure una vera amministrazione della giustizia, poiché anche in questo campo si muovono in base alla ragione e ai suoi principi assoluti e non in base ai fatti reali.
  La giustizia dovrebbe consistere nel dare soddisfazione morale e materiale a chi ha subito una danno. A dire il vero, questa è la base teorica anche per molti Stati moderni, ma si deve purtroppo constatare che quasi sempre la soddisfazione materiale si trasforma in un ulteriore danno e la soddisfazione morale è decisamente inadeguata.

SITUAZIONE
  Si consideri anzitutto il risarcimento dei danni materiali nella maggior parte degli stati occidentali. Quando il reo non è in grado di risarcirli, e ciò capita quasi sempre, il danneggiato resta con il suo danno. Non solo, ma la ‘giustizia’ gli ha preparato un’incredibile beffa; egli deve contribuire, pagando le tasse, a mantenere in carcere il colpevole per tutto il periodo della pena. Così pure deve contribuire alle spese della forza pubblica, del sistema giudiziario e magari dell’assistenza al reo a pena espiata. Senza contare che il colpevole molto spesso trova il modo di godersi il frutto del reato all'uscita dal carcere.

  Così pure non esiste giustizia per la soddisfazione morale. Nei paesi ritenuti più civili viene adottato un unico tipo di pena (la cui applicazione dovrebbe soddisfare moralmente la vittima): la privazione della libertà. Con questo tipo di pena si intendono perseguire due scopi, oltre all’isolamento dell’individuo ‘socialmente pericoloso’: la soddisfazione morale del danneggiato e la redenzione del colpevole. Invece con la privazione della libertà non si ottiene nessuno di questi due obiettivi.
  Non la soddisfazione morale della vittima perché essa dipende, nel tipo e nella misura, direttamente dalla scala valori della persona danneggiata. Sono perciò insoddisfacenti a priori pene prefissate nel tipo e nella misura, sulla base di un’unica scala valori di gruppo. Di conseguenza spesso il danneggiato rimane insoddisfatto, mentre spesso lo è proprio il reo, specialmente oggi che la privazione della libertà è divenuta un tranquillo, pur se isolato, soggiorno.
  C’è poi la ‘personalizzazione’ della pena che, assurdamente, è spesso solo a favore del reo e non della vittima : invece le attenuanti e le aggravanti dovrebbero provenire non dal reo (ignoranza, buona fede, stato necessità…) ma eventualmente solo dalla vittima ( ad esempio, la provocazione). Da questo punto di vista, quindi, di giustizia non se ne fa proprio.

  Non si ottiene poi la redenzione del colpevole specialmente perché non è possibile ottenerla: nessuna persona di buon senso può sostenere che con la forza si ottiene sicuramente il cambiamento del modo di pensare e di agire di una persona. Ogni persona ha motivazioni, meccanismi e tempi differenti di trasformazione psichica: è assurdo pretendere di cambiarla a bacchetta come e quando si vuole, come è utopistico credere di poter capire facilmente la ragione profonda di un’azione sbagliata. Il carcere poi è una pena controproducente (eccettuato il caso di pericolosità sociale): togliere la libertà a chi ne ha abusato è come togliere la vista a chi si è smarrito in una foresta.

  Negli ultimi decenni si è perso un concetto invece fondamentale nella vita umana (che rimane forte invece in tutte le culture orientali): il destino e la sua accettazione. La giustizia odierna non è giusta perché essa fa in modo che il destino sia immodificabile per la vittima ma non per il reo. Se è prevista una pena di 30 anni per chi uccide una persona perché si tende a far cambiare il destino del reo (con sconti di pena) mentre quello della vittima (che non si può risuscitare) rimane inesorabilmente tale?
  La pena non dovrebbe essere considerata una variabile ma una componente certa del destino sia per la vittima sia per il reo (e così si fa negli stati, come gli Usa, in cui la giustizia è più efficiente). Nella vecchia Europa, invece, il destino (cioè la realtà) non è accettato dai razionalisti, perché essi non accettano la realtà ma quello che credono vi stia dietro cioè l’idea.

RAGIONI
  Tutto questo ha delle spiegazioni abbastanza chiare: l’amministrazione della giustizia nella sesta fase si occupa più del reato (a causa del razionalismo) e del reo (a causa della tradizione pietistica) che del danneggiato.
  Alla base di questo ci sono sempre la supremazia della ragione e il principio dell’uguaglianza. La sequenza è semplice: il bene supremo sono i principi assoluti; chi trasgredisce le leggi offende questi principi assoluti; le punizioni saranno scelte dalla ragione e saranno uniche per tutti, indipendentemente dal reo e dalla vittima. Se i ‘grandi pensatori’ della sesta fase hanno deciso che pena ideale è il carcere, questo dovrà bastare per soddisfare la sete di giustizia di tutti, checché ne dicano i danneggiati, anche se solo essi ne hanno sofferto nella carne e nello spirito.
  Se poi si ammette che gli uomini siano tutti uguali, non è concepibile che qualcuno soffra di più di un altro per una particolare offesa ricevuta, perciò pene uguali (a parole) per tutti: che differenza fa che la vittima di un furto, ad esempio, sia a sua volta un ladro o una persona che nella sua vita non ha mai rubato neanche uno spillo? Nessuna! Questo è vero e proprio materialismo assoluto, che applica all’umanità le leggi proprie del mondo materiale del tipo, come in questo caso, dell’”azione che provoca una reazione uguale e contraria”. Ne deriva che i malintenzionati hanno soltanto paura della legge in quanto tale, e si preoccupano più di valutare le pene previste che di pensare ai danni che potranno arrecare alle loro vittime.

  Dovrebbe invece essere tutto il contrario, perché il delitto ‘reale’ esiste non tanto perché qualcuno ha fissato un principio astratto da rispettare, ma perché esiste qualcuno che da tale atto è rimasto danneggiato.

CONSEGUENZE
  Per queste ragioni, oggi tutti i rapporti di giustizia tra persone risultano falsati. Tutti si rendono conto, i danneggiatori e i danneggiati, che la legge morale attuale è un’astratta imposizione dello Stato che nessuno accetta volontariamente. Le conseguenze sono fin troppo evidenti: una diffusa mancanza di rispetto per la ‘legge’; spontanei tentativi di evaderla come un dannoso condizionamento; uso di tutti i trucchi per non averne le pene e generale comprensione per chi vi riesce.
  Il sistema giudiziario stesso è vittima dell’astrattismo delle sue fondamenta e del mito della sentenza razionalmente perfetta: l’eccessiva cavillosità e lentezza delle procedure, nonché l’assurdità dei processi di appello e di cassazione giovano soltanto ai colpevoli e comunque vanificano l’effetto di una sentenza che giunge (almeno in Italia) sempre troppo tardi.


IL PROGRESSO

  L’estrema giustificazione che i sistemi attuali portano per la propria sopravvivenza è che essi, pur non assicurando libertà e giustizia, danno comunque all’umanità ‘il progresso’, individuando, favorendo la produzione e distribuendo a tutti i cittadini un certo numero di servizi e di beni, soprattutto di carattere strutturale, che prima non esistevano.
  Ciò è vero soltanto in minima parte, perché:
- tali beni possono avere una validità soltanto temporanea, in quanto concepiti in base a conoscenze ancora incomplete; non è perciò intelligente favorirne in modo forzoso la diffusione e la durevolezza;
- la produzione di tali beni è impostata in un modo e in una misura che provocano la distruzione di altri beni, in dimensioni sempre più ampie;
- è accertato che come possono esistere più modelli di vita così possono esistere più modelli globali di progresso tecnico, già oggi materialmente realizzabili (nel solo campo urbanistico-edilizio vi sono soluzioni che vanno dalla città monoblocco alle villette a schiera, alle ville singole, alle città giardino…); i sistemi attuali invece perseguono un unico tipo di progresso che è quello che ci ha creato la storia generalista, disordinato, sprecone e oggi condizionato dagli interessi dei grandi centri di potere economico.
  Qualsiasi Stato deve perciò rinunciare non soltanto a realizzare, ma anche solo a promuovere il progresso tecnico-economico. Anche perché dietro ogni tipo di bene ci sono le lobby dei produttori che vogliono sfruttare oltre il normale le loro capacità di fare profitti: si pensi alle imprese di edilizia che continuano a condizionare i politici per costruire all’infinito nuove abitazioni (che sono le costruzioni edili a maggior reddito) in paesi, tra cui l’Italia, dove ce n’è già abbastanza, ma in buon numero abbandonate.
  Questa oggi non è soltanto una posizione di principio: è una esigenza concreta ed immediata, perché attualmente tutti sono obbligati a finanziare un tipo di progresso tecnico che sta rapidamente portando alla degenerazione fisica e morale della specie umana e dello stesso pianeta.

  Si esamineranno ora le conseguenze più specifiche e più evidenti di questo progresso: degenerazione razionalistica della vita; degenerazione della specie umana; spreco e distruzione dell’ambiente; deformazione della società naturale.

Il progresso: La degenerazione astratta della vita

  Il progresso attuale, di tipo razionalistico, è giunto ormai alla sua mitizzazione, cioè all’eccesso. Se infatti all’inizio della sesta fase di conoscenza l’intervento dell’’idea’ nel mondo materiale aveva reso possibile la sua classificazione e utilizzazione, l’idea stessa si è man mano sostituita alla materia, per cui i beni prodotti dall’uomo non sono più quelli reali ma una copia artificiale di essi, realizzati sulla base di un’idea razionalizzata degli stessi al fine di eliminarne gli aspetti ritenuti negativi e incomprensibili.
  A motivo di ciò, oggi l’uomo vive e progredisce non nel suo mondo naturale, ma in mondo artificiale, concretizzazione di idee e immagini astratte derivate dalla realtà, ma slegate da essa (ad esempio, mobili che sembrano di legno ma in realtà sono di plastica; frutta bellissima ma carente delle vitamine ed enzimi che ne sono la caratteristica alimentare fondamentale). Ovviamente qui ci riferiamo alla produzione di beni che esistono in natura e non a quelli che sono frutti esclusivi della creatività umana, anche se alcuni di questi possono essere considerati meno positivi di altri (ad esempio il motore a scoppio è senz’altro meno creativo di quello elettrico).
  Agendo in questo modo non si è tenuto conto di due fatti fondamentali. Anzitutto, le conoscenze della settima fase ci hanno fatto capire che la ‘natura’ del pianeta è un ‘io’ ben definito anch’esso e perciò, a livello cosmico, irripetibile e incomprensibile, quindi mai razionalizzabile sufficientemente. Lo dimostrano, ad esempio, l’attuale difficoltà a seguire e capire le variazioni del clima terrestre o l’astrusità delle soluzioni ‘moderne’ per eliminare il parassitismo in agricoltura.
  In secondo luogo, occorre tener presente che l’uomo è un prodotto di questa natura e dipende da essa. Se dunque l’uomo deforma o fa morire la natura (che oggi dipende grandemente da lui), anch’egli, in breve tempo, resterà deformato o scomparirà, almeno come oggi noi lo conosciamo. Inoltre l’uomo non è soltanto intelletto-spirito: è anche ‘fisico’ che ha bisogno di luoghi, segni, contatti sensoriali; è anche ‘anima’ che cerca la sintonia con gli altri.
  Le decisioni umane basate soltanto sull’’idea’ delle cose e non sulla loro ‘fisicità’ e ‘animalità’ sono pertanto sbagliate.

  L’attuale eccesso di razionalismo astratto si può notare anche nell’istruzione, tecnica e umanistica: in essa è scomparso quasi del tutto lo sperimentalismo naturalistico nell’apprendimento delle conoscenze, che avviene ora non tanto con l’osservazione diretta e costante dei fatti ma per trasmissione astratta di informazioni. Fino a giungere all’eccesso di certi tipi di scuola in cui dalla prevalenza della scienza sulla critica del reale si è passati alla prevalenza della critica su un realtà che non si conosce più. Alla base della vita moderna c’è soltanto l’immagine, l’apparente, la superficie delle cose, il parlare asfissiante che non lascia tempo di pensare e di vedere in termini reali, che dà per scontate realtà che nessuno ha mai ‘conosciuto’ sperimentalmente.

  Un altro settore colpito da questo eccesso di astrattismo è quello finanziario, in particolare (senza contare l’accanimento con cui si cerca di far sparire tutto il denaro ‘fisico’, a vantaggio delle banche che sembra abbiano il capitale, impellente obiettivo di poter gestire anche l’acquisto di un gelato) quello del mercato borsistico. Qui si è giunti all’astrazione quasi totale: si passa di mano la proprietà di un’azienda con un semplice clic su un computer senza tenere in alcun conto il parere di quelli che sono i reali proprietari dell’azienda (se è vero che un bene è di chi lo produce), oltre ai titolari delle azioni: management, dipendenti, creditori, territorio. Con le attuali regole del mercato dei titoli si assiste così all’esproprio e conseguenti crisi economiche di migliaia di lavoratori e di interi paesi senza che nessuno possa far nulla. I titoli azionari dovrebbero invece essere strettamente e concretamente ancorati alla realtà produttiva, cominciando con il rallentamento delle procedure di compra-vendita, la verifica della reale solvibilità dei compratori e l’obbligo di benestare di tutti i produttori sopra indicati, almeno per i pacchetti azionari più consistenti.

CONCLUSIONI
  Tutto questo è stato comunque storicamente utile all’evoluzione, poiché anche se i beni astratti prodotti non sono validi, è importantissimo il fatto che per poterli produrre si sono aumentate enormemente le conoscenze e le capacità di operare dell’umanità. Più o meno come avviene per le attività ludico-ripetitive dei giovani.
  Ma il razionalismo, iniziato con l’osservazione della natura nel Seicento, è giunto, mitizzandosi, a rinnegare la natura stessa. Questo fenomeno di mitizzazione distruttiva è tipico dei momenti finali di tutte le precedenti fasi storiche. Così (andando indietro nel tempo) il manierismo settecentesco aveva soffocato il sentimento; gli eccessi di autoaffermazione medioevali avevano abbrutito la persona umana stessa; la sete di potere materiale dei primi popoli aveva bloccato per lunghissimi periodi il progresso stesso.
  Ora l’uomo è quasi maturo e quindi deve abbandonare in pochi decenni questo tipo di progresso astratto fine a se stesso, cominciando invece subito a produrre i ‘veri’ beni, cosa che potrà fare pienamente verso la fine della settima fase, quando disporrà di conoscenze e capacità analitiche e complete e avrà dato solida sistemazione di base al pianeta e ai suoi abitatori.

Il progresso: La degenerazione della specie umana

  L’uomo del ventesimo secolo è vittima di una progressiva degenerazione psicofisica i cui effetti hanno cominciato ad evidenziarsi in misura drammatica negli anni Settanta.
  Tale degenerazione è determinata in primo luogo da un’alimentazione non naturale, che è frutto di una produzione alimentare di tipo industriale e, di conseguenza, di un’agricoltura di tipo artificiale.
  Per capire esattamente il primo punto, occorre partire dal delirio del razionalismo che ha trascinato un numero sempre maggiore di persone ad occuparsi delle attività secondarie e del mondo artificioso che esse costruiscono. L’attività primaria dell’agricoltura viene così trascurata, ma da essa si pretendono comunque beni alimentari in abbondanza e a basso prezzo. Per ottenere questo è necessario adottare tecniche di lavorazione industriaei, le cui esigenze (raccolta, conservazione, trasporto e lavorazione in tempi medio-lunghi, vale a dire dai tre ai dodici mesi e anche oltre, dei prodotti agricoli di base) richiedono che la materia prima (i prodotti agricoli raccolti) sia omogenea ed ‘inerte’.
  Si fa perciò largo uso di conservanti e ‘narcotizzanti’ sia prima sia dopo la lavorazione, affinché i naturali processi fermentativi dei prodotti agricoli di base siano eliminati del tutto o bloccati. Così anche prodotti della terra genuini vengono privati delle loro sostanze più attive e addizionati di preparati chimici non naturali e molto spesso dannosi.

  Ma l’attuale tipo di sviluppo economico ha portato addirittura a snaturare in modo inaccettabile gli stessi prodotti agricoli primari ancora nella loro fase di crescita.
  La ripartizione produttiva provoca infatti una sperequazione sostanziale tra redditi agricoli e redditi da produzioni secondarie. In effetti chi lavora ottiene, in generale, un reddito proporzionale a tre elementi costitutivi del prodotto: originalità del prodotto stesso, produttività delle macchine-manodopera, economie di quantità. Ora, mentre il produttore di beni secondari per aumentare il suo reddito può sviluppare tutti e tre questi elementi, e soprattutto il primo, chi invece lavora la terra non può contare sul primo elemento, o in misura molto limitata, perché i prodotti agricoli non dipendono dalla creatività e quindi non avranno mai un ‘plusvalore’. L’agricoltura avrà quindi sempre, in condizioni normali di mercato, un reddito minore delle altre attività lavorative.
  Di conseguenza chi lavora in agricoltura dovrà, per guadagnare come gli altri lavoratori, sviluppare al massimo gli altri due elementi del prodotto: meccanizzazione e automazione; colture intensive e fertilizzazione chimica (e oggi anche specie geneticamente modificate).  
  Questo sistema, che mira a produrre la massima quantità possibile di uno stesso prodotto su grandi estensioni di terreno, è oltremodo dannoso perché: non fa aumentare nel medio periodo la redditività reale perché i costi crescono parallelamente allo sfruttamento del terreno; rende debole l’economia di zone molto vaste che restano senza alternative in caso di crisi del mercato; estingue gradualmente la fertilità del terreno proprio per quel tipo di prodotto; inquina l’ambiente naturale (dovendo utilizzare fino a cinque volte più concimi delle coltivazioni tradizionali); porta, soprattutto, a mutamente i biologici nella specie umana.
  Ecco una breve spiegazione di come ciò accade.
  Ogni organismo vivente si sviluppa al massimo quando può assorbire le sostanze che gli servono nella quantità maggiore, con le proprietà migliori e nelle migliori condizioni. Sul pianeta Terra questo avviene normalmente perché ogni specie di vivente ha sotto di sé delle specie inferiori che le preparano per l’assorbimento, rendendole organiche, le sostanze materiali che le servono ma che essa da sola non potrebbe assimilare. In questo sistema, definito ‘ciclo biologico’, le varie specie viventi sono sistemate ‘a catena di alimentazione’, dentro la quale possono svilupparsi nella misura massima compatibile con tutte le altre, secondo un perfetto equilibrio naturale basato sul reciproco controllo.
  La coltura estensiva-intensiva rompe questo ciclo perché, creando in ampi spazi un habitat drasticamente uniforme, fa scomparire alcune specie di organismi viventi i cui antagonisti naturali di conseguenza possono crescere a dismisura, creando problemi a tutte le altre specie. Poiché molte specie cresciute in modo abnorme si nutrono di piante coltivate dall’uomo, ecco che questi per eliminarle dovrà intervenire sul territorio con preparati chimici: si avveleneranno così direttamente o indirettamente tutti gli organismi viventi della zona, compresi quelli consumati dall’uomo, e si elimineranno ancora altre specie, in particolare i microrganismi, che sembrano le specie più inutili ma che invece sono la base di partenza di tutto il ciclo biologico.
  In questo modo le specie superiori, come le piante, non saranno più in grado di assorbire le sostanze presenti nel terreno, prima ‘dissodate’ dai microrganismi, e dovrà nuovamente intervenire l’uomo, questa volta per alimentare direttamente i vegetali con i concimi chimici. A questo punto però il vegetale non è più un organismo biologico vero e proprio, ma una macchina chimica che cresce solo per quanto le viene somministrato, sia per qualità sia per quantità, rimanendo priva quasi del tutto di quei principi biologici attivi, come le vitamine e gli enzimi, che soltanto gli organismi inferiori (insetti, batteri) potevano dargli e che soli ne facevano un organismo vitale.
  Lo stesso impoverimento di principi biologici attivi si estende alla specie umana che, alla sommità della scala biologica, si alimenta di animali e vegetali così trasformati. Nello schema grafico sotto riportato sono illustrate la situazione reale e quella attuale della produzione agricola: l’uomo ha smontato pezzo per pezzo la meravigliosa macchina della natura e pretende di far funzionare ognuno di essi per proprio conto. Il risultato delle colture artificiali e della trasformazione industriale dei prodotti agricoli fa rabbrividire: anche l’uomo sta diventando una macchina chimica, un organismo vivo ma non ‘vitale’, con la perdita delle capacità attive, con la prevalenza di comportamenti passivi e con riduzione delle differenziazioni comportamentali da individuo a individuo.
  Calando la vitalità al minimo, infatti, anche gli istinti lavorano al minimo, in particolare ai livelli intellettivo ed emotivo, che richiedono più energie di quello fisiologico. Se cala dunque la forza degli istinti cala anche la forza della volontà, per cui avremo uomini sempre meno capaci di decisioni forti e continuative.
  Vediamo qui completarsi il quadro spaventoso della futura umanità razionalista: un mondo di uomini-robot, amorfi e uniformi, supercondizionati da un potere unico, di stampo socialista, il cui unico obiettivo sarà di soddisfare le esigenze dei cittadini al livello più basso, quello fisiologico.
  Tutto questo è imputabile non soltanto alla alimentazione ma anche all’attuale modo di curare le malattie, dell’uomo come degli animali e dei vegetali, anch’esso assolutamente non naturale. Infatti quasi tutta la medicina attuale è, per eccesso di razionalismo ma probabilmente anche per interessi di parte sostenuti dal potere politico, essenzialmente basata sugli artificiosi preparati della chimica, mentre il corpo umano accetta molto meglio altri tipi di terapie, come la medicina delle erbe, dei metalli, dei fluidi eccetera.

Il progresso: Lo spreco e la degenerazione dell’ambiente

  Per molti benpensanti il pianeta dovrebbe diventare un grande luna-park, in cui la produzione agricola e un minimo di biosfera, con il suo patrimonio vegetale e animale primigenio, dovrebbero avere uno spazio non si sa dove, ma comunque minimo.
  Il gruppo che ah creato questo scritto ha calcolato però che il pianeta può dare sussistenza (con alimenti prodotti ‘naturalmente’) a circa 7 miliardi di esseri umani soltanto se lo spazio improduttivo a disposizione di ciascuno di essi non superasse complessivamente i 400 mq (suddivisi in spazio vitale della persona in ragione di 100 mq per abitazione e servizi privati necessariamente a livello suolo; 100 mq per attività primarie e produzione secondarie; 200 mq per viabilità e aree pubbliche).
  Oggi invece in Europa ogni abitante utilizza mediamente oltre 800 mq di pianura per queste funzioni in gran parte improduttive, mentre la tecnica gli consentirebbe di restare benissimo nei 400 mq indicati. A questo spreco di territorio consegue una immediata diminuzione della capacità di alimentazione del territorio pari circa a un sesto del totale disponibile. Ad esempio, l’Italia potrebbe alimentare 60 milioni di abitanti, ma questo uso improduttivo del suolo (in cui eccelle a livello europeo) l’ha già portata in stato di sovrappopolamento potendo alimentare, nelle condizioni attuali, soltanto 50 milioni di abitanti.

  Ma l’uomo non sta soltanto sprecando territorio, sta danneggiando il resto dell’ambiente naturale sia con l’inquinamento chimico da coltivazioni industriali, come si visto nel capitolo precedente, ma anche con l’inquinamento di ‘presenza’.
  Questo tipo di inquinamento di ‘presenza’ ( a cui si dà molto meno importanza del primo, ma che è forse il più durevole) consiste nel progressivo capillare estendersi della presenza fisica della specie umana sul territorio con singole abitazioni (le classiche villette ‘in mezzo al verde’) cui seguono manufatti e vie di comunicazione, lasciando sempre meno ‘spazio vitale’ alle specie animali e vegetali, in modo tale che esse non possono condurre una vita biologicamente integrata tra di loro, anzi, una ad una vanno disaggregandosi e scomparendo dalla sfera biologica terrestre. Basta osservare la mappa riprodotta qui sotto.

    E’ evidente che l’estendersi frazionato e orizzontale di abitazioni e strade crea una ragnatela superficiale entro cui non può sussistere in modo equilibrato e completo la vita vegetale ed animale spontanea, che richiede un minimo di tranquillità, continuità ed isolamento. Autostrade e ferrovie sono poi ostacoli insuperabili agli spostamenti di tutte le specie animali non volatili, che, costrette in spazi troppo piccoli, non avranno più la possibilità di vivere, espandersi, trasmigrare, incrociarsi nei modi e nelle misure naturali.
  Per la pianura dell’Italia settentrionale un ecosistema è possibile soltanto su una superficie continua di almeno 12 chilometri quadrati.

  Lo stesso ambiente umano, d’altra parte, fattore fondamentale dell’equilibrio psicofisico della persona, è anch’esso oggi fortemente inquinato, vuoi sul piano puramente sensoriale vuoi sul piano morale.
  L’inquinamento di ‘presenza’ colpisce anche l’uomo. E’ impossibile trovare anche per l’uomo un momento di tranquillità e isolamento nella natura: nella campagna più sperduta c’è sempre una superstrada dietro gli alberi, un trattore che romba, un motocrossista che va e viene, un rustico in costruzione…

  Nei centri abitati poi, a livello sensoriale, è purtroppo scontato che un normale cittadino, per il solo fatto di viverci, sia sottoposto a un continuo bombardamento di disturbi e stimoli non richiesti. Tale situazione non risparmia nessun senso, provocando un persistente stress sensoriale che ottunde la persona nella sua attività ricettiva ed espressiva.

  Il problema è che il fondamento delle attuali leggi contro l’inquinamento non è la sua illegittimità, ma la sua presunta ‘sopportabilità’: si ammette chiaramente che un nuovo materiale o una nuova macchina e chi li usa abbiano diritto, pur entro certi limiti, di danneggiare l’uomo e non si ammette che sia l’uomo a stabilire se la macchina lo può danneggiare o meno in assoluto. Siamo così arrivati agli eccessi del progresso attuale che spesso per creare un nuovo tipo di comodità crea una nuova scomodità.
  Questa impostazione della legislazione cela un pericolo enorme, perché può permettere inquinamenti di cui non sono subito percepibili le conseguenze. Se ci sono voluti 30 anni per accorgersi della letalità del ddt: quanti ce ne vorranno per capire la dannosità degli ogm? E chi può dire che non siano, sempre come esempio, proprio le onde elettromagnetiche ad alta frequenza diffuse con sempre maggior frenesia da stazioni televisive e telefoniche a provocare una o alcune delle più gravi malattie di questo secolo? Ciò è possibilissimo perchè queste onde possono causare alterazioni ‘di campo’ in qualsiasi sistema a funzionamento elettrico e oggi noi sappiamo che le cellule del corpo umano hanno un’attività elettrica. Forse le vittime del progresso moderno sono molto più numerose di quanto appaia. Tutto in omaggio al materialismo dei sistemi attuali che antepongono il progresso alla vita.

Il progresso: La deformazione sociale del gruppo

  Lo Stato moderno per dare progresso a tutti i suoi cittadini, deforma i termini naturali della comunanza e dei contatti umani dei componenti del gruppo in due modi: l’edilizia pubblica e l’urbanizzazione indiscriminata.

  A parte gli enormi sprechi causati dal voler costruire subito e in gran numero dei tipi di abitazione durevoli (destinate durare più cent’anni, mentre quelli provvisori hanno una vita di trent’anni) che il progresso tecnologico e l’evoluzione delle esigenze umane rendono inadeguati in breve tempo, il fatto più grave è che le abitazioni pubbliche sono costruite di preferenza in complessi abitativi autonomi rispetto al tessuto urbano preesistente. Dato che la tipologia socioculturale delle persone che vanno ad alloggiarvi è simile, questi complessi abitativi risultano dei perfetti ‘ghetti’ sociali, in cui manca completamente il contatto di convivenza con altre categorie socioculturali.

  Ma per dare spazio al cosiddetto progresso economico si stanno distruggendo gli stessi centri abitati come aggregati socio-economici, spostando all’esterno delle città, soltanto per ragioni economiche e vetero-funzionali (sopperibili benissino con l’uso del sottosuolo) alcune componenti della vita di tutti i giorni: il commercio al dettaglio, il piccolo artigianato, il divertimento, l’istruzione superiore, lo sport vengono separati e dispersi su un territorio anche 20 volte più grande. E poi c’è qualcuno che si lamenta dell’attuale disagio sociale e del calo delle relazioni interpersonali.

  Tutto questo legalizzato dallo Stato, che alla base della sua legislazione non ha posto l’integrità della vita, ma il turbinio di un progresso fine a se stesso, al quale la vita deve adeguarsi.

LA MISURA DEL POTERE ATTUALE

  Riassumendo: a fronte delle esigenze di completa autorealizzazione dell’uomo della settima fase, i sistemi liberalsocialisti e socialcomunisti della sesta fase risultano nettamente oppressivi, poiché
- non permettono la libertà a causa di modelli di comportamento unitari e di un unico tipo di bene comune e di progresso individuale;
- non concedono l’indipendenza perché direttamente sottraggono una parte determinante di risorse al singolo cittadino e indirettamente gli tolgono, con l’integrazione produttiva, quasi del tutto l’autonomia economica; (in cifre approssimate, per un reddito medio-superiore di 35.000 euro lordi, in Italia: 29 % in imposte nazionali e locali e 23% Iva, accise e tasse varie = 52%; se togliamo anche un minimo di 23% di contributi previdenziali obbligatoriamente gestiti dallo Stato, vediamo che il reddito effettivo netto di un cittadino considerato privilegiato ammonta a 8.750 euro annui, cioè 730 euro al mese, il 25% del reddito prodotto; il resto di 26.250 euro gli viene preso o comunque gestito dallo stato )
- non garantiscono giustizia perché non attuano l’uguaglianza di partenza nelle risorse primarie e riparano solo simbolicamente tutte le altre ingiustizie patite dai singoli cittadini.
  In breve, i sistemi politici attuali non danno all’uomo tutto il suo potere, pur essendo egli in grado di cominciare a gestirlo da solo.
  Qui sotto una rappresentazione grafica di quanto potere oggi viene effettivamente lasciato all’individuo (i rettangoli nei due quadrati rappresentano la capacità attuale, le superfici in colore rosso il potere effettivo).    Dal grafico appare evidente che entrambi i sistemi sono molto instabili perché mancano di una base larga (data dal possesso diretto dei beni primari da parte dei singoli cittadini). Questa mancanza di base provoca una profonda insicurezza vitale, cui il socialcomunismo con la proprietà collettiva ovvia solo apparentemente (infatti su di essa il singolo non ha alcun potere concreto di gestione e controllo).
  In sintesi: il sistema liberalsocialista toglie gran parte del potere primario e solo apparentemente lascia quello sui beni secondari; il sistema socialcomunista dà apparentemente quello primario e toglie quasi del tutto quello secondario.

  La conclusione di questa Parte seconda del Sistema di Base, ‘La critica’, è che non si è voluto dimostrare la negatività assoluta delle repubbliche democratiche in quanto tali, ma in quanto in vigore ancora oggi. Questo tipo di repubblica è stato, come tutti gli altri sistemi politici della storia, il sistema migliore possibile nel suo tempo, cioè nella sesta fase dell’evoluzione umana che ora è terminata. E occorre dire che i sistemi razionalistici hanno fatto (esclusi i più sanguinari) il loro dovere storico, se non con molta dignità, con un discreto profitto.
  Non saremmo nella settima fase se questi sistemi non avessero favorito, almeno un poco, l’evoluzione dell’uomo. La democrazia ha fatto nascere l’uomo libero, ma non è più adatta per esso come non lo è per il pulcino il guscio dell’uovo dopo la nascita.

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