ABECEDARIO della Politica del 21° Secolo

  La particolarità di questo dizionario è che i 40 vocaboli sono illustrati non soltanto con la loro definizione didattica, ma anche con dati ed esempi riferiti alla realtà attuale, in particolare dell’Italia in modo che ognuno possa capirli nello significato corretto (depurato dalle distorsioni della propaganda di destra e di sinistra) e orientarsi nella confusa situazione culturale e politica del mondo attuale.
Avviso ai giovani: Se volete un mondo nuovo per prima cosa dovete fare un robusto lavaggio al linguaggio che gli anziani vi hanno tramandato.

Indice (in ordine alfabetico):
ANTIFASCISMO - ASSISTENZIALISMO -  BENE COMUNE  - CAPITALISMO  - CAPITALISTI e IMPRENDITORI - COMUNISMO - CONFLITTO DI INTERESSI - CONSONANZA - DEMOCRAZIA  --DESTRA E SINISTRA - DIRITTI - DOVERI - ECOLOGIA - ENTROPIA - FAMIGLIA - GIUSTIZIA PENALE - GIUSTIZIA SOCIALE -  GLOBALIZZAZIONE - IDEALISMO - IMMIGRAZIONE - IMPRENDITORI - INFORMAZIONE - INTEGRALISMO - LAICISMO - LAVORO - LAVORATORI - LEGGE NATURALE - LIBERALISMO - LIBERTA’  - MAGISTRATURA - MARXISMO - ODIO - OGM -  PADRONI - PARTITI - POLITICI - PLURALISMO - POTERE - POTERI FORTI - PRECARIATO - PRESUNZIONE - PROGRESSO - PROPRIETA’ - PROSSIMO - RAGIONE - REALISMO - RELIGIONE - RESISTENZA - RIDISTRIBUZIONE - SALUTE - SCIENTISMO - SCUOLA - SINDACATO - SINISTRA E DESTRA - SIONISMO - SISTEMI POLITICI - SOCIALISMO - SOCIETA’ - SOLIDARIETA’ e SOLIDARISMO - SQUADRISMO - STALINISMO  - STATO-NAZIONE - TASSE-IMPOSTE - TERRORISMO - TIPICITA' - TOTALITARISMO - TOLLERANZA - UGUAGLIANZA - VIRTU’ - VIZI - VOTO

ANTIFASCISMO
Non c’è peggior fascismo dell’ ‘antifascismo’
  Nessun regime politico è puro male: il tanto vituperato nazismo ha lasciato comunque in Germania un apprezzabile sistema di sensibilità, servizi e assistenza sociale che permane tuttora. Il fascismo ha operato ancora meglio creando per la prima volta in Italia una moderna e seria struttura economica e statale. Entrambi i sistemi erano comunque totalitari, razzisti e violenti, quindi da condannare.
  Ma da qui a ritenerli il male assoluto e addirittura strappare le pagine della loro storia come se i rispettivi popoli in quel periodo si fossero completamente fermati ce ne corre.
  Lo fanno invece con ostinazione gli ‘antifascisti’ professionisti di matrice comunista: perché? Perché anche il comunismo era totalitario e violento, ma mentre il fascismo in vent’anni ha ottenuto il 70% di risultati positivi con il 30% di totalitarismo (e 300 omicidi politici), in settant’anni il comunismo ha ottenuto il 30% di risultati positivi con il 100% di totalitarismo (e 20 milioni di omicidi politici).
  E’ evidente quindi che i comunisti italiani (tutt’oggi totalitari e intolleranti) odiano svisceratamente i colleghi ‘fascisti’ che storicamente sono stati molto più bravi di loro. Per cancellarne anche la minima presenza in Italia ne hanno eliminati fisicamente oltre 50.000 a sangue freddo e a guerra finita. I comunisti ‘antifascisti’ italiani (e loro discendenti, per quanto ‘democraticizzati’) ne hanno poi trasfigurato il ricordo in un orribile mostro per giustificare la loro esistenza e anche i loro attuali errori e trasformato il termine ‘fascista’ in un marchio infamante per demonizzare tutti i loro più forti avversari politici, usano addirittura contro di loro, al minimo pretesto, proprio gli stessi mezzi dei regimi fascisti: menzogna, boicottaggio, squadrismo.

ASSISTENZIALISMO
  Se il male è malattia, ignoranza e incapacità, la sinistra lo ama svisceratamente: soltanto una società piena di questi mali infatti può giustificare un elefantiaco stato assistenziale, in cui i ‘salvatori’ della sinistra possono fare del bene con i soldi degli altri. Già il militante di sinistra è, per definizione e storia, un ‘ignorante’ e un ‘incapace’: vuole il comunismo o, in subordine, un forte socialismo perché da solo non riesce ad ottenere quello di cui pensa di avere bisogno o perché non vuole faticare tanto per ottenerlo.
  A questi militanti (le cui schiere non diminuiscono mai, grazie a una scuola ‘sociale’ ed ‘egalitaria’ che non insegna niente) aggiungiamo tutti coloro che non si interessano di politica ma sono ammalati, scompensati, sfortunati e hanno bisogno che qualcuno gli dia una mano e a cui, se è un politico, non negheranno il voto.
  Per essere sicuri di restare sempre al potere, gestire una struttura pubblica molto forte e poter pretendere tanti soldi di tasse, i partiti di sinistra fanno in modo che i bisognosi-votanti aumentino continuamente, creandone sempre nuove tipologie: oggi vanno forte, ad esempio, i drogati e molto di moda gli immigrati irregolari. La prova che si tratta di assistenzialismo vergognosamente interessato è data dal fatto che a tutti questi bisognosi non si chiede mai uno sforzo di automiglioramento ma si regala tutto quello che si può, sottraendolo addirittura ai cittadini normali.

BENE COMUNE
  Il bene comune è un vecchio concetto di origine tribale che qualche politologo si porta ancora dietro per giustificare un forte intervento dello Stato in economia e nella società. Andava bene quando la società era monolitica, la personalità dei suoi cittadini era ancora latente e i ruoli economici-politici erano rigidamente predeterminati: in situazioni come queste il bene della nazione globalmente intesa (come gli Stati ottocenteschi) portava sicuramente a condizioni esistenziali apprezzabili, a cominciare dalla sopravvivenza, per tutti i cittadini.
  Con il progresso tecnico e il libero mercato odierni, che permettono di far emergere e soddisfare le esigenze concrete di ogni singolo cittadino (pensiamo, ad esempio, ai tanti tipi diversi di alimentazione e di abitazione) e con la diffusa possibilità di autoaffermazione economica, tale minimo comune denominatore non è più definibile e quindi il bene comune non ha più senso e soprattutto non è più sentito dai cittadini che si concentrano di più sul proprio ‘bene personale’.
  Bene comune oggi significa quindi non uno Stato socialista che punti alla felicità individuale dei suoi cittadini (tecnicamente impossibile da conoscere e seguire nella sua evoluzione), ma uno Stato liberale che garantisca i servizi primari di convivenza (salute, istruzione, polizia e giustizia, viabilità) per lasciare la maggior parte del reddito ai cittadini affinché si facciano da soli il loro specifico benessere individuale. E’ il momento di cambiare il sistema sostituendo il termine ‘bene comune’ con il binomio ‘beni di base+beni personale’.

CAPITALISMO
  Il capitalismo è un processo di aumento della ricchezza che si verifica in un mercato libero in cui è possibile ricavare dalla vendita di un bene più denaro di quanto è stato speso, tutto compreso, per produrlo e venderlo.
  Di per sé il capitalismo non è né buono né cattivo, anzi si può definire positivo come positiva di per sé è la ricchezza. Eccessi e problemi, anche molto gravi, sono possibili come accade oggi per la delocalizzazione della produzione industriale dall’Occidente all’Oriente attuata da capitalisti con pochi scrupoli che per ottenere enormi profitti riducono effettivamente la di povertà miliardi di persone a Est, ma rischiano di impoverire diverse decina di milioni di persone a Ovest.
  Gli stessi governi comunisti storici hanno spesso adottato il capitalismo ‘di stato’ sottraendo tutto il profitto agli stessi lavoratori-cittadini per utilizzarlo per scopi spesso dubbi, come gli armamenti. Il capitalismo diventa quindi un problema per come viene usato. I rimedi possono essere sostanzialmente due, anche concomitanti:
- strada autoritaria, con limitazioni di legge e tassazioni dissuasive per l’entità e la destinazione dei capitali da investire;
- strada sociale, con larga partecipazione azionaria al capitale delle aziende da parte di dipendenti e di cittadini in modo che i profitti degli investimenti ottenuti anche in paesi stranieri siano ripartiti tra tutti coloro che hanno contribuito alla creazione del capitale iniziale (esempio sono gli Stati Uniti in cui già un quarto della popolazione vive di rendita con i profitti delle azioni delle loro aziende diventate multinazionali).
NB: Questa seconda strada è aborrita dai sindacati di sinistra perché in questo modo i dipendenti diventerebbero anche un po’ ‘capitalisti’, categoria che invece essi pretendono di cancellare dalla faccia della terra.

CAPITALISTI e IMPRENDITORI
  Uno dei danni più gravi che il comunismo ha arrecato alle economie e alle stesse società occidentali deriva (nella sua infantile visione del mondo) dalla sbagliata identità capitalista=imprenditore. La realtà è molto diversa.
  L’’imprenditore’ è colui che vuole realizzare un suo progetto spontaneo impegnando tutte le sue risorse personali e finanziarie nella creazione di un’attività produttiva di beni o servizi con cui anche vivere, magari agiatamente.
  Il ‘capitalista’ è invece colui che vuole lucrare il più possibile solamente investendo denaro, possibilmente altrui. Entrambe le figure (e le varie loro combinazioni) sono economicamente e socialmente utili, se adeguatamente controllate.
  I primi sono senz’altro i più util in quanto creano strutture produttive e posti di lavoro nel luogo ove risiedono. I secondi invece sono svincolati dal territorio (e come tali possono essere un provvidenza per territori poveri) e possono anche non dar luogo ad alcun posto di lavoro diretto (capitalismo finanziario).
  Sono i capitalisti puri, specialmente quelli finanziari, da tenere d’occhio e regolare strettamente, in quanto possono essere anche molto pericolosi per interi Stati.
  Gli imprenditori invece, sono dei veri e propri lavoratori, con cui i lavoratori dipendenti dovrebbero collaborare e magari fare società, invece di criminalizzarli stupidamente e indistintamente come ‘padroni’.

COMUNISMO
  Il comunismo è un sistema politico che ha alla base il principio, mai dimostrato, della uguaglianza assoluta di tutti gli uomini che esso rende obbligatoria, cercando (purtroppo vanamente) di eliminarne le differenze di capacità e di consumi. Si oppone sia al liberalismo sia al socialismo.
  La sua ideologia (che è forte perché sviluppa in modo molto rigoroso il suo presupposto di base, per quanto sbagliato) si rifà a Marx mentre la sua prima realizzazione pratica spetta a Lenin.
  L’interlocutore dello Stato comunista non è il singolo individuo (uno vale l’altro, quindi è un numero) ma la ‘massa’ popolare. Il comunismo impone di aiutare (a differenza del cristianesimo che invita a farlo) e di rendere uguali i cittadini di tutto il mondo. Ma vuole ottenere questo risultato migliorando sì le capacità dei suoi cittadini attraverso la responsabilità personale, ma non nella libertà quanto con una capillare organizzazione produttiva e sociale tutta controllata dallo stato-partito (sono di sua proprietà tutti i mezzi di produzione, dalle risorse naturali alle fabbriche).
  La grandiosità di questa utopia planetaria fa presa su gente semplice, poco istruita, a un tempo povera ma onesta a cui dà una grande spinta morale. Risultati: il comunismo è molto efficace quando occorre riequilibrare molto velocemente situazioni incancrenite di inaccettabili disparità socio-economiche.
  Al di fuori di questa situazione rivoluzionaria non serve a niente e non migliora l’umanità, bloccandone praticamente il progresso globale, per due ragioni fondamentali ( a livello macroeconomico):
- lo sviluppo della nazione e insieme di tutti i singoli individui non è tecnicamente programmabile e, anche se lo fosse, non può funzionare con la forza e la inevitabile violazione della privacy;
- o il comunismo gestisce contemporaneamente tutte le nazioni del mondo (ipotesi utopistica, almeno al presente) o non può resistere alla concorrenza ideale e materiale delle nazioni liberali, per cui dopo qualche decennio crolla o cede a sostanziali compromessi.
  La prova vivente che questo sistema non funziona sono i cittadini russi di oggi che pur essendo nati, cresciuti ed educati per 70 anni (due intere generazioni) da uno Stato comunista integrale non sono certo migliori degli altri europei.
  Al di là dei suoi fallimenti pratici, sostenere oggi l’ideologia comunista significa ignorare un secolo e mezzo di studi economici, antropologici, psicologici e sociali fioriti dal momento della sua creazione.
  Il comunismo è uno dei più grandi tentativi storici di dare la felicità in terra all’uomo facendo a meno delle religioni, che invece continuano (in particolare il cristianesimo) la loro opera di creazione e il rafforzamento di un substrato culturale e morale di eccezionale vitalità sia per la persona sia per la società.
  I peccati originali del comunismo sono:
- credere che la situazione di disagio economico o morale non deriva dalle naturali imperfezioni, ignoranza e incapacità di ogni essere umano, né dal destino ma da qualcuno altro alla cui ricerca e punizione la società è continuamente dedicata;
- l’individuo non ha nessuna libertà e ha un valore soltanto se contribuisce al progresso della collettivo secondo gli obiettivi e le modalità decise dallo Stato;
- non dialogare mai con chi ha idee contrarie: chiunque non sia comunista è un nemico da eliminare, anche fisicamente.
  Tuttavia un 40% della analisi marxista si può considerare valida, in particolare per quanto la proprietà dei beni naturali e il diritto universale alla sussistenza, che peraltro non possono essere gestiti soltanto dallo Stato (vedi Il Sistema di base).

CONFLITTO DI INTERESSE
  Cercare di impedire per legge ai facili e diffusi conflitti di interesse in una vera democrazia non ha senso se i cittadini sono adeguatamente informati e quindi poi possono punire i responsabili boicottando i loro prodotti o servizi, se aziende, o non rieleggendoli, se politici.
  Per fare in modo che questo si verifichi due sono le condizioni indispensabili e sufficienti: la totale trasparenza della proprietà delle attività economiche (poiché non è possibile scoprire eventuali atti di interesse privato se alcune aziende hanno titolari prestanome: questo imporrebbe una vera rivoluzione in campo giuridico e amministrativo) e la indipendenza e la competenza dei mezzi di informazione (cosa difficile se i giornalisti non sono individualmente obiettivi o se sono ricattati dalla proprietà: vedi Informazione).
  Una convinzione sbagliata è anche che il conflitto di interessi riguardi soltanto i ricchi e potenti, mentre è diffuso in tutti i settori della pubblica amministrazione fino al livello di capiufficio. Mancando queste condizioni, leggi sul conflitto di interessi sono possibili, ma sono difficili da attuare poiché, ad esempio, bisognerebbe cominciare con l’eliminare qualsiasi fiancheggiamento dell’economia alla politica e viceversa e soprattutto i primi colpiti sarebbero tutti i politici (a cominciare dalle loro paghe che non potrebbero essere determinate da loro stessi).

CONSONANZA
Appartenere a una società non è soltanto un fatto economico.
  La ‘consonanza’ è un concetto semisconosciuto di cui nessuno parla, ma che è fondamentale per la sopravvivenza stessa delle società. Come agli albori della civiltà anche oggi è troppo duro vivere da soli lottando contro tutto e contro tutti e allora si creano delle comunità.
  Ma la sociologia e la logica confermano che stare in un gruppo umano per poter sopravvivere presuppone comunque una condizione elementare: vi deve essere ‘consonanza’ tra i suoi membri sulle finalità e modalità dello stare insieme.
  La consonanza è la condizione che permette di vivere, crescere e anche cambiare insieme La prova ‘da bar’ di tale esigenza è la frase: ‘se le elezioni le vince il tal partito, mi trasferisco all’estero!’
  La prova storica più chiara sono i famosi ghetti in cui gli ebrei spontaneamente vivevano per poter attuare agevolmente il loro particolare modello di vita.
  Nelle nazioni più progredite pian piano se ne è persa la sensibilità e, grazie a una libertà mal intesa, si è giunti addirittura a rivendicare come un diritto esattamente il suo contrario cioè la ‘dissonanza’, con l’adozione da parte di alcuni cittadini di scale di valori e modelli di comportamento diversi da quelli tradizionali, che vengono non solo legittimati ma poi addirittura finanziati dallo Stato.
  Ma la gente oggi comincia a domandarsi: perché devo pagare tante tasse per aiutare delle persone a vivere in maniera differente dalla mia e quindi avere io meno risorse per la mia vita? Non è tanto un fatto materiale, quanto logico, psicologico e, soprattutto, morale.
  Proprio per la consonanza le minoranze non possono interferire sugli usi e costumi della maggioranza. Se non c’è consonanza, la società si disgrega. Se non c’è società, lo Stato non ci può essere o deve essere minimo, anche nella tassazione, in modo che i cittadini abbiano le risorse per crearsi le loro piccole, indispensabili ‘società consonanti’.
  Ma anche questo non basta: è il caso, ad esempio, degli USA dove vige una delle più basse tassazioni al mondo, ma per evitare la dissoluzione di una Federazione di cinquanta culture diverse si sono dovuti trovare dei motivi di consonanza (il sogno americano e la supremazia mondiale, possibili peraltro grazie alle enormi risorse naturali) che costituiscono continui attriti e vere proprie guerre tra nazioni in ogni angolo del pianeta.
  Questo dimostra che le società insieme ‘solidaristiche’ e insieme ‘tolleranti’ non hanno senso e sono pericolose verso gli altri Stati. La Sinistra deve piantarla di imporre a tutti di aiutare gente non vittima della sfortuna ma che semplicemente non accetta i valori comuni, soltanto per raccattare qualche voto e un po’ di simpatia in più. Eppure basterebbe poco per salvare la società dalla crisi della consonanza e della sua stessa esistenza senza limitare le libertà individuali: basterebbe che tutti sapessero che chi ha comportamenti diversi da quelli prevalenti, deve praticarli in privato e non riceverà alcun aiuto dagli altri per attuarli (esempio pratico, minimale ma lampante: se alla mensa scolastica lo scolaro islamico non vuole mangiare carne di maiale gli si serve altro ma paga di tasca sua la differenza di spesa, così, tra l’altro, si renderà conto che forse è lui che sbaglia non tutti gli altri suoi compagni come è assolutamente convinto che sia).
  E anche i grandi mezzi di comunicazione di massa non si devono prestare (come sciaguratamente fanno oggi per puro interesse economico dato che lo scandalo attira sempre l’attenzione degli strati più ignoranti della società) a pubblicizzare e addirittura promuovere comportamenti anomali: per fortuna oggi le minoranze possono comunicare al loro interno e comunque farsi conoscere, senza bisogno dei mass media, utilizzando semplicemente Internet con propri siti e chat.
  Se propongono comportamenti che diventeranno patrimonio di tutti devono comunque seguire il naturale percorso sociale: trasmissione di conoscenze e condivisione di esperienze da persona a persona (creazione di base culturale) che gradualmente e spontaneamente potrà coinvolgere la maggioranza della popolazione.

DEMOCRAZIA
Un sistema politico imperfetto: dove intervenire
  Gli individui stanno insieme negli Stati per non doversi sbranare in continuazione l’un l’altro.La storia dimostra che governare bene gi Stati che non dipende tanto dal sistema politico adottato quanto dalla saggezza di chi ha il potere.
  Poiché singoli personaggi all’altezza di amministrare in modo giusto un sistema sbagliato sono rarissimi nella storia, si è pensato e sperimentato un sistema che a tutt’oggi si è dimostrato il meno difettoso: la democrazia, in cui ha il potere il 50% + 1 dei cittadini che lo esercitano tramite loro rappresentati eletti con votazioni popolari.
  Il difetto fondamentale è che quando la maggioranza si rende conto del proprio potere, attualmente non c’è nessuna carta costituzionale che possa impedire alla maggioranza di vivere alle spalle della minoranza. L’altro difetto è che i cittadini per ottenere qualsiasi cosa devono passare necessariamente tramite i loro delegati che, per il troppo potere, spesso si lasciano andare ad arbitrii e corruzione.
  Fermo restando il sistema rappresentativo tradizionale (la democrazia diretta rimane ancora un sogno: vedi VOTO) a questi difetti si dovrebbe rimediare inserendo nelle carte costituzionali due vincoli chiari e precisi:
- un limite massimo della tassazione (che prende denaro ai cittadini in proporzione alla loro ricchezza) non superiore a un terzo del reddito, limitandosi a fornire i servizi essenziali senza la puerile pretesa di dare la felicità a tutti;
- la sussidiarietà (cioè lo stato non deve intervenire dove un singolo o un gruppo può fare da solo, limitandosi a controllare e non a gestire) che sta diventando possibile grazie alle nuove tecnologie informatiche, telematiche e finanziarie che permettono al singolo cittadino di scegliere e pagare direttamente molti servizi e prodotti senza passare per l’amministrazione pubblica.
- garantire a qualunque cittadino la possibilità di procurarsi da solo e dignitosamente la propria sussistenza (questo è l’obiettivo del Sistema di Base).

DESTRA e SINISTRA
Vogliamo finalmente chiamare le cose con il loro nome?
  I termini politici Destra e Sinistra rispecchiavano fino a poco tempo fa due modi di essere ( ricchi o poveri, rigidi o comprensivi, egoisti o solidali, furbi od onesti, autoritari o socievoli eccetera) che raggruppavano gli uomini in classi socio-economiche ben definite ed omogenee.
  Nella società moderna in cui ognuno è e pensa quello che gli pare, la suddivisone in classi non ha più senso, a cominciare dal reddito che non coincide più con gli ideali personali e sociali. Infatti abbiamo borghesi modesti comprensivi e solidali, e proletari ricchi (doppio lavoro) rigidi ed egocentrici.
  Anche il vecchio cavallo di battaglia della sinistra, di essere l’unico difensore degli operai e dei poveri, non corrisponde più alla realtà: oggi tutti i partiti, tranne l’estrema sinistra comunista, si propongono di fare gli interessi di tutti i cittadini, a cominciare da quelli più deboli. La differenza tra i partiti non sta più nelle categorie difese, ma nel modo in cui difenderle e aiutarle tutte.
  E’ molto illuminante il fatto che le nazioni con governi di sinistra (materialisti) che per definizione dovrebbero concentrarsi di più sui beni materiali, hanno il minor benessere economico, mentre proprio i paesi di destra (più religiosi) che meno dovrebbero occuparsi delle cose terrene hanno i migliori risultati economici.
  Il segreto sta nel fatto che i regimi di destra-personalisti creano, pretendendo da esse il massimo di conoscenze capacità e responsabilità, delle persone ‘in tensione’ che risultano attive in tutti i campi anche quello economico; mentre quelli di sinistra, che cullano i propri cittadini nella tolleranza e irresponsabilità, creano cittadini senza tensione, e quindi passivi in tutti i campi.. In un parola le politiche di destra creano dislivelli e quindi movimento, quelli di sinistra li eliminano e quindi provocano la stasi anche economica, realizzando l’entropia umana che è staticità al livello più basso (vedi ENTROPIA).
  Oggi i termini Destra e Sinistra si riferiscono quindi a due modi diversi di risolvere gli stessi problemi: liberale, efficiente, privatistica, complessa, personalistica la Destra… dirigista, macchinosa, statalista, infantile, collettivista la Sinistra. Come si supera questa contrapposizione? Semplice: dividendo in due il sistema (il Sistema di base) e affidando la gestione dei beni naturali e delle necessità primarie ai politici di Sinstra, la gestione delle attività secondarie ai politici di Destra.

DIRITTI
Il Paradiso in terra senza faticare
  La società occidentale è talmente avanzata che alcune sue componenti hanno perso di vista il punto di partenza e le stesse ragioni primarie della sua esistenza. in tutti i paesi ‘civili’ europei, di destra e di sinistra, è cresciuta la presunzione di numerosi ed estesi diritti: istruzione e salute senza limiti, la casa, un lavoro ben remunerato e via rivendicando nella cornice di un solidarismo obbligatorio e tollerante.
  Ne consegue che la Carta europea dei diritti ne comprende esattamente 50 (!) mentre quelli che sono gli unici due diritti primari e imprescindibili dell’essere umano (il rispetto integrale della persona e delle sue creazioni e i mezzi minimi per sopravvivere come spazio vitale, terreno coltivabile e materie prime che il pianeta Terra può garantire a tutti fino ai sette miliardi di abitanti) non sono neppure presi in considerazione.
  Tutti i diritti secondari solidaristici non hanno in realtà basi né storiche né logiche. Anzitutto non ci sono in nessuna altra cultura primigenia del mondo al di fuori di quella europea, in cui sono diventati una prassi sulla base della mentalità cristiana fatta propria dal socialismo (che riteneva vergognoso che i poveri ricevessero la ‘carità’ dei cristiani) e della esigenza di dare occupazione nel settore pubblico (molti diritti infatti sono inventati dai politici, e sindacalisti, che solo così possono ottenere l’appoggio della gente per fare il loro molto ben remunerato mestiere). Le anime belle occidentali devono mettersi in testa che chi vuole qualcosa di più dell’indispensabile, non può accampare diritti, ma se lo deve guadagnare: lo sanno e lo fanno tutti nel resto del mondo: possibile che i 500 milioni di euro-occidentali siano più intelligenti di tutti?
  Se, infatti, questi diritti fossero davvero incontestabili e assoluti allora dovrebbero valere per tutti gli abitanti del pianeta e quindi, ad esempio, tutti gli italiani dovrebbero dirottare almeno metà del loro reddito per aiutare gli altri popoli a realizzarli anch’essi, per cui ognuno di noi avrebbe molto di meno di quello che ha oggi!
  Poi i propugnatori di questi diritti non si rendono conto che essi sono totalmente illogici perché si traducono in altrettanti doveri per gli altri, che molto spesso non li condividono Perciò, chi ha bisogno di aiuto, per piacere, non accampi diritti (oltre ai due fondamentali sopra accennati: vedi SISTEMA DI BASE) né per avere di più dica il falso o tantomeno usi la violenza. Il problema è che con l’invenzione dei ‘diritti’ si vuole risolvere i problemi della vita senza difficoltà e soprattutto senza fatica e il miglioramento che il loro superamento richiede.
  Ogni persona che acquisisce qualcosa pretendendolo dagli altri, quando l’ha ottenuta provi a chiedersi: adesso la mia forza di volontà, spirito di sacrificio, coraggio, capacità professionale, capacità di trattare con la gente sono aumentati? L’unico diritto è ad essere di più, non ad avere di più.

DOVERI
  L’uomo non ha nessun dovere, tranne quello di rispettare gli altri esseri umani e la biosfera terrestre. Questo è logico perché nessuno ha chiesto di venire al mondo e nessuno può imporgli di fare questo o quest’altro. L’accettazione di altri doveri dipende soltanto da precisi ed espliciti contratti con altre Persone.

ECOLOGIA
Perché l’uomo non dovrebbe avere gli stessi diritti del castoro?
  Prima di qualsiasi problema concreto, occorre sottolineare una questione fondamentale: l’uomo ha il diritto di modificare (non sostanzialmente, si capisce, dato che anch’esso ha una sua ‘personalità’) il pianeta su cui si trova? Certo, per tre precisi motivi:
- 1° la sua naturale e sincera predisposizione a creare (perché, sennò, avrebbero il diritto i castori di costruire le loro dighe e i coralli intere isole?);
- 2° la legge naturale dell’entropia, cioè la tendenza del mondo fisico all’appiattimento (per capirci, le montagne tendono a ridursi e i mari a riempirsi fino a trasformare la crosta terrestre in un sola pianura inerte) che l’uomo può contrastare mantenendo in funzione la meravigliosa ‘macchina’ fisico-biologica della Terra;
- 3° il fatto che solo l’uomo sia in grado di farlo non soltanto a livello tecnico ma anche a livello morale. Il fanatismo di certi ecologisti (basato, come tutti i fanatismi, sull’ignoranza) non ha quindi senso: il problema è non ‘se’ (impedendo qualsiasi intervento piccolo o grande), ma ‘come’ (cominciando da interventi riparatori) l’uomo deve svolgere il suo ruolo naturale di ‘gestore’ del pianeta.
  L’incapacità e l’astrattezza dei ‘verdi’ italiani (encomiabili, peraltro, per il loro ruolo di sensibilizzazione) sono dimostrate dal fatto che a tutt’oggi non hanno ripristinato una sola unità territoriale con produzione agroalimentare a ciclo eco-biologico integrale.

ENTR0PIA
Anche la fisica ci dice come fare politica
  L’’entropia’ è un importantissimo principio fisico troppo poco conosciuto e citato sia nella vita sociale sia in quella politica, mentre invece è alla base di tutta la vita del pianeta. In pratica la legge dell’entropia fa sì che sulla Terra tutto tenda spontaneamente a livellarsi (trasferendo materia ed energia da dove ce n’è di più a dove ce n’è di meno) e quindi, purtroppo, a fermarsi (senza dislivelli, ad esempio, i fiumi non scorrono e non sono più fonte di energia).
  Questa legge non funziona automaticamente per gli esseri viventi perchè la Natura li ha dotati dell’istinto di competitività e, nell’uomo, anche della creatività, in grado di contrastarla efficacemente.
  Se gli animali si limitano a migliorare le proprie specie, l’uomo, oltre a questo, è in grado di bloccare il deterioramento del mondo (ad esempio, con le dighe), di creare nuove realtà materiali (come le opere architettoniche e le macchine), di inventare addirittura nuove fonti di energia (come quella nucleare). Purtroppo però l’uomo è talmente creativo che è riuscito a concepire dei sistemi socio-politici in cui, assurdamente, fa dominare la legge dell’entropia!!
  Il comunismo e il socialismo, infatti, sono due sistemi tipicamente ‘entropici’ perché, inibendo competitività e creatività, tendono a ‘livellare’ e quindi a fermare sia l’economia (se tutti devono essere uguali nessuno si muove perché manca lo stimolo alla differenziazione) sia la società (il permissivismo, pagato obbligatoriamente da tutti, porta al degrado morale). Alla sinistra piace tutto quello che è indistinto, omologato, meticciato, triturato, digerito, preferibilmente di un unico colore. L’entropia umana, invece, giustamente non prevale nei sistemi socio-politici liberali che, dando grande spazio alla spontaneità della natura umana, permettono alla responsabilità individuale e alla competitività di generare ‘tensione’ creativa in tutti i campi da quello economico a quello spirituale.

FAMIGLIA 
 La società spontanea e quindi quella naturale (che non ha bisogno di legittimazioni esplicite) si basa sulla famiglia. La famiglia è un complesso sistema di rapporti tra uomo e donna che ha due elementi imprescindibili e vincolanti: la reciproca assistenza richiesta dai diversi attributi fisici e temperamentali; la procreazione e l’allevamento di figli. La società spontanea ha tutto l’interesse ad aiutare concretamente e sostanziosamente le proprie famiglie a costituirsi e a realizzare i propri scopi, per il bene e la continuità della società stessa, sul piano genetico, economico e soprattutto culturale. 
  Esula dai compiti della società interessarsi della convivenza di persone dello stesso sesso (al contrario, potrebbe addirittura condannarle perché non permettono la procreazione di figli) o di sesso diverso che non hanno per scopo la procreazione. In una società evoluta e nello stesso tempo rigidamente naturale, quindi, tutte le convivenze che non portano a generare figli, non possono pretendere alcun riconoscimento pubblico e tanto meno aiuti (già il fatto di vivere insieme è un vantaggio): tutt’al più possono richiedere la certificazione pubblica per contratti di tipo privatistico che autorizzino la reciproca assistenza presso uffici e servizi pubblici nelle normali situazioni della vita.

GIUSTIZIA PENALE
  L’Italia è considerata a livello mondiale il paradiso dei delinquenti: sarà per la presenza del Papa, sarà perchè quasi tutti gli italiani infrangono (più o meno, prima o dopo) la legge, ma i colpevoli di reati raramente sono catturati, raramente sono condannati, godono di numerosi sconti di pena, non sono obbligati a lavorare, hanno tutte le comodità.
  In effetti pochi degli attuali sistemi nel mondo permettono una vera amministrazione della giustizia, poiché anche in questo campo si muovono in base alla ragione e ai suoi principi astratti e non in base ai fatti reali (qualcuno si ricorda la ‘legge del taglione’?).
  La giustizia dovrebbe consistere nel dare soddisfazione morale e materiale a chi ha subito una danno e nel cercare di redimere il reo. A dire il vero, questa è la base teorica anche per molti Stati moderni, ma si deve purtroppo constatare che quasi sempre la soddisfazione materiale si trasforma in un ulteriore danno e la soddisfazione morale è decisamente inadeguata.
  Si consideri anzitutto il risarcimento dei danni materiali. Quando il reo non è in grado di risarcirli, e ciò capita quasi sempre, il danneggiato resta con il suo danno. Non solo, ma la ‘giustizia’ gli ha preparato un’incredibile beffa; egli deve contribuire, pagando le tasse, a mantenere in carcere il colpevole per tutto il periodo della pena. Così pure deve contribuire alle spese della forza pubblica, del sistema giudiziario e magari dell’assistenza al reo a pena espiata. Senza contare che il colpevole molto spesso trova il modo di godersi il frutto del reato a pena espiata. Che non sia il caso di tornare all’antico, cioè al lavoro forzato? In effetti questa condanna otterrebbe tutti i risultati che chi ama la vera giustizia desidera: punirebbe fisicamente il reo con adeguata soddisfazione della vittime; lo redimerebbe facendogli capire che è meglio fare un onesto lavoro da libero che uno imposto e pesante in prigione; risarcirebbe concretamente le vittime con il frutto del lavoro forzato.
  Ma forse questa è pur utopia in un paese come l’Italia, dove ‘chi è morto giace e chi è vivo si dà pace’.
  Così pure non esiste giustizia per la soddisfazione morale. Nei paesi ritenuti più civili viene adottato un unico tipo di pena, il carcere. che è divenuta un tranquillo, pur se isolato, soggiorno. Senza contare che tra perizie psichiatriche, giustificazioni morali, attenuanti nella sentenza di condanna (in cui è dato molto più peso alla personalità del reo che a quella della vittima), nonché condoni, indulti, amnistie, buone condotte eccetera nell’espiazione la pena carceraria di riduce a ben poca cosa.
  Infine non si ottiene poi la conversione del colpevole specialmente perché non è possibile ottenerla: nessuna persona di buon senso può sostenere che con la forza si ottiene sicuramente il cambiamento del modo di pensare e di agire di una persona. In definitiva, Giustizia astratta. Ma il danno della vittima è sempre molto concreto, e spesso irrimediabile.

GIUSTIZIA SOCIALE
o invidia?
  Assieme alla consonanza morale, la giustizia sociale è una delle condizioni fondamentali per una accettabile convivenza tra gli uomini. E’ evidente che più le singole persone acquisiscono conoscenza e capacità più pensano di meritare un miglioramento della propria condizione economica. E tutti gli Stati del mondo hanno via via preso atto di questa evoluzione cercando di legiferare (sulla base della meritocrazia) in modo da rendere meno accentuate le differenze tra i vari ceti sociali.
  Poi è nato il marxismo che ha ribaltato la situazione trasformando la ‘giustizia sociale’ da condizione (variabile nel tempo e nei luoghi in base alla consonanza morale) alla finalità dell’’uguaglianza sociale’ (immutabile e universale), vale a dire tutti sono uguali nell’avere anche se sono diversi nella capacità di dare.
  Il comunismo marxista ha fallito la prova della storia (nessuna differenza di reddito), ma anche la ricetta liberista ha smesso di funzionare (troppa differenza) e oggi ci troviamo in società in cui chi dà riceve molto meno di quello che dovrebbe avere e chi ha accumula sempre di più.
  A nulla valgono gli sforzi che fanno governi di sinistra e di destra per rimediare alla situazione (all’insegna della giustizia sociale e del solidarismo), perché il problema è più in profondità (dove è arrivata l’analisi marxiana, provocando però, per esagerazione, più danni che benefici): qui nasce la necessità di un nuovo vero e proprio sistema, del tipo di quello che in questo sito il Gruppo Teilhard de Chardin propone (il ‘Sistema di Base’), che ha la finalità non di dare il benessere ma di permettere di arrivarci a chiunque partendo da una solidissima base di equità esistenziale.
  Tante persone devono comunque cominciare a togliersi dalla testa l’idea marxista di giustizia sociale tendo anche conto che, in pratica - come è intesa da molta gente di sinistra non è poi così nobile perché è semplicemente invidia e poca voglia di faticare;
- nessuno può pretendere di avere un lavoro con un reddito di 25.000 euro all’anno, quando può ricavare, lavorando, dalla sua quota parte dei beni naturali e storici della Terra solo 7000 euro all’anno (comunque sufficienti per sopravvivere); 
- incitare la gente a pretendere giustizia sociale è un lavoro facile praticato, per proprio tornaconto, da molti incapaci e/o presuntuosi che fanno parte di ben precise categorie: politici, sindacalisti, giornalisti.

GLOBALIZZAZIONE
  Per ‘globalizzazione’ si intende la libera circolazione tra tutti gli Stati di capitali, merci, persone. A prima vista sembra una cosa molto positiva intesa come una grande opportunità di libertà per tutti. Ma se consideriamo il fatto che gli uomini sono non soltanto limitati nelle loro capacità ma anche concretamente differenti nei loro comportamenti civili e morali occorre ammettere che la globalizzazione va regolata e non poco.
  In effetti se la globalizzazione è positiva per i paesi poveri ma con molta manodopera disponibile a basso costo in cui vengono spostati i capitali, d’altro canto dà origine, se non controllata strettamente, a danni non trascurabili:
- sul piano economico: la delocalizzazione dai paesi ricchi delle produzioni da reimportare negli stessi impoverisce sia i lavoratori sia l’apparato industriale dei paesi ricchi, che non soltanto esportano di meno ma non producono più neppure per se stessi molti beni essenziali / crea nei paesi poveri aziende finalizzate a produrre beni per i paesi ricchi e non per il più bisognoso mercato interno / mette in concorrenza tra loro anche i paesi poveri per ospitare produzioni destinate all’estero creando una spirale al ribasso senza fine / dà ai giovani dei paesi poveri l’illusione di poter raggiungere facilmente benessere non nei loro Paesi ma emigrando in quelli ritenuti più ricchi con il risultato di impoverire entrambi;
- sul piano sociale: i grandi e rapidi spostamenti di immigrati creano problemi notevoli economici e di ordine pubblico nelle comunità dei Paesi in cui arrivano specialmente se irregolari (vedi IMMIGRAZIONE);
- sul piano morale: è facilitato il dilagare ovunque delle attività delle organizzazioni criminali, grandi e piccole;
- sul piano sanitario: possibilità di gravi problemi epidemici per la grande facilità e velocità di propagazione di eventuali epidemie tramite gli enormi flussi di viaggiatori (spesso meramente consumistici e di moda) da e per ogni parte del mondo.
  La favola dei professori giulivi che all’inizio del secolo ha incantato l’Europa presentando prima l’allargamento all’Est europeo e poi una ecumenica globalizzazione come una grande occasione di arricchimento per i paesi più progrediti si è dimenticata di una piccola, ma micidiale legge fisica: se si mettono in comunicazione con un tubo senza valvole due vasche con due diverse quantità d’acqua è matematico che l’acqua passerà da quella che ne ha di più a quella che ne ha di meno…
  Per eliminare questi inconvenienti senza più precise e stringenti regole, a poco servono etichette d’origine e marchi di qualità. Anche perché esiste un problema molto più grande e poco considerato a livello di sistema economico-politico: il dominio del mondo da parte di pochi grandi gruppi economici, i cosiddetti ‘poteri forti’ (VEDI) che con la delocalizzazione e la colonizzazione stanno creando un sistema di interdipendenze in cui quasi tutti gli Stati non hanno più autonomia produttiva e finanziaria e, di conseguenza, neppure politica e sociale. La globalizzazione, che al presente è più una reciproca predazione che un interscambio tra gli Stati, si può regolare soltanto con un unico sistema politico-economico globale, appunto, (sul tipo del Sistema di Base illustrato in questo sito) che attualmente non può esistere, poiché negli accordi internazionali oggi vigenti le nazioni più forti impongono le regole a loro più favorevoli.
  Per salvaguardare le produzioni tipiche locali vanno inoltre rivalutate le comunità locali (federali, statali, regionali e anche provinciali) che gestiranno una rete di controlli multisettoriali che grazie all’informatica non creerà alcun problema burocratico o freno commerciale come ai tempi del Medioevo.

IDEALISMO
  L’idealismo è connaturato all’uomo, che avrà sempre degli ideali da realizzare. L’idealismo è la proiezione nel futuro di un progetto esistenziale che vuole migliorare la realtà, partendo dall’esistente e da situazioni sperimentate. L’idealismo è quindi realistico. Non lo sono invece l’astrattismo, tipico di molte donne, e l’utopia, tipica dei razionalisti-illuministi, entrambi da rigettare perché non si basano sulla realtà, ma sono frutto di un sogno o di una teoria.
  Mentre l’idealismo è una fede che dà forza, l’astrattismo porta alla psicopatia e al caos e l’utopia al fanatismo violento. Sono due modi di vedere il mondo (che vorrebbero perfetto tutto e subito) che fondamentalmente mancano di rispetto per l’uomo reale che è per natura limitato e, concretamente, anche un po’ disonesto.

IMMIGRAZIONE
Ma che accoglienza?! in Italia siamo già 5 (13, se vogliamo essere pignoli) milioni di troppo.
  Si possono accettare in uno stato nuovi cittadini provenienti dall’estero? Il buon senso dice sì, ma tenendo presenti tre problemi fondamentali.
  Il primo, il più importante: se vengono per restarci per sempre, il territorio deve essere in grado di produrre le risorse primarie, agricole e minerali, per mantenerli (ad esempio, l’Italia può mantenere oggi 47 milioni di persone (55 come massimo recuperando il territorio mal utilizzato), gli Stati Uniti almeno 700 milioni, la Cina 1.300 milioni), in caso contrario gli immigrati devono essere soltanto temporanei. 
 Ciò ormai è da tenere assolutamente presente perché ogni Stato oggi è alle prese (dal 2012 anno in cui si è superata la parità tra richiesta e disponibilità innescando un processo di accaparramento che potrebbe portare, in pochi anni, alla terza guerra mondiale) con la crescente scarsità delle risorse naturali del pianeta e un aumento delle sua popolazione oltre la sua capacità di sostentamento porterebbe già nel breve periodo a gravi problemi economici e di convivenza con la sua popolazione stanziale.
  Per questo il controllo e il dosaggio della immigrazione deve essere assolutamente rigoroso. 
  Il limite fisico alla capacità di mantenimento di uno Stato deve essere assolutamente fissato ora, perchè purtroppo ci sono aziende ed enti che non tanto per buon cuore (come la Chiesa cattolica) ma per puro profitto caldeggiano, senza vergogna, l’arrivo di sempre nuovi abitanti, temporanei o definitivi che siano: sono aziende di produzione che pagano di meno i lavoratori immigrati ma sono anche le attività economiche che dall’aumento della popolazione traggono guadagni senza investire niente: banche (aumento dei conti correnti e di circolazione monetaria); agenzie immobiliari (più c’è richiesta di abitazioni più il loro valore cresce); forniture di energia e telecomunicazioni. I filantropi dell’Europa che vorrebbero accoglierli comunque per buon cuore, pur sapendo che non vi è più spazio, né fisico né economico, per loro, sono degli irresponsabili che danneggiano non solo la popolazione locale (in Italia 3 mld di euro di inutili spese annue) ma gli immigrati stessi che sprecano alcuni dei migliori anni della loro giovinezza per finire nella disperazione e nell’abitudine alla illegalità. 
  Secondo: gli immigrati devono adattarsi non solo alle leggi ma anche agli usi e costumi naturali e storici dello stato, ad evitare un grave elemento di dissonanza della società preesistente e la creazione di Stati nello Stato. Salvare la tipicità di un popolo (con tutte le bellezze artistiche e produzioni tipiche) non è una mania razzista, è un dovere nei confronti di tutta l’umanità e degli stessi cittadini di quel popolo e dei loro antenati. ‘Cittadini del mondo’ è una bella locuzione ma deve essere una condizione mentale non fisica.
  Terzo: nessuno può pretendere di entrare e rimanere in qualsivoglia Paese senza autorizzazione. Possono fare eccezione soltanto rifugiati temporanei profughi da calamità naturali o guerre vere (non certo guerriglie o lotte tribali endemiche). Sicuramente non a motivo della povertà: tutti i popoli sono nati poveri e si sono via via arricchiti con le proprie forze (gli italiani hanno impiegato mille anni per arrivare all’attuale livello di benessere) e non si vede perché qualche milione di giovanotti africani vogliano scappare dalla miseria, invece di combatterla nel proprio Paese, sperando di passare in qualche mese dalla liana alla cinquecento.
  Un cenno particolare merita la situazione (veramente ridicola e insieme drammatica, perché in realtà qualcuno anche annega) che si è creata nel Mediterraneo dove centinaia di migliaia di africani tentano di entrare irregolarmente in Europa via mare e, guarda caso, molte anime belle (particolarmente numerose e attive in Italia, paese sovrappopolato, strapieno di debiti e di disoccupati che non riesce a dare un tetto neanche ai propri poveri!) e crocieristi a tempo perso li aiutano a farlo con il pretesto che si tratta di naufraghi (che secondo le leggi internazionali e il buon senso si dovrebbero sempre salvare). Ma ci vuole poco a capire che questi sono finti naufraghi messi in scena su natanti fatiscenti dagli scafisti che si comportano come alcuni tipici truffatori italiani che organizzano finti incidenti stradali (anche con qualche ferito) per incassare i soldi dell’assicurazione. E poi, un naufrago autentico, una volta salvato, non vede l’ora di tornare a casa sua. Questi finti naufraghi invece non hanno né documenti nè casa e vogliono rimanere dove sono stati sbarcati e, anche se si riesce a individuarlo, il loro Paese di origine si guarda ben dal rimpatriarli. Ulteriore prova che per questa gente il naufragio non era una disgrazia ma un mezzo per ottenere una ospitalità non dovuta.
  Tutte queste ‘pie donne’ salva naufraghi ( se è vero che non hanno secondi, ignobili, fini) perché invece di evitare il potenziale annegamento di irresponsabili migranti clandestini (circa 30.000 in 15 anni) non fanno invece qualcosa, ad esempio, per gli innocenti bambini che muoiono di fame o di malattie nei Paesi più poveri (50.000 AL GIORNO)?

IMPRENDITORI
L’imprenditore è ladro per natura? (vedi anche Capitallsti-Imprenditori)
  I comunisti odiano gli imprenditori, perché sono la dimostrazione più evidente che non siamo tutti uguali. E per confermarlo sostengono che in realtà il loro successo non proviene dalle loro capacità, non comuni, ma dal fatto che rubano ai loro dipendenti.
  Tutti. In un modo o nell’altro. Non pensano mai che: 1° l’imprenditore è una componente spontanea dell’umanità come gli artisti, gli atleti, gli scienziati, gli insegnanti, gli stessi politici e come tale è fondamentalmente sano e utile agli altri; 2° chi parla male degli imprenditori dovrebbe aver provato a farlo anch’egli almeno una volta nella vita (cosa in Italia mai successa); 3° se vogliamo entrare nella specifica argomentazione morale, anche i ‘proletari’ rubano, anzi sono quelli che, con il lavoro in nero o doppio o triplo, od oziando (cosa che l’imprenditore, anche volendo, non può fare) evadono di più: i 2.500.000 lavoratori ‘proletari’ in nero, in totale evadono ben 20 volte di più del 1.000.000 di medie e grandi imprese e dei 4.000.000 di lavoratori autonomi.
  L’imprenditore lo è per il 60% per passione, per il 40% per guadagno. Infatti l’imprenditore lo è per 24 ore al giorno tutti i giorni, mentre un qualsiasi salariato lo è, se onesto, per non più 40 ore settimanali. 4° Se alcuni imprenditori rubano ai salariati (il marxiano plusvalore) è perché questi non hanno forza contrattuale né individualmente né corporativamente dato che i sindacati sono ostili a priori all’imprenditore, non sono in grado di trattare al suo livello di competenza e hanno armi insufficienti (con la globalizzazione lo sciopero è un suicidio). La situazione si riequilibrerebbe radicalmente attuando il Sistema di Base.
  La demonizzazione dell’imprenditore in quanto tale è una posizione tragica delle forze sindacali di sinistra che in Italia ha portato a una crisi perenne dell’apparato industriale (uno dei più deboli d’Europa) perché i sindacati si ostinano a contrapporsi frontalmente agli imprenditori, impedendo la realizzazione di un sistema di collaborazione, almeno per la competitività oggi necessaria a livello planetario.
  Inoltre la sinistra non li sopporta perché non riesce a programmarli e non riesce a controllare le ricchezze che producono.
  Questa contrapposizione ha creato anche situazioni grottesche di autodifesa da parte di qualche imprenditore senza dignità che si è fatto astutamente amica la sinistra politica e sindacale e l’appoggia magari con qualche influente mezzo di informazione di proprietà. I vantaggi sono reciproci: la sinistra appare più credibile e tratta direttamente con i padroni sulla testa dei lavoratori; l’imprenditore ha pace sindacale, fiscale e giudiziaria, e anche se non riceve commesse statali ha carta bianca per fare tutte le operazioni che vuole.
  Tutti contenti? Non proprio: le gente non è stupida e si accorge ben presto di essere presa in giro dagli uni e dagli altri. Conseguenza: ulteriore crollo della credibilità dello stato e dei partiti e disorientamento crescente al momento del voto.

INFORMAZIONE
La base della democrazia è la conoscenza.
  Se il cittadino non sa come stanno realmente le cose non può votare bene. L’informazione è quindi un elemento importantissimo e delicatissimo della democrazia. La completezza e la correttezza, prima ancora della pluralità, della informazione dei mass media, deve quindi essere garantite dallo Stato e, insieme, dai produttori di informazione: se questi sono troppo faziosi qualsiasi provvedimento è inutile.
  Se per un normale cittadino è sufficiente non dire il falso, per il giornalista ciò non basta: deve sempre dire la verità, non tacerla o eluderla o distorcerla quando fa comodo ai suoi amici, perché quella è l’essenza del suo contratto con i suoi lettori e la società che lo riconosce. I giornalisti devono essere dei cani da caccia non dei cani da guardia, specialmente dei politici, come è frequentissimo in Italia. Pluralismo significa invece, data la notizia nella sua oggettività, farne un commento, magari di parte, ma ben distinto e dichiarato.
  Se volessimo essere ancora più pratici il vero pluralismo non dovrebbe tanto consistere nel commento di parte, quanto nella scelta degli argomenti. Lo Stato deve avere, per ragioni di imparzialità ma anche di sicurezza, un servizio di informazione pubblico multimediale, controllato dal parlamento.
  Lo Stato deve avere inoltre un’authority per l’informazione in grado di creare e gestire un pacchetto di norme (comprensivo anche di severe e rapide sanzioni e risarcimenti) dedicate soprattutto alla tutela della pluralità e trasparenza dei mezzi informazione, della correttezza dei dati pubblicati e della indipendenza dei giornalisti dagli editori, dal potere politico e anche dalla propria lobby.
  Per avere una informazione il più libera possibile da condizionamenti lo Stato dovrebbe infine aiutare sostanziosamente (finanziariamente e con servizi gratuiti) i giornalisti che vogliono creare o rilevare un mezzo di informazione, anche di grande diffusione, di proprietà di aziende private di tutte le altre categorie produttive.

INTEGRALISMO
Perché l’Islam non è accettabile
  Integralismo significa conformare in ogni momento e in ogni luogo tutti i propri pensieri e azioni (anche minime e puramente materiali) a una dottrina religiosa (Islam, ad esempio) o ideologia politica (Comunismo). Un esempio chiarissimo è l’Islam non soltanto nella sua versione violenta ma anche in quella più, per così dire, moderata.
  Il suo problema consiste nel ritenere il Corano fonte unica sia dei precetti religiosi sia delle leggi politiche, cosa inammissibile in qualsiasi Stato occidentale moderno, in cui le due cose sono nettamente separate e le leggi statali possono derivare soltanto dalla Costituzione democratica.
Questo integralismo degli islamici deriva dal fatto che Maometto è stato per gli arabi sia capo religioso sia capo politico e i suoi attuali credenti non capiscono che non possono ritenere verità assoluta oggi (a differenza dei principi religiosi che Dio effettivamente gli comunicò) leggi, usanze, incitamento a difendersi con le armi dai nemici che egli dovette stabilire per le necessità di sopravvivenza del suo popolo in quel periodo.
  Eppure sarebbe facile risolvere questo grosso equivoco distinguendo le due cose: Maometto parlò da religioso a La Mecca e da condottiero a Medina e quanto disse nelle due località gli stessi islamici lo hanno già identificato con chiarezza.
  La soluzione sembra semplice ma in concreto è impossibile perché l’islam non ha una autorità religiosa suprema che possa prendere una decisone in merito (come hanno invece fatto i papi della Chiesa cattolica, che in effetti nel corso dei secoli hanno via via eliminato le norme di comportamento anacronistiche) e hanno gioco facile i fanatici che, impedendo ai fedeli di ragionare, li tengono per sempre schiavi della religione con una legge mostruosa: pena di morte per il semplice dubbio anche su una sola parola del Corano.
  Finche non ci sarà qualche islamico che pubblicamente si dissocerà dalla parte più anacronistica, perché politica e non religiosa, del Corano (ancora oggi in Italia i loro capi la girano e la voltano, ma non hanno mai ripudiato nemmeno le frasi più violente del Corano) è un delitto dare qualsiasi riconoscimento a questa religione: si favorisce l’ignoranza, e quella peggiore perché legittima volentieri la violenza. Accettare oggi l’Islam così com’è per un occidentale è come permettere alla Chiesa cattolica di rimettere in funzione le torture e i roghi dell’Inquisizione di cinquecento anni fa.

LAICISMO
  Essere laico non significa essere ateo (non credere nell’esistenza di essere supremo) o agnostico (non essere interessato a religione e politica) significa soltanto non praticare una specifica religione con la sua dottrina, rituali e clero (come Cristianesimo e Islam).
  Uno Stato può essere laico ma credere in Dio, riferirsi a Lui e anche pregarlo quando sia il caso (è menzionato in diverse Costituzioni). Perché Dio esiste: l’umanità lo ha sempre intuito, ma non ne aveva le prove inoppugnabili. Che invece oggi, diventati adulti e sviluppate in misura sufficiente le nostre capacità mentali, abbiamo (VEDI le tre prove logico-scientifiche).
A questo punto, dentro di sé e per sé qualcuno può anche continuare a credere che un ente supremo non esista: gli si deve rispetto perché si tratta di un atteggiamento estremamente intimo e decisivo per la sua vita. Ma chi pretende di divulgare questo suo personale convincimento agli altri, a una comunità, a uno Stato organizzato non è da considerare una persona cattiva, ma semplicemente un incapace e ignorante (leggi ‘cretino’) a meno che non lo faccia per denaro o per vanagloria (più di qualcuno ha fatto fortuna, in entrambi i sensi, presentandosi al grande pubblico come il paladino dell’ateismo ‘scientifico’ che stuzzica sempre un po’ la curiosità o la voglia di irresponsabilità di qualcuno).

LAVORO
Un reddito da lavoro o anche senza lavoro?
  Uno dei mali dell’Italia è la convinzione della gente che lo Stato debba procurare a ogni cittadino non tanto un lavoro, quanto piuttosto un reddito anche senza lavoro, magari garantito per tutta la vita! E’ uno degli equivoci creati dal fatto che fino a pochi anni fa noi europei abbiamo goduto dei risultati di 1000 anni di durissimo lavoro dei nostri antenati, in un mondo praticamente senza concorrenza e anzi in buona misura da noi schiavizzato.
  Oggi tale concorrenza mondiale sta fatalmente dilagando e anche noi italiani dobbiamo riprendere a faticare, dopo 50 anni di ‘facile’ benessere, come i nostri antenati: non esiste più il ‘posto’ di lavoro che dia un reddito senza che si fatichi o si produca quello che il mercato richiede.
Anche la costituzione italiana riconosce a tutti il diritto a un lavoro vero e non semplicemente a un reddito comunque sia. E’ la legge della storia: nessuno può pretendere che il benessere duri all’infinito (questi sono i ‘progressisti’ che credono che tutto cresca sempre e non sia invece soggetto, come la storia insegna, a continui alti e bassi e comunque a limiti oggettivi).
  E’ meglio dunque buttar via la stessa demagogica idea di ‘reddito minimo’ senza condizioni (che nessuno potrà mai garantire) e cambiare totalmente sistema (vedi il Sistema di Base).

LAVORATORI
  Uno degli errori fondamentali contenuti nell’ideologia marxiana è la semplicistica (Marx è vissuto nel 1800) suddivisione tra lavoratori e padroni, senza rendersi conto che anche gli imprenditori e i professionisti lavorano, e forse più dei manovali. Questo errore è alla base della lotta di classe che punta alla ridistribuzione della ricchezza in misura egalitaria senza tenere in alcun conto quello che invece sono, per natura, i tre fattori fondamentali del reddito da lavoro: capacità, quantità, responsabilità.
  Se volessimo confrontare con serenità la misura di questi tre fattori in un classico salariato manuale e nel piccolo imprenditore che lo ha a libro paga, dovremmo dare i seguenti voti, rispettivamente: capacità 5-10 (perché al dipendente può bastare saper fare una parte dell’attività dell’impresa mentre l’imprenditore deve saperle fare tutte) / quantità 5-10 (perché ll salariato fa 40 ore alla settimana, mentre l’imprenditore non ha orari e spesso non dorme di notte per risolvere i problemi aziendali) / responsabilità 2-10 (il salariato è super tutelato da leggi e sindacati, mentre alla fine tutte le colpe ricadono sull’imprenditore).
  Da un altro punto di vista se marxianamente il salariato fa la fatica di vendere la propria merce, cioè il suo lavoro, una, due, tre volte nella vita e con una certa facilità, l’imprenditore o lavoratore autonomo invece deve vendere la sua merce (che non è il suo lavoro, ma vera propria merce che qualcuno deve comprare per valere qualcosa) ogni santo giorno confrontandosi con una miriade di concorrenti, ladri e truffatori.
  Altra metafora: il salariato è chiamato ogni mattina a camminare con tranquillità, l’imprenditore giorno e notte invece deve correre con un malintenzionato alle calcagna.
  La mancanza di queste considerazioni (al tempo di Marx la concorrenza o non esisteva o era all’acqua di rose) è uno dei pilastri mancanti nella costruzione dell’ideologica comunista che infatti è in buona parte crollata. Il mondo europeo degli ultimi decenni del Novecento (la patria planetaria dei diritti dl cittadino e della massima potenza dei sindacati operai) può essere considerato il momento in cui la Dittatura del proletariato o ‘paradiso in terra’ vagheggiato dai comunisti è stato più vicino alla realizzazione.
  Ma non è stato merito dei lavoratori quanto di una grandissima espansione del mercato mondiale che non si ripeterà più.

LEGGE NATURALE
Meno male che, prima delle leggi dello stato, c’è la legge ‘naturale’.
  In una società sempre più complessa diventa necessario cominciare a distinguere tra quello che lo Stato deve imporre ai cittadini ('leggi positive') per garantire la sua esistenza e la loro coesistenza e quello che invece può interessare soltanto alcuni cittadini e quindi non può essere imposto a tutti né direttamente (come comportamento) né indirettamente (come obbligo di finanziamento).
  Entra in campo a questo punto la necessità di regole basilari di comportamento che diano dei limiti alle libertà individuali che potrebbero anche diventare sfrenate.
  Le attuali discussioni sulla liceità di intervento dell’uomo sulla matrice dell’essere umano, l’embrione, richiedono l’evidenziazione di una regola che ha sempre governato il mondo ma da alcuni decenni è stata messa in disparte dai fanatici della scienza, attivati dalle multinazionali della salute e della biologia: non può essere lecito quello che non è naturale.
  Da sempre l’umanità ha basato la propria morale comune sui fatti naturali della biosfera terrestre: le leggi della fisica (il principio di azione e reazione, ad esempio), i comportamenti dei vegetali e degli animali, i meccanismi biologici dell’uomo (l’alimentazione, il concepimento, la nascita, la crescita) non sono mai stati messi in discussione non tanto perché l’uomo non era in grado di modificarli quanto per il senso innato di rispetto che la creatura ha per il suo creatore (“E la Natura che ha fatto l’uomo, non l’uomo la Natura” disse il saggio pellerossa).
  Ne è nata una ‘legge naturale’ spesso non materialmente codificata che è comune (al di là delle inevitabili aberrazioni storiche) alle culture di tutti i popoli ed è presente in tutta la loro storia, ’maestra di vita’.
  Anche oggi, se prescindiamo dalle rivelazioni religiose, questa legge naturale rimane l’unica autorevole fonte di principi esistenziali, al di fuori della quale qualsiasi assurdità sarebbe lecita. Ora noi potremmo anche ammettere lecito, ad esempio, un intervento di fecondazione artificiale (anche se ci sarà pur un motivo della anomalia in una femmina o un maschio in questo campo), perché si tratta di un intervento meccanico come l’asportazione dell’appendice.
  Ma nel momento in cui si pretende di manipolare la struttura stessa di organi o della cellula e creare qualcosa che non esiste in natura deve scattare il veto di illiceità. E va ridata consapevolezza alla popolazione che al di sopra delle leggi fatte degli uomini esistono leggi naturali (dotazione di ogni uomo fin dalla nascita) che è l’ultima istanza di ogni liceità (come la legittima difesa o il diritto all’alimentazione). Come si sono riscoperti il valore e le leggi dell’ambiente naturale, così si riscoprirà (magari un momento prima del disastro totale, come per i primi) il valore delle leggi morali naturali dell’uomo. LIBERALISMO Il liberalismo è una dottrina politica in base alla quale in uno Stato il contratto dare-avere tra i cittadini deve essere il più limitato possibile, lasciando ai singoli individui la maggior libertà possibile di produzione e di consumo.
  L’interlocutore dello Stato liberale è il singolo cittadino inteso come persona non sacrificabile a vantaggio degli altri senza il suo consenso. Si possono considerare liberalisti gli Stati con un rapporto di tassazione-contribuzione media complessiva inferiore al 30% (Stati Uniti 21%, Svizzera 26%, mentre Regno Unito 37%, Germania 40%, Italia 46%...)
  Il liberalismo non soltanto accetta le naturali differenze di capacità tra individui, ma ne fa anzi un punto di forza a vantaggio di tutti: è un sistema naturalmente competitivo che richiede lo sviluppo della responsabilità e capacità individuali.
  E’ quindi il sistema del futuro, dato che naturalmente l’uomo tende a migliorarsi continuamente.
  L’unico problema del liberalismo è stata la sua sfrenatezza e antistoricità che in passato ha permesso l’esistenza e lo sfruttamento di masse di cittadini nati nullatenenti, ignoranti e incapaci senza rendersi conto che esiste un diritto naturale alla sopravvivenza e a una parte dei beni naturali indispensabili per costruirsi un’esistenza migliore.
  Negli Stati attualmente con impostazione liberalistica (che si propongono soltanto la fornitura dei servizi essenziali) oggi questo diritto è riconosciuto teoricamente ma in pratica viene trasformato in una elemosina che non eliminerà mai la sudditanza dallo Stato.
  Il liberalismo attuale non è quindi sufficiente a far procedere il mondo sulla giusta via anche perché difende in misura assurda la proprietà privata, che se è giusta per le opere che l’uomo produce da sé è inconcepibile per chi direttamente o indirettamente si è impossessato di beni naturali del pianeta ( a cominciare dal terreno) che l’uomo chiaramente non ha creato. E’ qui che si innesta il discorso di un cambiamento di sistema, come proposto in questo sito.

LIBERTA’
Cosa vuol dire ‘la verità vi farà liberi’ (Vangelo di Cristo)?
  Libertà è fare tutto quello che uno vuole senza danneggiare gli altri. Occorre essere molto prudenti per esercitare la propria libertà perché spesso un nostro comportamento può danneggiare gli altri senza che noi e loro ce ne rendiamo conto subito (pensiamo, ad esempio, all’inquinamento).
  Per essere liberi bisogna sapere.
  Profondamente saggia è quindi la frase del Cristo ‘La verità vi farà liberi’, verità che può venire dalla tradizione (per la maggior parte delle persone), dalla fede o da una grande conoscenza personale. E’ assurdo pertanto accettare il cosiddetto ‘libertarismo’ che pretende di fare tutto subito e comunque quello che gli passa per la mente (con l’inaccettabile presunzione che ‘tutto quello che è possibile, è lecito’) senza essersi accertato di tutte le eventuali conseguenze.
  La libertà è la condizione necessaria per dare il meglio di se stessi.
  A chi ha scelto di essere mediocre ovviamente non interessa. C’è tanta gente infatti che non sa cosa farsene della libertà: sono i mediocri, appunto, cioè le persone ignoranti e/o incapaci che non hanno voglia di migliorarsi perché non vogliono faticare più di tanto e assumersi responsabilità verso se stessi e gli altri: accettano quindi di asservirsi a chiunque gli assicuri una vita economicamente sufficiente. D’altro canto questi ‘chiunque’ (i politici di professione) sono ben felici che non ci sia libertà perché così i mediocri resteranno tali e avranno sempre bisogno di loro. Per questo in Italia la libertà è così snobbata e non si riesce mai ad avere una maggioranza stabile di cittadini che la rivendichi decisamente. Il servilismo e l’opportunismo in Italia è diffuso ovunque: nei politici, negli opinion leader, tra i giornalisti, nei dirigenti pubblici, nelle organizzazioni economiche e sociali. Anche perché quasi nessuno si preoccupa di evidenziare l’ignoranza e l’incapacità altrui, che vengono fatte passare per ‘opinioni diverse’.

MAGISTRATURA
  Tutti i tre poteri di uno Stato devono rispondere al popolo, direttamente o indirettamente: non possono esistere caste intoccabili e autoreferenziali: il Parlamento (potere legislativo) è eletto dal popolo direttamente; il capo del Governo e il presidente della Repubblica (potere esecutivo) sono eletti dal Parlamento; i Magistrati (potere giudiziario costituito da giudici e pubblici ministeri) in Italia invece non sono eletti da nessuno: semplicemente vincono un concorso per un posto a vita e si gestiscono e si giudicano da soli in totale autonomia e indipendenza (ma con pingui stipendi pagati dal popolo).
  E’ intelligente accettare una cosa del genere?
  In particolare ciò che non funziona in Italia nell’amministrazione della giustizia (a parte il codice di procedura talmente meticoloso che rende i processi lunghissimi e le sentenze sempre contestabili: circa metà vengono ribaltate in appello!) dipende dai seguenti fatti:
- i giudici e i pubblici ministeri (cioè i pubblici accusatori) fanno parte dello stesso organismo e, in caso di errori e manchevolezze, si giudicano tra di loro: palese comunanza di interessi e mancanza di imparzialità che danneggiano fortemente ii terzo protagonista del processo, il difensore privato ( rimedio: organismi e carriere separate);
- i pubblici ministeri possono continuare a essere assunti (e licenziati) come dipendenti dallo Stato (dato che è loro compito e funzione palese difendere le sue leggi) in un dipartimento del ministero della giustizia
- per i giudici sono insindacabili non soltanto le sentenze (che sono eventualmente riviste sempre da altri giudici in tutti i tre livelli di giudizio: assise, appello, cassazione) ma anche l’organizzazione del lavoro (rimedio: mantenere il giudice togato monocratico, senza appello, per reati lievi; mantenere la corte di tre giudici togati per reati di media gravità; riservare a una giuria popolare tutti i processi per reati gravi, tutti quelli di appello e tutti quelli verso giudici e pubblici ministeri / il governo deve poter organizzare il lavoro dei giudici secondo oggettivi parametri di efficienza in modo da evitare irresponsabilità e pigrizia)
- in ogni caso tutti i giudici devono essere eletti dal popolo con regolari votazioni, a maggioranza qualificata e per periodi limitati; non possono inoltre, né prima né dopo il loro mandato, fare parte di altri ordini dello Stato.
- l’intoccabilità a vita e la limitatissima punibilità di giudici e pubblici ministeri porta delle conseguenze
  Infine Volete veramente sapere perché i processi in Italia sono così lunghi? Ecco qua: i giudici non hanno né la capacità (chi la valuta?) né la preparazione (non ci sono corsi di formazione) nè la voglia (non c’è alcun riconoscimento del merito) di faticare a capire le carte e a gestire il dibattito, quindi pisolano aspettando che accusa e difesa si mettano (dopo avere maturato sostanziose parcelle) d’accordo.

MARXISMO
  Il marxismo è una filosofia esistenziale ultimo frutto dell’illuminismo-età della ragione nato nel 1700 e prima conseguenza delle primordiali ricerche sociologiche di metà 1800.
  Sul piano politico rimane ancor oggi la migliore interpretazione razionalistica-materialistica del mondo e della sua storia, oggi comunque inesorabilmente superata dalla scoperta dell’’io’ individuale (Freud, inizio1900), dal crollo del mito della infallibilità e della completezza della scienza umana e dal conseguente riemergere della necessità della fede (basata su informazioni scientificamente non valutabili), dalle ricerche socio-economiche quantitative e motivazionali (metà 1900); dagli studi ed esperienza di un libero e maturo mercato.
  Del marxismo-leninismo (versione politica del pensiero originario) si possono salvare: la riaffermazione della uguaglianza di base di tutti gli uomini (introdotta inizialmente dal Cristianesimo 2000 anni fa), l’imposizione di uno stato che garantisca i beni primari e i servizi di base per tutti (iniziata dai sistemi comunisti e nazionalsocialisti del primo 1900), la solidarietà economica e politica di gruppi omogenei, l’usufrutto collettivo dei beni naturali, l’attivazione popolare.
  Si sono dimostrati gravemente dannosi per lo sviluppo umano: l’uguaglianza dei consumi senza base meritocratica; la dittatura del proletariato (in periodo non rivoluzionario) attraverso uno stato pervasivo e dirigista anche nei settori non primari; il controllo totale dei mezzi di informazione e di formazione; lo scadimento in una visione fideistica e mitica della felicità umana di tipo materiale senza alcuna giustificazione né razionale né soprannaturale.
  In sostanza si può ritenere valido il 40% del marxismo che più che una dottrina si può considerare un primo studio sull’epoca moderna industriale.

ODIO SOCIALE
La grande fabbrica dell’odio
  Purtroppo il vero e proprio ‘odio’ (e non solo ‘avversione’) ha un grande peso nelle società dove vi sono forti partiti di derivazione marxista (comunisti e socialisti).
  L’odio verso una persona nasce generalmente quando si è convinti che questa ci ha danneggiato ingiustamente: è questo tipo di odio che da centocinquanta anni il comunismo semina nel mondo affermando che chi ha più beni (cioè non è uguale agli altri) li ha perché in qualche modo li ha rubati a tutti gli altri. Questo odio viene per di più potenziato dall’invidia (tipica dell’Italia e non, perlatro, dei paesi anglosassoni e asiatici).
  E’ un odio senza senso perchè deriva da una teoria astratta, il marxismo, che non tiene conto della realtà (infatti nessuno finora è riuscito a realizzarla) come fanno invece tutti gli altri movimenti culturali-politici : il mondo è quello che è, con le sue reali differenze di capacità da persona a persona, e l’evoluzione umana ha i suoi tempi, che vanno rispettati perché si basano sul cambiamento delle singole persone che nessuno può né capire né condizionare con sicurezza (dopo settanta anni di educazione al comunismo ‘puro’ i russi sono migliori o peggiori degli altri europei?).
  Anche il benestante (che ha rispettato le regole, ovviamente) deve rendersi conto del suo naturale ruolo sociale nel tempo necessario e non perché cambia il governo.
  Quindi tutti i partiti che coltivano questo odio fanno un danno gravissimo a livello sociale perché se arrivano al potere e impongono la ridistribuzione forzata dei beni senza che ne siano convinti anche i loro proprietari, questi a loro volta si sentiranno vittime di un’ingiustizia e odieranno i cittadini che li hanno espropriati, creando una catena d’odio senza fine. Questi partiti di sinistra sono delle vere e proprie fabbriche di odio (che funzionano molto bene perché raccolgono un sacco di voti presso la gente ingenua).
  L’odio, tra l’altro, giustifica tutto per colpire il proprio nemico: la menzogna, la demonizzazione, l’insulto, il ‘muro contro muro’ fino alla violenza fisica. Sono i mali socio-culturali che si riscontrano regolarmente in Italia, dove l’odio della sinistra spacca la società e rende la politica improduttiva con un continuo ‘fai e disfa’.
  Per giustificare l’odio ci vuole ben altro e soprattutto non lo si può insegnare: l’odio sociale autentico nasce da solo sulla base di fatti reali realmente gravi e se sfocia spontaneamente nella violenza rivoluzionaria muore poi con questa in pochi mesi o anni, senza lasciare la scia letale che invece coltivano i rivoluzionari perenni di professione.
  Oltre al resto, l’odio non può prescindere dall’intenzionalità dell’offesa: non si può odiare qualcuno che ti fa del male senza saperlo.
  Astio, avversione anche disprezzo sono frequenti e anche umanamente comprensibili. L’odio è tutta un’altra cosa che non dovrebbe esistere tra gli uomini. Perché, a differenza di altri atteggiamenti ostili, è contraddistinto da un elemento preciso: la volontà o almeno il desiderio della morte civile e addirittura fisica dell’avversario.

OGM
Domanda: si può considerare cretino chi si permette di modificare, con una sperimentazione della durata di vent’anni, un organismo vegetale che è stato creato e perfezionato dalla natura nell’arco di un miliardo di anni?
  Per noi, sì.
  Ma siccome anche i cretini hanno diritto di vivere, cerchiamo di fare almeno in modo che non nuociano agli altri e alla biosfera terrestre. Perciò lasciamo pure che alcune aziende cerchino di aumentare i propri profitti creando Organismi Geneticamente Modificati (anche se nessuno gliel’ha chiesto), ma diamogli queste regole semplicissime:
1 – I prodotti ogm, anche in quantità infinitesimali (la modifica è nel dna, non in grandi parti identificabile e asportabili del prodotto), devono essere chiaramente etichettati;
2 – Le piante ogm non devono nella maniera più assoluta contaminare quelle normali e tantomeno la biosfera in generale, neanche localmente;
3 – i produttori si devono impegnare ufficialmente e con adeguate garanzie finanziarie a riparare i danni che eventualmente emergessero in futuro anche remoto (la dannosità del ddt fu riconosciuta soltanto trent’anni dopo la sua creazione).
  Semplice, no?
  Si potrebbero prendere anche altre precauzioni, anche divertenti (ad esempio, si potrebbe obbligare i titolari delle aziende produttrici a mangiare ogni giorno i propri prodotti), ma per cominciare potrebbe bastare. Se no, niente.
  La natura ha già dotato innumerevoli vegetali e animali di meccanismi di salvaguardia e produttività: se fossero una necessità avrebbe essa stessa reso ‘naturali’ e compatibili con il resto dell’ecosistema le nuove caratteristiche degli ogm.
  La ricerca sta prendendo una strada sbagliata.: penicillina, vaccini … sono stati finora prodotti con metodologie chimiche microbiologiche, mentre oggi si è cominciato a operare sul dna… Risultato: Covid19 un virus ingestibile letteralmente costruito in laboratorio: si è scoperchiato il famoso Vaso di Pandora.

PACIFISMO
Manifestare ‘per la pace’ non ha senso: è come manifestare per ‘i soldi’ o per ‘la salute’ o per ‘l’amore’.
  Questi beni sono risultati non cause o strumenti.
  Se poi si vuole condannare totalmente l’uso delle armi, occorre far notare che gli eserciti non sono altro che i poliziotti tra Stati e, come i poliziotti che difendono i cittadini devono avere delle armi per contrastate i delinquenti armati, così gli eserciti devono esistere ed essere bene armati per scoraggiare aggressioni di Stati canaglia.
  Gli antimilitaristi quindi sono: o dei fessi che sperano negli agli angeli custodi per difenderci dai delinquenti o, come spesso è accaduto (ed è forse più vero in generale), dei simpatizzanti di altri Stati che vogliono indebolire il proprio.

PADRONI
(vedi anche Imprenditori-Capitalisti)
  Uno dei danni più gravi che il comunismo ha arrecato alle economie e alle stesse società occidentali deriva (nella sua infantile visione del mondo) dalla creazione della figura del ‘padrone’ e, parlando di padroni, dalla sbagliata identità imprenditore = capitalista.
  La realtà è molto diversa.
  L’’imprenditore’ è colui che crea un’attività produttiva di beni o servizi per vivere, magari agiatamente, realizzando un suo progetto spontaneo con l’investimento di tutte le sue risorse personali e finanziarie.
  Il ‘capitalista’ è invece colui che vuole lucrare il più possibile solamente investendo denaro, possibilmente altrui.
  Entrambe le figure (e gli infiniti mix) sono economicamente e socialmente utili, se adeguatamente controllate. I primi lo sono senz’altro di più in quanto creano strutture produttive e posti di lavoro nel luogo ove risiedono. I secondi invece sono svincolati dal territorio (e come tali possono essere una provvidenza per i territori poveri) e possono anche non dar luogo ad alcun posto di lavoro diretto (capitalismo finanziario).
  Sono i capitalisti, specialmente quelli finanziari, da tenere d’occhio e regolare strettamente, in quanto possono essere anche molto pericolosi per i piccoli investitori come per interi Stati.
  Gli imprenditori invece, sono dei veri e propri lavoratori, con cui i dipendenti dovrebbero collaborare e magari fare società, invece di criminalizzarli stupidamente e indistintamente quali ‘padroni’, come continuano a fare i sindacati di sinistra. Gli imprenditori hanno la soddisfazione di produrre qualcosa di utile, i capitalisti solo di guadagnare, anche senza produrre nulla.

PARTITI
(vedi anche DESTRA SINISTRA)
  La vera democrazia è quella diretta: ogni volta che in una società si presenta un problema di rilevante e grave interesse pubblico ogni cittadino, opportunamente informato, dovrebbe esprimere il proprio parere.
  Oggi questo avviene raramente tramite referendum che sono operazioni molto macchinose e dispendiose. In un futuro molto prossimo di arriverà, politica permettendo, a votare in qualsiasi momento su qualsiasi argomento con un sistema simile all’e-commerce via internet, che richiederà un impegno molto più forte al cittadino (vedi VOTO)
  Saranno comunque sempre necessari dei movimenti di opinione che sostengano e diffondano specifiche idee per aiutare le scelte individuali dei cittadini. Tali movimenti, che chiameremo partiti dovranno avere il supporto dello Stato per diffondere le proprie idee, ma in forma perfettamente egalitaria e salvaguardando l’onestà della comunicazione, a cominciare dal loro nome (ad esempio non si po’ tollerare che l’ex partito comunista italiano si denomini semplicemente e unicamente ‘democratico’ come se tutti gli altri partiti non lo fossero).

PLURALISMO
(vedi anche INFORMAZIONE)
  Il pluralismo solo teorico non ha senso.
  Infatti, Le idee di un partito possono concretizzarsi in due modi: o conquistando il potere facendosi votare dalla maggioranza dei cittadini, o realizzando in proprio una o più delle proprie idee che poi possono diventare patrimonio comune anche degli altri cittadini.
  Il primo modo è quello attuale (stato ‘totalizzante’: tutti devono fare quello che decide la maggioranza) e dimostra la sua crescente inadeguatezza (all’aumentare del numero di cittadini in cui l’individualità sta emergendo in modo insopprimibile) perchè ogni partito cerca di imporre la propria ideologia (con largo uso anche della menzogna) fomentando la contrapposizione tra vari gruppi di cittadini e quando poi riesce ad andare al governa distrugge quello che ha fatto il governo precedente.
  Il secondo modo è quello del prossimo futuro, che non è totalizzante, ma sperimentale: ogni parte politica non dovrebbe volere il potere su tutti ma soltanto quello di sperimentare concretamente in proprio le sue idee. Esempio sono le cooperative che non sono state create dallo Stato, ma sono nate spontaneamente e nell’arco di alcuni decenni hanno dimostrato di essere uno strumento valido di produzione che non ha l’obiettivo di sostituire le imprese tradizionali ma di affiancarle come esempio e stimolo di convenienza per i consumatori. In entrambi i casi i partiti e movimenti (che si occuperanno soltanto di gestire la produzione di beni e servizi secondari) avranno comunque bisogno di un aiuto da parte dello Stato che consisterà sia nella disponibilità gratuita di mezzi di informazione di massa, sia in contributi, agevolazioni fiscali e servizi per sperimentazione di progetti.
  Per soddisfare invece le esigenze che coinvolgono tutti i cittadini come i beni e servizi primari l’intervento di partiti non ha senso e ci penseranno i tecnici di un nuovo sistema a due livelli, come Il Sistema di base.

POLITICI
  E’ chiaro a tutti che la sarà politica è necessaria finche tutti gli uomini non saranno in grado di autogestirsi. Non è chiaro invece a numerosi politici che la gente sta effettivamente migliorando le sue capacità di autogestione e continuano non solo a proporre modelli politici antiquati ma un modo di essere politico non più adatto.
  La gente è stufa di imbonitori che: propongono grandi principi e pochi programmi concreti; che neppure tentano di mantenere quello che promettono; che si fanno belli non perché lo sono ma perché fanno apparire brutti i loro avversari; che dicono il falso; che migliorano mai la propria preparazione; che pensano soltanto a una molto ben remunerata carriera (15.000 euro al mese).
  Il problema è che questi difetti propositivi vengono mascherati dall’altra parte della figura del politico: la grande capacità di comunicare, l’abilissima dialettica, la forte carica polemica.
  Questo scritto è un invito a non dare la propria delega ad amministrare la cosa pubblica a nessun politico se prima non ci si accerta che dietro il suo approccio accattivante non ci siano i difetti sopra elencati. Perché oggi tutti noi non ci facciamo più abbindolare dal bottegaio disonesto e abbiamo imparato a scegliere da soli sugli scaffali del supermercato (vedi VOTO)

POTERE
  Potere è la facoltà di decidere …e la disponibilità di risorse. Il potere ha un fascino perverso e disumano: è la stessa tentazione cui non ha resistito l’angelo Lucifero. In quanto essere ‘finiti’ e non infiniti come Dio, l’unica fonte di autorità e potere assoluti, il ’potere’ di qualsiasi tipo (politico, economico, culturale ecc) non può essere concepito in termini assoluti e personalizzati, ma soltanto come ‘servizio’ con ‘delega’ temporanea per amministrare le risorse e le vite degli altri, anche perché (ed è questo che esalta e trasforma chi arriva al potere politico) chi sbaglia in politica è comunque lautamente pagato, non ha nessuna responsabilità e soprattutto utilizza solo (e tanti) soldi degli altri.

POTERI FORTI 
  Poteri Forti si possono definire i proprietari di grandi attività economiche dalle seguenti caratteristiche: capitalisti puri, banche, assicurazioni; produttori multinazionali di beni e servizi di consumo; produttori di materie prime; imprese commerciali ingrosso e dettaglio e di trasporto; proprietari di mezzi di informazione di massa.
  Questi Poteri Forti costituiscono un grande problema a livello di sistema economico-politico sia per singoli Stati sia a livello mondiale. Essi, disponendo, singolarmente o con accordi tra loro, di enormi capitali sono in grado (secondo la strategia del ‘divide et impera’) di ripartire tra gli Stati, sia ricchi sia poveri, le più importanti produzioni merceologiche in base esclusivamente alla convenienza economica e politica per loro stessi.
  Oltre agli svantaggi sopraindicati questi poteri forti, poichè lucrano enormemente diffondendo immense quantità di prodotti e servizi tutti uguali in ogni Paese del mondo, hanno come politica la uniformità dei consumi con la conseguente cancellazione dei similari prodotti e tradizioni tipici locali.
  Oggi questo si verifica anche in Stati di grandi dimensioni come l’Italia in cui sia le aziende multinazionali sia i fondi pensionistici acquistano a basso prezzo (pena boicottaggio o ricatto finanziario) aziende grandi e piccole, ne acquisiscono il know-how e le chiudono delocalizzando la produzione , oppure le mantengono in funzione nello stesso Stato ma trasferendo la sede legale e quindi il versamento delle tasse in uno Stato estero ove esse sono minori.
  Si crea così un sistema di interdipendenze in cui quasi tutti gli stati non hanno più autonomia produttiva per alcuni beni primari alimentari e industriali mettendoli in grande difficoltà e subordinazione ai Poteri Forti, appunto, specialmente in caso di eventi straordinari (crisi finanziarie, carestie, epidemie…).
  Oltre agli svantaggi sopraindicati questi poteri forti, poichè lucrano enormemente diffondendo immense quantità di prodotti e servizi tutti uguali in ogni Paese del mondo, hanno come politica la uniformità dei consumi con la conseguente cancellazione dei similari prodotti e tradizioni tipici locali.
  Una singolarità: perché I partiti di sinistra stringono volentieri alleanze sottobanco con i Poteri Forti? Perché hanno un inconscio un senso di inferiorità (essendo di estrazione ‘proletaria’) rispetto ad essi e perché non possono fare a meno dei loro capitali e del loro potere condizionante (specialmente tramite i mezzi di informazione)

PRECARIATO
  Il lavoro saltuario (attualmente svilito con il termine ‘precario’) si avvia ineluttabilmente ad essere la condizione normale per la grande maggioranza della popolazione del pianeta. Oggi esso è inconcepibile nei sistemi non comunisti, perché chi perde il posto di lavoro dopo pochi mesi di aiuto statale, perde tutto ed è ridotto a vivere di pubblica elemosina.
  Lavorare di quando in quando mantenendo comunque sempre un vita dignitosa, e soprattutto libera, anche nei periodi di sosta sarebbe una condizione ideale per la maggior parte delle persone, ma esso sarebbe possibile soltanto in un altro sistema che attualmente non c’è concretamente, ma è già stato progettato (il Sistema di Base proposto in questo sito) e potrebbe essere realizzato in pochi anni.

PRESUNZIONE
  Nel momento in cui un cittadino mette la scheda nell’urna dovrebbe sempre domandarsi: ma non è che sto facendo un atto di presunzione? Che cerco, cioè, di imporre agli altri un modello politico non dico sbagliato ma che va bene esclusivamente a me?
  Non occorre che se lo domandino i centristi perché propongono sempre cose semplici, moderate e scontate.
  Nè liberali perché impongono di non imporre. I socialisti se lo domandano ma si rispondono che i più bravi e più buoni possono fare quello che gli pare. Per fortuna ogni tanto un dubbio, a differenza del loro ‘modello’ Gesù Cristo, ce l’hanno.
  Il problema è costituito dai comunisti e i fascisti che, invece, sono gli unici che non se lo domandano mai. E’ questo che blocca lo sviluppo della democrazia in Italia, poiché costituiscono uno zoccolo duro del 40% che non permette mai vaste maggioranze e l’evoluzione politica, perché con loro non si può trattare.
  E’ bene, a questo punto, rendersi tutti conto che è assolutamente necessario recuperare alla democrazia (smontando la loro assoluta presunzione, che a volte è vero e proprio fanatismo) almeno un terzo di questi elettori. Per il rimanente non si può fare nulla perché: un 10% è intimamente e irriducibilmente convinto di quello in cui crede, perché molto consono al suo tipo di personalità e cultura, per cui si porterà il suo sogno fin nella tomba; un altro 10% sono elettori che, a differenza di tutti gli altri, hanno effettivamente un cervello troppo piccolo per confrontare, almeno una volta nella vita, due soluzioni diverse sullo stesso argomento. Anche in presenza di politici intelligenti, nella loro testa i principi massimalisti oscurano il buon senso e non riescono a capire le situazioni reali del mondo. E’ già dura risolvere i problemi reali della vita e queste mezze tacche vengono a complicarli ulteriormente con le loro astratte e intransigenti convinzioni.

PROGRESSO
  Il Pil (Prodotto Interno Lordo) che deve sempre aumentare è una stupidaggine. Come lo è il progresso materiale senza fine: siamo arrivati a dover lavorare sempre otto ore al giorno per acquistare un sacco di beni inutili o addirittura dannosi.
  Sarebbe ora di rendersi conto che l’io’ non è solo corpo ma anche anima che ha bisogno di beni ed energie non materiali: come mai il 20% della popolazione europea oggi assume psicofarmaci?
  Nei paesi occidentali si possono fare, a PIL costante, grandissimi progressi nell’arricchimento interiore di se stessi sia con mezzi culturali sia con i rapporti interpersonali. Che porterebbero anche a significative riduzioni dell’attuale spreco di energia.
  D’altra parte ormai i mercati sono saturi non soltanto dei tradizionali beni materiali (casa, mezzi locomozione, energia) ma anche di quelli immateriali (telecomunicazioni, informatica, fiction). Sempre nella prospettiva di un progresso che sia meno dispendioso e più ‘culturale’ occorre denunciare l’ennesima cantonata dei ‘progressisti’ di sinistra che pensano di aumentare il Pil cavalcando le chimere della ‘qualità assoluta’ (che, tra l’altro, è contraria al consumismo che è il vero motore del progresso senza limiti) e della ‘innovazione tecnologica’ continua.
  Con il risultato che oggi buona parte del Paesi del mondo sono in preda a un ‘delirio tecnologico’ con conseguente folle corsa verso l’innovazione a tutti i costi che propone sempre la nuova versione di un bene quando non si è ancora consumata quella precedente (‘il meglio spesso è nemico del bene’ dicevano i saggi di un tempo…).
  Chiunque abbia un po’ di pratica di economia e non sia succube dei paroloni sa infatti che sul mercato si può vincere, oltre che con la perfezione tecnologica, anche con la diversificazione dei prodotti basata sulla tipicità e sulla creatività, di cui, tra l’altro, l’Italia è ricchissima. Questa è la carta vincente, a cui non serve la qualità e la supertecnologia tout court quanto il giusto rapporto qualità-prezzo e una equilibrata riposta alla esigenze delle varie fasce di consumatori.

PROPRIETA’
  La realtà, come insegnano i grandi saggi di tutti i tempi, è semplice. Ogni aspetto della vita umana ha una senso e regole di grande chiarezza, se considerato con serenità, con profondità e nella sua concretezza. Che certamente non aveva chi ha coniato la frase ‘la proprietà privata è un furto’, che proveremo a sfatare con il buon senso.
  Possiamo dire, allora, con sicurezza che una cosa è senza dubbio di proprietà di chi la realizza: qualcuno vuole negare che sia mio un tavolo che ho fatto con le mie mani?
  Il diritto alla proprietà privata è quindi innegabile per tutto quello che viene prodotto dagli uomini. Una cosa che non ho fatto io, d’altra parte, può diventare mia soltanto se la acquisto da qualcuno: come è possibile allora che ci sia chi pretende la proprietà di beni che non sono acquistabili, poiché manca il venditore, come il terreno, l’acqua, il petrolio, preesistenti all’umanità stessa?
  L’azzeramento della proprietà privata (a partire dagli attuali possessori fino al primo uomo che, molte migliaia di anni fa, solo soletto disse per la prima volta: ‘questo terreno è mio’ senza pagare niente a nessuno, ma facendoselo poi pagare quando lo cedette a qualcun altro) si potrebbe fare quindi soltanto per i beni naturali, che sono di proprietà collettiva e cedibili in parti uguali ai singoli individui soltanto in gestione temporanea.
  Se il pensieroso Marx fosse stato più realista nelle sue elucubrazioni si sarebbe subito reso conto che metà della sua teoria, quella più importante, era, a priori, sbagliata e avrebbe evitato che i suoi pronipoti italiani oggi sostengano esattamente il contrario di quanto dice il buono senso.

PROSSIMO
  Nel mondo occidentale una componente fondamentale della socialità è costituita dal precetto evangelico ‘Ama il prossimo tuo come te stesso’. E’ un concetto semplice ma i moderni giacobini (eredi dei fanatici illuministi che durante la rivoluzione francese avevano sede nell’espropriato convento parigino di Saint Jacob) lo hanno deformato, nella loro ottusa visione ‘mondialista’, nel più generico, astratto e improduttivo  ‘Amare gli altri’.
 Ma non è possibile che, come pensano alcuni cattolici, Dio si è incarnato in un microscopico essere come l’uomo accettando addirittura di essere  crocifisso per poterci comunicare delle banalità.
 E in effetti anche questo comandamento, a un semplice approfondimento,  risulta  molto preciso, concreto e di grandissimo peso sociale.
  In sintesi.
  Amare qualcuno significa volergli bene e fargli del bene. Ma ‘prossimo tuo’ significa ‘gli altri’ che stanno ‘vicino e intorno a te’. Perciò tu devi fare del bene prima di tutto a chi puoi farlo concretamente cioè ai componenti della tua comunità (a cominciare dai familiari e concittadini).
  E’ chiaro che devi amare tutti gli uomini del mondo, ma come puoi fare materialmente del bene a chi è in un altro continente e di cui, soprattutto, non conosci mentalità, comportamenti e necessità?  E’ molto più logico e pratico farlo con le persone che ti circondano e hanno, più o meno, il tuo livello culturale e civile e quindi problemi comprensibili e risolvibili soltanto con l’aiuto di chi gli sta vicino: provocano infinita tristezza i preti cattolici che si fanno  in quattro per dar da mangiare ai migranti in cerca di benessere materiale e intanto non riescono a contattare, conoscere e aiutare i giovani, i genitori, i disoccupati, gli anziani italiani che hanno problemi molto più seri sia mentali sia spirituali.
  Per finire, c’è da sottolineare  la profondità delle parole evangeliche anche sul piano sociologico. E’ accertato infatti che il metodo migliore per diffondere e radicare un semplice messaggio così come un modello di vita è costituito  dal ‘passaparola’ e dall’’esempio’ che presuppongono una contiguità fisica con ampliamento a macchia d’olio (da prossimo a prossimo).
  Tutto il contrario del  metodo puntifome che si sta facendo oggi  strada nel mondo occidentale e porta a creare community virtuali di individui isolati supportate soltanto dalla informazione telematica e quindi prive di qualsiasi concretezza, profondità e stabilità.

RAGIONE
  Tutta la sinistra fonda le proprie teorie e proposte sulla Ragione, mentre la destra si basa sulla realtà, costituita dagli istinti innati, dalla intuizione e da 70.00 anni di civiltà.
  Tutte le teorie della sinistra nascono nel 1700 dalla pensata di Jean Jacques Rousseau che ritenne (sulla base dei primi studi sulle tribù primitive) ogni uomo un essere fondamentalmente ‘buono’ che è stato rovinato dalla società e dalla legge del profitto.
  Su questa base i vari Marx e Lenin costruirono il progetto della dittatura del ‘proletariato’, cioè degli uomini più semplici e meno ‘rovinati’ (secondo tale teoria). Il tutto ‘ragionando’.
  Tutto questo, chiaramente falso (se uno non ha mai visto un mondo diverso dal suo, è chiaro che non può desiderarlo), dimostra che la ragione ( e quindi i cosiddetti intellettuali) non può essere arbitra dei destini dell’umanità: la ragione è uno ‘strumento’, non una ‘fonte’ di informazione.
  Quello che muove l’umanità è il sapere: inconscio (istinti, intuito) o conscio (scienza, religione). Gli uomini da cui dipendere, quindi, non sono quelli che ragionano meglio ma quelli che hanno più ‘sapere’ reale.
  E’ assurdo quindi dare tutto questo spazio nei dibattiti a politici, accademici e giornalisti: bisogna dare molto più spazio a psicologi, religiosi, persone con grande esperienza.

REALISMO
  Questa civiltà ci fa vivere sempre di più con l’immagine e nell’immaginario (stampa, internet, televisione, fiction…) e ciò peggiora di molto gli effetti della naturale predisposizione di molte persone alla fantasia e all’astrazione (a partire dal Seicento barocco e dal Settecento illuministico).
  Il risultato è la progressiva perdita di contatto con la realtà, che non si vuole più riconoscere e anzi si vuole piegare ai propri progetti con la forza.
  C’è il rischio di un corto circuito che può portare alla fine dell’umanità. Occorre imparare, come sempre, da Gesù il Cristo che ci ha prospettato e fatto toccare con mano (Cristo risorto) un uomo nuovo (trasfigurato) e uno dei mondi più belli (paradiso) che si possano immaginare, ma si è ben guardato dal volerlo realizzare subito e con la forza.
  L’accettazione della realtà, che pure deve cambiare come la storia insegna, porta come prima conseguenza la rinuncia alla slealtà e, soprattutto, alla violenza (tranne casi, ovviamente, di ingiustizia insopportabile, come accade per l’autodifesa personale). Peccano perciò di irrealismo i rivoluzionari politici, i fanatici tecnologici ma anche gli ultraconservatori, come, ad esempio, gli islamici.
  Occorre, piuttosto, prendere in considerazione l’ipotesi di sviluppare la stirpe umana in due direzioni precise e indipendenti: l’’uomo terrestre’ che si accontenterà di continuare a vivere tranquillamente sulla Terra, senza violenza e senza avidità nei confronti della natura del pianeta; e l’uomo cosmico’ che pian piano modificherà anche se stesso per potersi staccare dalla Terra e andare a vivere su altri pianeti e spingersi poi anche verso altri sistemi solari e galattici.
  Nel Vangelo c’è, a questo proposito, una frase precisa che dice: ‘Beati i pacifici perché erediteranno la Terra’.

RELIGIONE
  La religione è il modo di rapportarsi dell’uomo con un Ente superiore ritenuto suo creatore. L’ammissione dell’esistenza di questo Essere superiore (in Occidente chiamato Dio) può derivare da esperienze dirette e dimostrabili concretamente (scienza+ragione) o da convinzione personale (intuito+esperienza) o dalla fede (rivelazione).
  Nel primo caso l’esistenza di Dio appare chiara osservando e studiando il mondo e l’universo che lo circonda in base a dati oggettivi o a ragionamenti logici basati sul principio causa-effetto.
  Nel secondo caso ci si basa sul proprio sentire istintivo che viene corroborato dai fatti della vita.
  Nel terzo caso si accetta la predicazione di ‘profeti’ che si ritiene trasmettere messaggi divini e/o la testimonianza di credenti che sono stati testimoni diretti di eventi miracolosi: in questo caso si parla di vera e propria ‘fede’ cioè fiducia nel messaggio ricevuto. Le principali religioni forniscono subito una completa visione del mondo e un sistema di regole di comportamento che effettivamente sembrano coincidere con le naturali aspettative umane, permettono di vivere la propria vita con soddisfazione e senza nuocere agli altri (Islam a parte). Il Vangelo stesso dice che un giorno il credente potrà contattare e adorare Dio ‘in spirito e verità’ e la Chiesa cattolica stessa dice che i fedeli costituiscono una comunità immateriale (‘corpo mistico’) in cui tutti sono sempre in contatto senza bisogno di un luogo fisico in cui ritrovarsi e svolgere funzioni sacre.
  Ma attualmente l’uomo è in uno stadio evolutivo ancora molto legato alla materialità e quindi la sua anima ha ancora bisogno del conforto del segno, della parola e del rito privati e comunitari. Per questo motivo esistono le strutture ecclesiali e clericali delle varie religioni che si esprimono in persone e luoghi consacrati nonché jn numerosi segni sparsi su tutto il territorio in cui ognuna di esse è radicata.
  Ecco perché la religione prevalente in uno Stato richiede l’ufficializzazione della sua presenza e attività, che tra l’altro costituisce un ulteriore rafforzamento della ‘consonanza’ sociale.
  Proprio per quest’ultimo motivo è giusto che lo Stato non impedisca la pratica pubblica di altre religioni, ma la limiti alla sfera privata (vale a dire che la giornaliera preghiera in ginocchio il musulmano la deve fare in un ambiente privato e non in mezzo alla fabbrica o sul marciapiede di una pubblica via).
  La situazione attuale è chiaramente evolutiva, ma se i politici non sono in continuo contatto con la società e le sue esigenze rischiano di modificarla in peggio, come stanno dimostrando alcuni fatti, a dir poco disgustosi, permessi in nome di una incosciente ‘tolleranza’.
  Bisogna tenere presente che la religione deve aiutare la natura umana, non sostituirla (come avviene nei fondamentalisti).

RESISTENZA-LIBERAZIONE
  Per alcuni sembra che la Resistenza in Italia sia un merito fondante, mentre è un peccato originale: è stata una semina di odio che continua ancor oggi a far germogliare cittadini e politici carichi d’odio.
  Chi si ostina a celebrare la Resistenza (e non soltanto la più logica ‘Liberazione’) è, guarda caso, chi continua ad odiare il proprio avversario politico. Odia perché le sue radici sono ancora affondate e si nutrono nel mare di sangue delle decine di migliaia di civili assassinati senza motivo nel dopoguerra.
  Finchè non si seppellirà questo sangue con forte strato di humus di civile concordia, ricordando sì, ma senza magnificare, questo sciagurato evento, i frutti della società e della politica italiana saranno sempre avvelenati.
  Sul piano militare e su quello politico la Resistenza italiana è stata ben poco. E ‘stata soltanto una guerriglia inutile nella parte iniziale, da parte dei militari antitedeschi, e una guerra civile in quella finale, da parte delle formazioni comuniste, per togliere di mezzo il maggior numero di vecchi e nuovi personaggi di ‘destra’ che potevano fermare l’instaurazione di un regime comunista.
  Finchè la sinistra continuerà a magnificare non tanto a Liberazione, ma la Resistenza, nella politica, nella cultura e nella società italiana prevarrà sempre l’odio.
  Che la Resistenza non fu tanto un fatto militare quanto una guerra civile (che nessuno deve celebrare, né i vincitori né i vinti) lo provano due fatti incontestabili. Primo, i numeri: i partigiani hanno ucciso 15.000 militari repubblichini e tedeschi, ma hanno assassinato ben 50.000 civili italiani. Secondo: i partigiani comunisti emiliani non hanno assolutamente appoggiato la grande offensiva sul Santerno degli alleati di Alexander nell’estate del ’44 ((gli alleati ebbero 9.000 morti, i partigiani comunisti emiliani neanche 200) che avrebbe potuto accorciare la guerra di sei mesi e che invece si arenò perché i partigiani sapevano anzitutto che lo sfondamento degli alleati in quel momento non avrebbe lasciato il tempo ai sovietici di conquistare l’Est europeo (il progetto era di arrivare fino quasi a metà Friuli) e sapevano poi che ne sarebbero usciti quasi distrutti, mentre invece il loro programma era proprio quello di mantenere il proprio potenziale offensivo per il dopoguerra al fine di ‘fare i conti’ con gli altri partigiani e tutti i civili non graditi.

RIDISTRIBUZIONE
  Delle due, una: o è vero che i datori di lavoro ‘rubano’ ai salariati il plusvalore di quanto producono e allora i sindacati o, in seconda battuta, lo Stato dovrebbero evitare che lo facciano alla fonte (Comunismo); o ciò non è vero e allora perché portarglielo via dopo con l’imposta sul reddito e ridistribuirlo a tutta la popolazione (Socialismo, ‘giustizia sociale’)?
  Il metodo della ridistribuzione nei sistemi politici attuali è sbagliato in entrambi i casi Perché nel caso del Comunismo nessuno fa qualcosa di più sapendo che glielo portano via; nel caso del Socialismo la popolazione non ne ha mai abbastanza e cerca di mungere sempre di più gli imprenditori, tacciati stupidamente da ladri ed evasori.
  L’unica soluzione è adottare un Sistema di base in cui la sussistenza di ogni cittadino si basi non sulla tassazione e relativa ridistribuzione, ma sulla proprietà e disponibilità delle risorse naturali del pianeta, lasciando alla libera iniziativa e accordo tra datori e prestatori di lavoro la produzione di beni secondari con lo Stato che impone alle aziende non imposte sul reddito ma solo tasse per i servizi resi. (vedi anche Tasse e Imposte).

SALUTE
  Un altro dei grandi equivoci maturati nelle opulente nazioni europee è quello del diritto assoluto alla salute. Ma diritto assoluto non lo è, anche se comunque un bene sociale, in quanto se veramente lo fosse tutti i paesi più progrediti dovrebbero versare ogni anno almeno il 5% del proprio reddito per la salute delle nazioni più povere (oggi donano non più del 0,7% in generale).
  In realtà lo stato ha un unico obbligo fondamentale: controllare lo stato di salute generale (medici di base, malattie infettive), fornire il pronto soccorso e interventi urgenti. Tutto il resto non può essere a regime obbligatorio (non è un’idea strana: è il sistema degli Usa) e in effetti vi possono benissimo sopperire i cittadini da soli con le società di mutua assicurazione, esattamente come accade per le automobili.
  Nelle quali è insito un principio importantissimo che viene trascurato nell’assistenza sanitaria pubblica: il dovere dell’assicurato di tutelare il proprio bene. Non può reclamare diritto alle cure chi non ha un regime di vita sano, chi non fa regolarmente prevenzione, chi non vuole smettere con cattive abitudini.
  Uno stato serio, oltre a lasciare gran parte delle cure alle assicurazioni private, dovrebbe incrementare moltissimo la prevenzione, riducendo i contributi obbligatori ai cittadini che accettano un programma di controlli continuativi sul proprio fisico.

SCIENTISMO
  Ma da dove viene questo primato della scienza?
  Ogni volta che nella storia dell’umanità si è voluto mitizzare un aspetto della persona umana, si sono create delle situazioni grottesche. 
  Oggi stiamo assistendo alla esaltazione della ragione e del conseguente scientismo quale unico metro di valutazione del vivere umano.
  La scienza umana in realtà è lentissima e sbaglia strada molte volte, dovendo utilizzare dati inoppugnabili e definitivi e usare lo strumento della ragione, che è notoriamente limitato (non per nulla si creano computer sempre più potenti con capacità di calcolo enormemente più grandi, veloci e sicure del cervello umano).
  La politica dovrebbe accettare il principio che quello di cui non si è dimostrata l’inesistenza potrebbe anche esistere: non è possibile infatti che, ad esempio, alcuni scienziati affermino che l’anima-spirito non esiste ma contemporaneamente non sanno spiegare in cosa consista e come nasce la vita nell’uomo e negli animali, che è una realtà incontrovertibile.
  La scienza va smitizzata e riportata almeno allo stesso livello, per paritetici confronti, del comune buon senso (intuizione+esperienza) e delle rivelazioni religiose e animistiche. A tal proposito è da tenere presente che oggi la scienza è fonte di un alto reddito per diverse persone che per mantenerlo fanno anche carte false: gli accademici, semplicemente ignorando l’esistenza di ogni reperto o fenomeno che non riescono a spiegare; i ricercatori, che lanciano spesso nuove scoperte o teorie che si rivelano in seguito senza fondamento.

SCUOLA
  La sinistra non vuole che esistano scuole private cioè libere accanto a quelle pubbliche, mentre accetta che esistano strutture di cura medica private accanto a quelle pubbliche. Come mai, dato che per un comune cittadino avere un servizio sanitario pronto, sicuro ed efficace è senz’altro più importante che per lo studente avere una scuola seria?
  Per due motivi: uno, che la scuola pubblica, zeppa di sessantottini impreparati e scansafatiche, non è seria e quindi teme il confronto con le scuole private; due, che la finalità della sinistra (che ha infiltrato un gran numero di suoi attivisti nella scuola pubblica) non è insegnare cose ma instillare idee di sinistra per controllare le menti delle nuove generazioni (metodo Gramsci).   
  Questa situazione è inammissibile oggi se pensiamo a quanti beni e servizi tecnicamente avanzati in più richiedono i cittadini e a quanta concorrenza hanno in campo internazionale: per lo studente di tutte le età la preparazione scolastica dovrebbe essere molto più dura di una volta. Invece l’illusione postbellica di un progresso e di un benessere in crescita senza limiti e senza sforzo ha fatto credere a qualche generazione di studenti di una vita e di guadagni facili studiando e faticando meno di un tempo (basti pensare ai laureati ‘in collettivo’ negli Anni Settanta che soltanto adesso vanno in pensione dopo aver portato l’amministrazione e i servizi pubblici dell’Italia alle soglie del Terzo Mondo).
  L’unica soluzione è una forte concorrenza tra insegnanti e scuole pubbliche e private, ma con regole uguali a quelle del settore sanitario: lo stato deve finanziare la scuola con un somma per alunno identico per tutte le scuole, ovviamente con programmi e controlli pubblici. Mobilità totale nell’ambito dell’amministrazione statale per gli insegnanti pubblici che restassero senza lavoro: basta privilegi rispetto ai lavoratori del privato, tanto più se non sono molto meritati.

SINDACATO
  Sindacato: associazione di lavoratori con lo scopo di rappresentare e difendere i propri interessi economici e professionali nei confronti degli imprenditori e dello Stato.
  Il buon senso dice che il metodo migliore sarebbe di trattare e collaborare con la controparte, cioè le aziende, per arrivare a una qualche forma di cogestione.
  Ma questo richiede preparazione tecnica e apertura mentale. Ciò che invece manca al più forte sindacato italiano permeato di ideologia marxista che contrappone senza possibilità di collaborazione ‘padroni’ e ‘proletari’.
  Gli altri sindacati lo seguono rassegnati dopo che a metà degli anni Settanta la Cgil e tutta la sinistra hanno stroncato sul nascere la loro proposta di avviare una nuova strategia basata da un lato sul partenariato con le aziende, dall’altro sui fondi collettivi e sull’azionariato popolare, tutte iniziative che invece hanno poi avuto grosso successo nei paesi anglosassoni, in particolare in Germania e Stati Uniti.
  Il risultato di questa ottuso e antistorico scontro è stato uno dei fattori principali di declino economico e sociale dell’Italia con pesanti risultati per gli stessi sindacati che oggi sono i più deboli d’Europa e soprattutto per i lavoratori: reale diminuzione del valore del salario, maggiore facilità nella riduzione dei dipendenti, nessuna influenza sindacale sulle strategie aziendali, piena libertà delle aziende di delocalizzare le attività all’estero senza nessuna contropartita per l’insieme della forza lavoro italiana.
  Una conferma viene dall’unica richiesta concreta che continuamente viene fatta dai sindacati al governo: aumentare in tutti i modi il gettito fiscale. E’ il classico sistema di sinistra per rimediare alla propria incapacità di trattare direttamente con i datori di lavoro.

SIONISMO
  Nella sua infinita saggezza il buon Dio ha fatto ripudiare Gesu Cristo dal popolo degli ebrei, di cui era figlio e che ne aveva preparato l’avvento con grandi sacrifici durati migliaia di anni.
  Quale popolo avrebbe resistito alla tentazione di dominare il mondo avendo Dio stesso quale propria guida e bandiera? Basta guardare a quali enormi problemi ha creato nel mondo l’Islam, pur essendo guidato soltanto da un profeta.
  D’altra parte è ammirevole il modo in cui gli ebrei hanno mantenuto vivo e unito il loro popolo: anche qui vi è la mano di Dio. E bene ha fatto la comunità internazionale a permettere la rinascita dello Stato di Israele, anche se è lo Stato più razzista del pianeta: quella ebraica è una componente insostituibile della civiltà planetaria, che senza territorio alla fine sarebbe andata persa. Male invece fanno gli arabi islamici oltranzisti a tenere sempre in ebollizione la questione dei palestinesi (il territorio lo hanno, ma non sanno gestirlo) con motivazioni storiche insussistenti e senza nessun titolo visto che non esiste popolo che da più tempo pratichi abitualmente, come loro, conquiste territoriali, genocidio e schiavitù.
  Se poi qualcuno si lamenta che gli ebrei sparsi per il mondo in varie nazioni hanno creato delle lobby finanziarie molto potenti, basta che le tratti con rispetto ma senza paura come qualsiasi multinazionale o grande capitalista.

SISTEMI POLITICI
  I partiti sono tanti ma le grandi alternative politiche sono solo tre: Comunismo, Socialismo, Liberalismo. Tenendo presente che oggi in Italia questi tre sistemi non corrispondono molto ai rispettivi movimenti storici, essi si differenziano essenzialmente per il diverso peso dello Stato (corrispondente alla percentuale di prelievo fiscale sui redditi) sulla vita della popolazione: 80% nel Comunismo, 50% nel Socialismo, 30% nel Liberalismo.
  E’ necessario però valutare i tre sistemi anche sul piano sociale e morale.
  Il Comunismo persegue l’uguaglianza reale degli individui; ha un ben preciso progetto sociale ed economico; detta la morale e responsabilizza fortemente l’individuo, anche se lo considera un numero, poiché è lo Stato la fonte di ogni diritto legale e produttivo. Da cinquant’anni è il sistema più gettonato per fare le rivoluzioni.
  Il socialismo, invece, pur criticandole, accetta le differenze di capacità e di consumi tra i cittadini (i cui diritti rispetto allo Stato sono sempre poco definiti), ma le compensa fortemente con l’obbligatorietà di un esteso solidarismo; non ha un progetto sociale (anzi, con la tolleranza, permette la distruzione della società ‘storica’); non ha morale e non responsabilizza i cittadini. E’ il classico sistema politico ‘entropico’, livellato sul piano di redditi costanti e stagnante sul piano umano.
  Il liberalismo, infine, reputa naturali le differenze tra i cittadini e vi rimedia per lo stretto necessario con un solidarismo ‘patriottico’; difende la società storica prevalente non agevolando, pur permettendo, le innovazioni (in questo non va confuso con i ‘conservatori’, che invece vogliono l’ingessamento di tutti gli aspetti della società a cominciare dalle posizioni di potere che invece i liberali combattono); ha un progetto di aumento della capacità, moralità e responsabilità di ogni singolo individuo, che è considerato ‘persona’, fonte di ogni diritto, di cui lo Stato deve essere al servizio.
  Il giudizio sulla validità di un sistema politico deve essere messo in relazione diretta con il livello di evoluzione umana della popolazione a cui esso è applicato. A 150 anni dall’inizio delle esperienze socialiste e comuniste oggi si può affermare che i tre sistemi descritti sono adatti, nell’ordine, a livelli sempre crescenti di capacità della popolazione.
  In pratica Comunismo e Socialismo sono accettabili in fasi, rispettivamente, infantili e adolescenziali della popolazione e dell’economia, mentre il Liberalismo è tipico delle nazioni più evolute e dinamiche, che invece il Comunismo (con la sua ignoranza sull’uomo) non fa crescere e il Socialismo (con la sua presunzione) deteriora.

SOCIALISMO
  Il Socialismo è un sistema politico che rende obbligatorio un forte solidarismo tra i cittadini, pur senza volerne eliminare le differenze di capacità e di risultati (in questo si differenzia dal Comunismo che elimina a priori tutte le classi sociali e impedisce fisicamente le differenze tra individui).
  Il Socialismo dissuade dal miglioramento personale, perché ritiene che le manchevolezze personali non siano responsabilità dell’individuo (il mito del ‘buon selvaggio’ di Rousseau), che dovrebbe quindi rimediarvi di persona, ma della società.
  Il Socialismo per sua natura è addirittura un inibitore del miglioramento umano personale, in quanto quello che uno riceve non dipende dalla sua iniziativa, ma soltanto da un suo presunto bisogno. E’ doveroso sottolineare che il Cristianesimo (che dà tutta la responsabilità del miglioramento al singolo e considera la società soltanto l’ambiente che conforta ma non sostituisce l’iniziativa individuale) non è socialista, mentre è il Socialismo che deriva dal Cristianesimo: i socialisti sono gli autentici AntiCristo perchè tentano di realizzare una specie di ‘paradiso’ con le sole forze umane. Per questo il Socialismo ha un suo fascino sulle persone ingenue ma immature: ‘Chi non è socialista a 16 anni è senza cuore; chi non è liberale a 30, è un cretino’ diceva un grande pensatore italiano (tra l’altro, assassinato dai socialisti).
  I socialisti non amano né i liberali (per i quali il Socialismo toglie ancora troppe risorse all’individuo medio impedendogli di realizzare i suoi progetti personali) né i comunisti (che non ne accettano la mancanza di rigore morale e di impegno individuale per realizzare una società di uguali).
  Gli unici Stati al mondo in cui il socialismo può reggere a lungo (ma senza migliorare la società) sono quelli ricchi di risorse naturali.

SOCIETA’
  Per società si intende l’insieme delle persone con cui direttamente o indirettamente si è a contatto nel territorio dove si vive: le regole sociali (non scritte) spesso non coincidono con le regole politiche (leggi), anzi molte volte ci sono società locali (a livello di comuni, province, regioni) in contrasto con la legislazione dello Stato.
  In effetti la politica dovrebbe seguire la società, in quanto è la società che si evolve spontaneamente senza regole ufficiali per mezzo dell’interazione personale diretta (e non pilotata dai ‘mass media’) tra i singoli individui. Per questo motivo ha una certa importanza la cosiddetta ‘società civile’ costituita da esponenti delle istituzioni locali come la scuola e la religione, dell’editoria e informazione, del cooperativismo e delle associazioni di categoria, di interesse economico, culturale, sportivo eccetera.
  Purtroppo in Italia anche in questo settore vitale si è intromessa la politica, grazie al comunista Gramsci che ha avuta la ‘felice’ intuizione di infiltrare attivisti del partito in qualsiasi attività e gruppo organizzato per pilotarne la conduzione, per fare proseliti, per ottenere voti in cambio di contributi. Indubbiamente un modo redditizio di fare politica (lo si vede nelle regioni ‘rosse’) ma che porta alla distruzione della società naturale che viene sostituita dall’organizzazione del partito (Stalin aveva piazzato un commissario del popolo addirittura in ogni caseggiato).
  E’ questo il motivo per cui negli stati comunisti progredisce magari il Pil ma non la società i cui elementi costitutivi primari, la passione e il volontarismo spontanei, vengono soffocati dal controllo del partito.
  E’ il risultato di una versione ‘totalizzante’ dello stato, perseguita da uomini presuntuosi (illuministi e islamici fanatici, ad esempio) che si arrogano il diritto di voler regolare ogni pensiero e ogni attività degli altri uomini.
  Questo controllo e dirigismo politico unisce la popolazione ma anche la paralizza, mentre i vero ‘collante’ della stessa è la ‘consonanza’ culturale e civile maturata spontaneamente nel tempo (vedi la voce ‘Consonanza’) La società vera di esprime e si evolve verso i suoi fini naturali soltanto in un sistema liberista.

SOLIDARIETA’e SOLIDARISMO
  Sembra si propongano la stessa: fare del bene agli altri…Ma con due grosse differenze: Il Solidale lo fa con le proprie risorse; il Solidarista obbliga a farlo con i soldi degli altri.
  In particolare, la Solidarietà consiste nell’aiutare gli altri concittadini con handicap fisici, psichici od economici fortuiti o acquisiti, senza chiedere loro nulla in cambio: storicamente la solidarietà è nata con il Cristianesimo che ha lanciato il famoso precetto ‘ama il prossimo tuo come te stesso’ che si è subito concretizzato con la ‘carità’ vale a dire un aiuto dato di persona o con denaro. Quando la solidarietà è obbligatoria si chiama Solidarismo, socialista o comunista (in base alla sua misura più o meno elevata).
  Il Solidarismo può essere più o meno intenso: ad esempio può limitarsi a garantire la sopravvivenza o può arrivare fino a portare gli sfortunati allo stesso livello della media dei cittadini. Anche il concetto e la pratica della Solidarismo (e quindi il socialismo e il comunismo) sono di origine esclusivamente cristiana: non se ne trova traccia in nessuna cultura primordiale di tutto il mondo antico e moderno, grande (India, Cina, Mesopotamia, Grecia…) o piccola (indios, Pellerossa, Bantu..).
  In effetti, l‘aiuto reciproco nelle società primordiali non può essere considerato solidarietà in quanto rivolto soltanto ai maschi in età militare e ai loro congiunti diretti e dato in cambio della partecipazione alle guerre o all’acquisizione di risorse indispensabili: è quindi un dovere-diritto sociale elementare.
  Tutte le elucubrazioni dei razionalisti materialisti per giustificare fuori da un contesto tribale il solidarismo sociale (da Rousseau a Marx) non hanno alcun fondamento e sono un chiaro tentativo di rendere ‘umano’ e ‘razionale’ ciò che invece è un principio religioso dettato da Gesù Cristo.
  L’obbligatorietà del Solidarismo non ha quindi alcun fondamento.
  Tra l’altro, pagare le tasse per più di qualche socialista è diventato un alibi per evitare di amare veramente e cristianamente il prossimo, che è molto di più che fare anonimamente l’elemosina.

SQUADRISMO
  Lo squadrismo è una delle perversioni della politica, uno strumento che i regimi totalitari (soprattutto nazionalsocialisti e comunisti) hanno inventato e usano ancora per consolidare il loro potere ed eliminare qualsiasi opposizione.
  Consiste nell’organizzare dei gruppi più o meno legali di attivisti che con la violenza mettono a tacere o addirittura eliminano fisicamente gli avversari politici o sociali del governo (cui non converrebbe farlo direttamente), garantendo ai loro appartenenti (pur condannandoli a parole) l’impunità, grazie al controllo della polizia e della magistratura.
  Gli esempi sono numerosi e notori: dalle ‘camicie’ nere o brune dei nazifascisti, ai sanguinari ‘repubblicani’ spagnoli del ’36, ai ‘comitati popolari’ nell’Europa comunista dell’Est, agli ’studenti’ di Mao-Tse-Tung, fino agli attuali ‘gruppi autonomi’ di Francia e soprattutto Italia che ancor oggi, pur senza arrivare alle decine di omicidi degli anni Settanta, puntellano (impedendo con la violenza manifestazioni o attività politiche ed economiche di altri partiti) i poteri amministrativo, culturale e giudiziario dei partiti di Sinistra.

STALINISMO
  Piani quinquennali a parte, per Stalinismo si intende una particolare sistema di potere interno e di lotta politica internazionale che ha messo a punto e sfacciatamente utilizzato numerose tecniche di controllo e contrasto, quasi tutte immorali ma talmente sottili e efficaci che molte sono utilizzate ancora oggi dai neocomunisti.
  L’abiezione di tali tecniche, secondo il comune sentire, non crea alcun problema ai comunisti-stalinisti per due motivi: non seguono alcun comandamento religioso; la morale comune per loro viene sempre dopo l’’interesse dei lavoratori’, cioè dello Stato.
  Oggi sterminio degli oppositori, colpi stato, terrorismo, guerriglia, gulag, omicidi politici sono (quasi) del tutto abbandonati.
  Sono invece utilizzate normalmente e sempre con discreti risultati le seguenti tecniche
- controllo ferreo del cervello dei simpatizzanti in cui bisogna inculcare all’infinito, attraverso i mezzi di informazione del partito e dei fiancheggiatori, le tesi e i punti vista del partito
- dire il falso quando occorre (cioè quasi sempre), e ripeterlo continuamente finchè almeno a qualcuno sembrerà vero
- tutti coloro che non sono comunisti sono dei nemici; non lo sono più quando aiutano il partito, ma se smettono, tornano nemici, anche dopo un giorno;
- il vero nemico non si rispetta, si odia e si deve distruggere: diffamazione, insulti, derisione, rifiuto di confrontarsi, boicottaggio economico, persecuzioni giudiziarie, tutto giova; - i simpatizzanti si usano e poi si buttano via;
- nei momenti di bassa popolarità, di gravi problemi interni del partito o di errori di governo, creare o almeno strillonare qualche scandalo che coinvolga i nemici;
- nei confronti politici, preparare con cura dati faziosamente parziali, e/o inesatti e/o fuorvianti; non entrare mai nel merito degli argomenti; se non si sa cosa rispondere cambiare tranquillamente argomento, usare frasi fatte, affermazioni indimostrabili, slogan da ripetere in continuazione; in caso di difficoltà usare le parole-bombe a mano per attaccare (fascista, razzista, mafioso, seminatore di odio…) e per difendersi (resistenza, serietà, lavoratori, povertà…); in casi estremi alzare la voce, insultare, rovesciare il tavolo;
- dare posti di responsabilità agli incapaci, così si applicheranno con tutte le loro forze, angarieranno i sottoposti per zelo eccessivo e si guarderanno bene dal disattendere le direttive del partito;
- tenere sempre in forma un po’ di ‘squadre’ di attivisti: se si è all’opposizione scatenarle sulle piazze per indebolire chi comanda; se si è al governo tenerle a riposo facendo vedere all’opinione pubblica che si è gli unici in grado di garantire l’ordine pubblico.
  Ai vecchi tempi gli esponenti del partito andavano addirittura a Mosca a imparare queste tecniche. Oggi non più, ma basta guardare qualche talk-show per capire che qualche manuale sull’argomento lo conservano e lo studiano ancora.

STATO - NAZIONE
  La Nazione è un insieme di individui legati da una stessa etnia, lingua, cultura, storia, civiltà, interessi e aspirazioni in una società strutturata formata da sottoinsiemi (tribù, clan) e di famiglie, che costituiscono gli incubatori dei nuovi membri. La nazione può essere dispersa su più territori anche molto lontani tra loro.
  Lo Stato invece è una organizzazione politica di un gruppo umano su un dato territorio che può comprende una o più nazioni o anche nessuna (in questo caso con una società minimale orientata alla pura sopravvivenza), come può anche non avere famiglie ma soltanto singoli individui (Stato del Vaticano).
  In particolare, lo Stato, inteso come insieme di regole e di autorità per convivere in un territorio circoscritto senza recarsi danno reciprocamente, è un fatto necessario, almeno finchè l’umanità non si sarà evoluta fino alla perfezione di una anarchia organizzata che sia profeti religiosi sia pensatori hanno vagheggiato e ciascuno di noi intimamente intuisce e desidera.
  Il limite dello Stato obbligatorio deve essere proprio questo: non dare e quindi chiedere più dello stretto necessario per raggiungere tale scopo. Perciò, oltre a ordine pubblico, giustizia, salute e istruzione di base, gestione delle risorse e della fruibilità del territorio, lo Stato non può imporre altri servizi se non unanimemente accettati dai cittadini. Ciò normalmente avviene quando lo Stato coincide con una nazione e società omogenea con gli stessi principi e modelli di vita.
  Nella Nazione in effetti esiste una coralità di intenti e una consonanza di comportamenti che può permettere il raggiungimento di grandi risultati. Quando ciò non è, lo Stato entra in crisi e si verificano spinte separatiste sia territoriali (autonomie), sia sociali (gruppi di autogestione), sia individuali (evasione fiscale).
  La frontiera politica del terzo millennio nei paesi europei è proprio questa (lo Stato deve esercitare sempre meno potere e darlo ai cittadini, singoli e in gruppi omogenei) ed è molto complicata perché non ci si trova di fronte a necessità di gratificazione economica quanto invece di soddisfazione del proprio io individuale, molto più difficile: il primo, fondamentale passo sarà l’adozione di un nuovo sistema di governo a due livelli (necessità primarie-beni secondari) come il Sistema di Base propone in questo sito.

TASSE e IMPOSTE
  Sulle tasse c’è una enorme confusione. Anzitutto si parla genericamente di tasse mentre bisognerebbe ripristinare la terminologia corretta: tasse sono i versamenti a cui corrisponde un servizio da parte dello stato (ad esempio l’Irap serve a finanziare la sanità, la tassa auto le strade); imposte sono quelle che sono versate senza una motivazione specifica (Ire) e servono a finanziare lo Stato, i suoi servizi essenziali ma anche quelli facoltativi come quelli sociali e assistenziali.
  Le tasse, che sono il corrispettivo per un servizio che l’ente pubblico dà, sono giuste se il servizio viene richiesto da chi le versa e viene dato nella giusta misura e modalità. Se riteniamo giusto che lo Stato dia un minimo di anagrafe, difesa, giustizia, istruzione, infrastrutture alla popolazione ogni cittadino dovrebbe giustamente pagare una tassa di ‘appartenenza’ allo stato: questo in effetti già avviene con la tassazione indiretta, poichè circa un terzo delle entrate dello Stato provengono dall’Iva su ogni prodotto che il cittadino quotidianamente acquista.
  Non hanno una giustificazione logica le imposte (che semplicemente prelevano direttamente una parte del reddito del cittadino) se non sono destinate a finanziare attività statali non indispensabili espressamente approvate dai cittadini (attualmente soltanto con una quasi ovunque stentata maggioranza).
  Sono doppiamente ingiustificate perché sono percentualmente maggiori per chi ha più reddito: in pratica un operaio paga il 15% su un lordo di 25.000 euro, cioè 3.700 euro, mentre un piccolo imprenditore paga il 23% su 50.000, cioè 11.500 euro (il triplo in denaro).
  Non per nulla molti economisti suggeriscono di spostare le imposte dal reddito ai beni e servizi non necessari acquistati dal contribuente.
  Le tasse ci saranno sempre perché ci sarà sempre bisogno di uno Stato che garantisca i servizi essenziali.
  Le imposte sono invece destinate gradualmente a sparire perchè i servizi accessori saranno scelti e pagati (allo Stato o ai privati) direttamente da chi li desidera. E’ questo uno dei concetti fondamentali del Sistema di Base, che sembra cancellare la ridistribuzione dai ricchi ai poveri e invece è l’unico che garantisce l’autonoma dignitosa sussistenza di ogni singolo individuo.

TERRORISMO
  La cosa sembra assurda ma è così: i kamikaze islamici vanno in paradiso. Anche un teologo cattolico ve lo confermerà. L’islamico che si fa esplodere uccidendo decine di persone è, infatti, convinto di sacrificarsi per ordine di Dio e quindi la sua anima è, soggettivamente e oggettivamente, ‘salva’, anzi con in più il premio per il martirio.
  Questo fa parte del mistero della vita e, al suo interno, del problema del ‘MALE’ che non è altro che IGNORANZA (altrimenti sarebbe incomprensibile la famosa frase del Cristo appena inchiodato sulla croce: ‘Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno’!) . L’islamico che usa la dinamite per uccidere il diverso, come pure il comunista che usa il voto per congelare la società purtroppo (e per fortuna) non si possono eliminare con le armi ma soltanto facendogli capire che sbagliano.
  Come? A livello politico, va bene difendersi (ma solo questo) con le armi. Ma a livello culturale, quello che conta veramente è far capire ai fedeli islamici quello che non va negli insegnamenti che hanno ricevuto. Il primo passo è non rifiutare in blocco qualsivoglia religione o ideologia (in verità in ognuna c’è qualcosa di valido). Poi bisogna individuare e separare gli elementi non accettabili da quelli condivisibili, cioè i principi ideali, immodificabili, dai retaggi storici, transitori.
  Ma forse il metodo migliore è ancora quello del Vangelo: andare, predicare, dare il buon esempio, fare del bene e accettare totalmente qualsiasi tipo di reazione da parte dei destinatari. Molto probabilmente sono le uniche cose che possono insinuare il dubbio nei persecutori.

TIPICITA’
  Se gli uomini sono diversi una ragione c’è. Le caratteristiche psicofisiche della persona umana sono varie decine (corporali, fisiologiche, cognitive, espressive, produttive, esperienziali…) e le diverse combinazione a cui danno origine, nelle loro gradazioni, sono migliaia di miliardi: ogni individuo è diverso dall’altro. Il sogno dell’uomo unico ideale, ‘cosmopolita’, tipicamente marxista, è irrealizzabile, poichè non esiste nessuna possibilità che una persona, al di là dell’aspetto fisico, sia in grado di fare tutti i mestieri, tutti gli sport, essere simpatica a tutti, produrre e godere di tutti i tipi di cibo, artigianato, arte, musica ecc.
  Affinchè tutte le espressioni del patrimonio creativo umano (dal mosaico al batik, dall’operetta al teatro dell’O, dal cotechino al sushi, dal kilt al barracano, ad esempio,…) possano continuare a vivere devono quindi essere suddivise in modo che ognuno di noi ne incarni soltanto alcune.
  Ma un singolo individuo non riuscirebbe né ad esercitare né tantomeno a tramandare le sue specificità se isolato (come un animale di una specie in estinzione in uno zoo): ha necessità di vivere in un gruppo abbastanza vasto di individui con le sue stesse caratteristiche. Ed è proprio quello che accade da migliaia di anni nei vari popoli del pianeta, in ognuno dei quali sono nati alcuni specifici usi e costumi determinati dalla diversa tipologia geo-climatica del territorio, che continuano a vivere grazie alla condivisione e alle risorse di molte migliaia di individui (la conservazione attiva di un ‘genotipo’ biologico e culturale richiede una comunità o ‘nazione’ di almeno mezzo milione di persone).
  La natura stessa ha quindi affidato a ciascuno di noi il compito di ‘custodi della tipicità’ incarnando, conservando e migliorando la sua parte irripetibile di questo meraviglioso patrimonio dell’umanità.
  Assolvere questo compito è semplicissimo: basta lasciarsi crescere nel territorio dove si è nati assorbendone le sostanze e la cultura naturali, cioè diventando un abitante tipico di un territorio tipico. Ovviamente nel miglioramento continuo e nei reciproci rispetto e conoscenza.
  E’ questo il senso profondo della salvaguardia della diversità dei popoli, anche molto piccoli, che stupidamente gli ‘illuminati’ continuano a voler annullare (a proposito, non sarà che questi fanno i globalizzatori proprio perché sono le persone più anonime, banali e ‘provinciali’ che la natura ha prodotto?).
  ‘Crogiolo’ o ‘melting pot’ può essere un territorio di nuovo popolamento, ma se non ha una cultura comune rischia di diventare un’altra Usa, che per tenere insieme una miriade di etnie e culture deve per forza attuare una politica economica e militare aggressiva a livello planetario. ‘Cittadini del mondo’ è una bella locuzione ma deve essere una condizione spirituale non fisica.

TOLLERANZA
  Vi sono due tipi di tolleranza:
- quella tipicamente democratico-liberale (diffusa nelle più avanzate culture del mondo) che, pur in una cornice di valori di base condivisi, accetta che qualcuno si comporti in modo eccentrico, ma non fastidioso e dannoso alla società (la tolleranza non può esistere senza una solida e vasta base di consonanza);
- quella strettamente socialista (e di derivazione esclusivamente europea) che non soltanto ammette che il ‘diverso’ possa anche provocare danni (la colpa è sempre della società in cui è cresciuto!) ma addirittura che egli sia mantenuto nella sua ‘diversità’ e i danni da lui provocati debbano essere pagati dalla comunità.
  Stranamente questo tipo di tolleranza viene accettato anche dai comunisti italiani (i cui cugini, però, negli Stati dove comandano da soli i ‘diversi’ li fanno sparire), che ne ha invece trovato una fonte ricchissima di posti di lavoro pubblici per i propri compagni di partito: finchè ci saranno sbandati, drogati, teppisti, analfabeti, clandestini si potranno creare e gestire centinaia di migliaia di posti di lavoro pubblici e succhiare più tasse del dovuto. Oltre a garantirsi, prima o dopo, un bel gruzzolo di voti.

TOTALITARISMO
  Il totalitarismo non è un sistema politico ma un modo di attuare un sistema politico che si propone il completo controllo e dirigismo della sua popolazione ed è basato sulla violenza manifesta (polizia, disinformazione) od occulta (giustizia, discriminazioni economiche). Tipici ‘sistemi totalitari’ sono le repubbliche comuniste e islamiche.
  Un sistema può anche non essere totalitario ma comunque ‘totalizzante’, vale a dire impegnato a regolamentare e uniformare tutti gli aspetti della vita dei cittadini seppure secondo le regole della democrazia parlamentare. Lo sono molti Stati del mondo, comprese le ‘democrazie’ occidentali (chi più, come l’Italia, chi meno come gli Usa) specialmente quelle parassitarie con un grande numero di dipendenti pubblici e parapubblici e conseguentemente con una onnipresente burocrazia che vuole controllare tutto e tutti.
  Ovviamente anche questi sistemi totalizzanti hanno fatto il loro tempo perchè non è ammissibile che il partito politico che vince le elezioni con il 51% dei voti possa gestire un sistema totalizzante che coinvolge il 100% della popolazione.

UGUAGLIANZA
  Il più grande equivoco dell’era moderna, che tutti gli uomini siano e, soprattutto, debbano essere uguali, è un’affermazione illuministica del 1700 e perfezionata da Karl Marx sulla base di osservazioni socio-politiche all’inizio del 1800 e quindi già soltanto per questo non estensibili comunque alla nostra epoca poiché in quel tempo le scienze della persona (sociologia, psicologia, politica, antropologia, psicometria ecc) e dell’economia erano appena nate e soprattutto non avevano ancora gli strumenti tecnici per conoscere a fondo la realtà, come invece possiamo oggi fare noi.
  Per di più due prove concrete hanno dimostrato (oltre alla uguale struttura di base, dignità e diritto di sopravvivenza di tutti gli uomini) la fallacità di tale affermazione estesa al modo di vivere quotidiano delle persone:
- la scomparsa delle classi sociali, in quanto con l’aumento delle istruzione e della capacità delle persone la ricchezza materiale non è più dovuta alle rendite storiche di classi chiuse ma all’intraprendenza di persone dotate di qualsiasi classe (l’85% degli imprenditori e professionisti italiani è nato in una famiglia ‘proletaria’);
- la scienza che ha accertato che ogni individuo ha una personalità unica costituita da una combinazione di variabili strutturali e comportamentali diversa da tutti gli altri (le combinazioni delle 30 variabili fondamentali sono 10 alla 23° potenza!) impossibili da gestire collettivamente, come ha tentato di fare il comunismo reale.
  E’ penoso vedere come i comunisti si ostinino a far diventare tutti uguali quando proprio loro quando ne hanno avuto la possibilità ( ad esempio, potere assoluto in Russia dal 1917 al 1989) non sono riusciti a uniformare nessuna persona se non esteriormente (indumenti e abitazioni standard di stato).
  Ma questi esaltatori dell’uguaglianza, non è che, per caso, al di là di una certa dose di furbizia e di dialettica, siano effettivamente carenti nell’hard-ware o nel know-how intellettivo e quindi:
- primo, non capiscono le differenze che ci sono nelle altre persone e quindi la grandiosa varietà degli esseri umani;
- secondo, se, in qualche caso, lo intuiscono, si rendono conto di non riuscire a gestirle e quindi vogliono che scompaiano?
  Gli esseri umani sono uguali soltanto in due cose: si devono alimentare e hanno bisogno di uno spazio-riparo. Sono diversi in tutto il resto a cominciare dal modo in cui le prime due cose vengono soddisfatte. E a questo può provvedere soltanto un sistema politico a due livelli, come il Sistema di Base.

VIRTU’
L’abitudine a fare il Bene
  Il concetto di virtù (abitudine al bene) è ormai quasi del tutto scomparso nella società occidentale che brilla per un diffuso agnosticismo che non tiene in gran conto la componente animistica-spirituale dell’essere umano e le sue capacità in grado di controllare e indirizzare al massimo della positività il comportamento di tutta la persona.
  E i risultati si vedono.
  Posto che tutti osservino i basilari dieci comandamenti biblici, non pensate che la nostra società sarebbe molto migliore se un buon numero di cittadini avessero un po’ di più di Fortezza, Prudenza, Temperanza, Giustizia, Fede, Speranza, Carità?

VIZI
L’abitudine a fare il Male
  Troppo spesso, trattando di politica si trattano i suoi problemi prescindendo dalla natura umana che è portata molto spesso a ‘peccare’ (sbagliare coscientemente). I peccati che sono più pericolosi socialmente e più influenti sulla politica sono l’inerzia, il desiderio della roba altrui (amministrazioni pubbliche), l’avidità e l’avarizia (imprese private), la superbia-presunzione (intellettuali) ma in Italia soprattutto l’invidia (se uno di destra il ricco lo vuole imitare, uno di sinistra invece lo odia e lo vuole spogliare di tutto).
  Tuttavia il peccato sociale più deleterio di tutti è dire il falso (l’unico per cui il Cristianesimo non prevede un facile perdono perché non è un atto materiale sbagliato dipendente dagli istinti materiali ma la sfacciata negazione della realtà dipendente solo dalla mente), non ha importanza se sotto giuramento o meno. La falsità è molto devastante anche a livello politico perché fa sbagliare in scelte che coinvolgono milioni di persone e perché, una volta scoperta, fa perdere l’indispensabile fiducia degli elettori nei suoi rappresentanti e nel sistema in generale.
  Riteniamo utile riportare l’elenco di quelli che sono considerati i principali vizi dell’uomo (vizio=abitudine al peccato) dalla Chiesa Cattolica (che la sa lunga sull’argomento grazie allo strumento della confessione dei suoi fedeli). Il vero male dell’uomo è la mancanza di conoscenza, senza la quale (abbinata alla volontà) egli non è in grado di controllare gli eccessi dei suoi istinti (fondamentalmente positivi) accentuati da scompensi genetici, educativi o esperienziali. Tali eccessi sono stati suddivisi in sette grandi categorie, e contraddistinti come ‘vizi’ perché rendono schiavo l’essere umano provocando reiteratamente gravi danni per chi li compie e per gli altri.
AVARIZIA AVIDITA’: è la brama di denaro che si manifesta in modo passivo (non dare niente a nessuno, anche in casi di estremo bisogno) e attivo (sfruttare senza alcuna regola le situazioni e gli altri per fare soldi: è l’unico peccato per i marxisti).
SUPERBIA: è l’esagerata stima di se stessi o delle idee proprie o adottate (come avviene in politica) che si traduce sia nella presunzione di essere sempre nel vero e nel giusto, sia, praticamente, nel disprezzo degli altri; è all’origine di molti conflitti sociali.
IRA: è il consapevole, mancato controllo dell’istinto aggressivo animale che si risveglia facilmente, in particolare, in situazioni attinenti alla superbia e alla lussuria e che può sfociare in gravi atti di violenza.
GOLA: è l’ingordigia non soltanto nel mangiare e bere, ma anche nell’acquisizione di beni superflui e nel gioco; può danneggiare molto la persona nel fisico e nelle finanze, con gravi riflessi sulle persone più vicine.
LUSSURIA: è il peccato più difficile da valutare, perché l’istinto che ne è all’origine non ha soltanto componenti animalistiche, ma anche sentimentali e ideali; si evita soltanto filtrando ogni singola pulsione con il criterio del totale rispetto della controparte.
ACCIDIA: detto anche pigrizia o inerzia, questo peccato è molto dannoso sia per se stessi perché impedisce il miglioramento e favorisce il decadimento personale, sia per gli altri quando diventa omissione.
INVIDIA: è il peccato degli incapaci e ignoranti del più basso livello, quelli che non hanno capito che nell’umanità a ognuno la sorte ha destinato una parte da recitare, che non vale per come appare ma per come è recitata; può portare, oltre alla frustrazione personale, a gravi danneggiamenti a cose e persone.
  Posto che tutti osservino i basilari dieci comandamenti biblici, non pensate che la nostra società sarebbe molto migliore se un maggior numero di cittadini si liberassero di qualcuno dei vizi sopraelencati?

VOTO
Delegato o diretto? Tradizionale o telematico?
  La democrazia si esercita attraverso il voto di tutti i cittadini. Purtroppo nei grandi stati finora il voto i cittadini non l’hanno dato per risolvere uno per uno tutti i vari problemi (sia per la scarsa preparazione del popolo sia per ovvie difficoltà tecniche) e hanno dovuto delegare, con una votazione ogni 4-5 anni, loro rappresentanti a risolvere qualsiasi problema creando delle leggi nel parlamento.
  All’inizio del terzo millennio possiamo dire che, almeno nei paesi più evoluti, il problema della capacità dei votanti è risolto: ora tutti i i cittadini, donne comprese, possono votare e hanno un sufficiente grado di istruzione e informazione per poterlo fare oculatamente anche su molti temi che appena pochi decenni fa soltanto i politici di professione erano in grado di capire e gestire.
  Ma proprio per questo il problema diventa ancora più difficile. Se infatti si dovesse votare mediamente 3-4 volte all’anno, invece di 1 come ora (calcolando elezioni nazionali, regionali, comunali e, solitamente, un referendum) diventerebbero pesanti sia i costi sia l’impegno per i cittadini.
  Ecco allora spuntare la proposta del voto telematico digitale che però, ad attenta analisi, se può essere praticato in piccoli selezionati gruppi privati, è improponibile per le votazioni pubbliche dei comuni cittadini.
  Perche? Non tanto per le varie possibilità di falsificazione dal momento in cui il voto parte dal computer personale dell’elettore, ma perché in questo sistema manca del tutto una garanzia imprescindibile per la validità della votazione: l’isolamento fisico dell’elettore che (oltre a dargli un sufficiente momento di consapevolezza) ne impedisce qualsiasi condizionamento esterno. Questo isolamento è possibile soltanto nella cabina elettorale, nella sala del seggio in un edificio pubblico presidiato dalle forze dell’ordine. Provate ad immaginare a quali condizionamenti può essere soggetta, invece, una persona che vota su un computer a casa sua: un familiare può facilmente impossessarsi del suo codice e votare al posto suo; persuaderla (con le buone o con le cattive) a votare come vuole lui; impedirle addirittura di votare e comunque sapere per chi ha votato (per cui il voto non sarebbe libero ma neanche segreto).
  Basta un po’ di buonsenso (termine popolare per indicare la cultura umana più vera e profonda) per limitare i danni di questo dilagante fanatismo tecnologico.
  Ecco allora tornare utili le considerazioni fatte in questo sito sulla separazione in due parti della gestione dello stato (stato minimo e sussidiarietà):
- beni e servizi primari che verrebbero gestiti dai politici tradizionali, delegati con il voto pluriennale e aiutati di tanto in tanto con qualche referendum popolare, entrambi come ora con la tradizionale procedura fisica di votazione ma con maggioranze più qualificate di oggi;
- beni e servizi secondari o facoltativi che verrebbero scelti e pagati direttamente dai singoli cittadini con una votazione digitale telematica che in questo caso sarebbe senza rischio di brogli perché il voto sarebbe valido soltanto se abbinato contemporaneamente al pagamento.
  Ed ecco realizzato un superiore livello di democrazia diretta.